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Per la prima volta saranno esposte, fino al 23 febbraio al Pan di Napoli, ottanta opere dell’artista catalano Joan Mirò, provenienti dalla collezione di proprietà dello Stato portoghese in deposito alla Fondazione Serralves di Porto.

 

Le vie dell’arte portano spesso verso storie paradossali, tormentate, quasi letterarie. Come se il valore delle opere, insieme alla magia in queste intrinseca, informasse anche il loro percorso commerciale ed espositivo.

 

Metti la collezione di Mirò in mostra in questi giorni, fino al 23 febbraio, al Palazzo delle Arti (Pan) di Napoli: più di 80 quadri salvati in extremis, dopo un vagabondare tra Paesi e proprietari diversi. Negli anni ’80 erano passati per la galleria di Pierre Matisse, figlio del pittore Henri. Li aveva acquistati un collezionista giapponese, trattenendoli per qualche anno; in seguito le opere erano state cedute a una banca portoghese ed erano rimaste per anni nell’oscurità di un caveau.

 

Poi la banca entrò in bancarotta: quel tesoro dipinto da Joan Mirò, e che copriva quasi tutto l’arco della sua attività, dal 1924 al 1981, poteva essere tradotto in soldi, tanti soldi. Christie’s sembrava l’unica soluzione. Era il 2014, e poco prima che la celebre casa d’aste battesse la collezione lo Stato portoghese decise di intervenire: i quadri del celebre pittore catalano dovevano restare a disposizione dell’umanità. La bancarotta della banca fu risanata e i capolavori (quadri, disegni, collage e arazzi) invece di essere frammentati in decine di collezioni private vennero affidati al museo di arte contemporanea di Porto, il Serralves.

 

La collezione scampata alla diaspora oggi è diventata una mostra, dunque. E non una mostra qualsiasi: «L’esposizione è stata studiata in esclusiva per il Palazzo delle arti di Napoli, un museo bellissimo, in una città che amo perdutamente» annuncia il curatore, Robert Lubar Messeri, cresciuto a Brooklyn tra partenopei («il napoletano è un po’ la mia seconda lingua» dichiara) e probabilmente il massimo esperto mondiale dell’artista nato a Barcellona nel 1893.
È la seconda volta in assoluto che le opere escono dal Portogallo – precedentemente erano state a Padova – e la prima in cui sono distribuite nel nuovo percorso sviluppato da Messeri, Il linguaggio dei segni, che fa poi da sottotitolo alla mostra.

 

«Ho individuato un approccio tra le molteplici narrazioni che offre l’opera di Mirò. Questo non ubbidisce a un ordine cronologico ma tematico, anche se parte dal famosissimo disegno del 1924, ‘La ballerina’, con cui l’artista inizia a concepire il vocabolario di segni su cui lavorerà per i successivi 60 anni».

 

Cinquanta dipinti, quindici disegni, il resto composto da collage e sculture per le nove sezioni in cui è diviso il percorso, corrispondenti ad altrettante sale del primo piano del Pan: ‘Il linguaggio dei segni’, ‘La figura nella rappresentazione’, ‘La figura nello sfondo’, ‘Collage e l’oggetto’, ‘I dipinti selvaggi’, ‘L’elasticità del segno’, ‘Calligrafia e astrazione gestuale’, ‘La materialità del segno’, ‘Tele bruciate a la morte del segno’. Il segno, insomma, è la parola chiave. Lo stesso che caratterizza il tratto di Mirò nell’immaginario popolare, qui è celebrato, sviscerato e seguito nella sua evoluzione.

 

 

È appunto il 1924 l’anno di svolta: «Ritratto di un’affascinante amica parigina. Una linea verticale per i seni. Si può a malapena definire un dipinto, ma non me ne frega un accidenti» scrive Mirò ad un amico, in riferimento a ‘La ballerina’. Un disegno cruciale. Praticamente prodromico di una ricerca sulla linea come contorno, sagoma, confine, nella direzione dell’abbandono di una tradizione figurativa secolare.

 

Gli anni ’20 sono anche quelli in cui la linea diventa figura e il codice visivo occidentale viene definitivamente minato, un po’ come accadeva col cubismo, anche se in Mirò in modo ancor più radicale, come spiega Messeri: «Man mano che la ricerca procede si capisce come abbia iniziato a processare l’impostazione figurativa classica, smantellandola».
In questo concetto sono comprese vere e proprie provocazioni espressive: su tutte la parodia de ‘La fornarina’ di Raffaello, presente in mostra, un attacco a quello che l’autore chiama “l’illusionismo occidentale”. Ma anche ‘Piccolo villaggio’, ‘Acrobati’, ‘Scritte su fondo rosso’ e ‘Testa d’uomo’ presentano le soluzioni di colore e tratto tipiche di Mirò.

 

Poi la parte dei collage, altrettanto significativa. Da quando, e siamo ancora negli anni ’10, Mirò inserisce un frammento di quotidiano barceloneta in un dipinto, l’artista si iscrive al novero dei grandi autori di collage novecenteschi. Al Pan il pubblico potrà ammirare esemplari come ‘Figure e stelle nella notte bruciata’ o ‘Personaggio’, centrali nella sua produzione.

 

Una sala raccoglie i maggiori esempi di spunti sulla calligrafia, in particolare quella nipponica, frutto di un’esperienza di Mirò in Giappone, un’altra gli arazzi, tecnica con cui pure si misurò diffusamente. Dell’ultimo ambiente sono protagoniste le tele bruciate: dopo aver tagliato le superfici con un coltello, l’artista applicò masse di pigmento su varie aree dei riquadri, usando una torcia per stendere la vernice. «Esito di una volontà di “obliterare” la sua ricerca artistica per poi ridefinirla» dice Francesca Villanti, direttore scientifico dell’agenzia C.O.R. che ha curato l’organizzazione dell’esposizione insieme alla Fondazione Serralves, l’assessorato alla Cultura e al del Comune di Napoli, con il supporto del ministero della Cultura portoghese e il patrocinio dell’Ambasciata del Portogallo in Italia.

 

Di Giovanni Chianelli