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Il Piccolo Principe, uno spettacolo attesissimo

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Continua il tour dello spettacolo teatrale de Il Piccolo Principe che ha toccato, lo scorso weekend, Napoli. Sarà stato all’altezza delle aspettative?

È andata in scena al Palapartenope, per la prima volta a Napoli, la rappresentazione teatrale de Il Piccolo Principe, il libro più letto di tutti i tempi – testi religiosi a parte – e il più amato da adulti e bambini.

 

Il Piccolo Principe è arrivato alla Casa della Musica

La Casa della Musica ha ospitato, dal 1 al 3 marzo, la compagnia teatrale che ha deciso di cimentarsi nell’ardua impresa di mettere in scena l’opera di Antoine de Saint-Exupéry che, a distanza di ben ottantuno anni, continua a riscuotere un enorme successo. E no, non è solo grazie alle citazioni più famose, ridotte spesso a frasi da Baci Perugina, ma alla narrazione di una storia, dai toni fiabeschi, ma dalla sostanza filosofica che si esplicita in una serie di metafore concatenate che danno vita a un viaggio simbolico alla ricerca di se stessi e del famoso “essenziale” che “è invisibile agli occhi”.

 

Lo spettacolo teatrale diretto da Stefano Genovese non ha la pretesa di portare sul palco tutta la complessità del libro, ma riesce a reinterpretarlo con leggerezza e intrattenimento, sullo sfondo di una scenografia curata e suggestiva. Il ritmo serrato della portata metaforica del libro, che per essere compreso davvero e fino in fondo ha bisogno di essere letto e riletto, non è adatto al teatro ed è intelligente la scelta della compagnia di fare un passo indietro, cercando di ridurre, per quanto possibile. Scompare, ad esempio, la figura del serpente, sedicente tentatore che promette (e consente) al piccolo principe di mettere fine alla sua sofferenza e tornare sul suo pianeta, senza il peso del suo ingombrante corpo.

 

Uno spettacolo per tutti

L’intento, si capisce, è quello di rivolgersi a un pubblico eterogeneo e mettere su uno show che possa essere apprezzato non soltanto dai fan del romanzo di Saint-Exupéry, ma da tutti gli spettatori presenti in sala, bambini inclusi. Così gli attori si rivolgono alla platea, coinvolgendo il pubblico o semplicemente rivolgendovisi con uno sguardo ammiccante o una battuta ironica.

 

 

Le prove di recitazione dell’aviatore e del giovanissimo interprete del principe dai capelli del colore del grano risultano convincenti e riescono a sostenere l’intero spettacolo, declamando a gran voce quei versi del libro ed emozionando gli appassionati e i fanatici dei quarantatré tramonti dell’asteroide B-612. La Rosa si erge in tutta la sua bellezza sulle note di L’amour est un oiseau rebelle e canta tutta la sua sofferenza dando vita a una versione acustica di The Loneliest dei Maneskin, mentre la Volpe, immancabile, arrotola la r mentre recita alcune delle frasi più famose del libro, in una versione totalmente inedita e diversa rispetto all’elegante e composta Volpe di Stefano Accorsi, ritratta nel film di Mark Osborne del 2015.

Uno spettacolo di arte in ogni forma

Ma a queste figure emblematiche del libro si affiancano delle vere e proprie esibizioni di arti diverse: monologhi, intense esibizioni canore e prove di equilibrismo riescono a rendere i 90 minuti della pièce teatrale stimolanti e interessanti. Gli abitanti dei pianeti che visita il Piccolo Principe nel suo viaggio non si raccontano solo attraverso le parole, ma usano ogni elemento dello spazio a loro disposizione, sulla colonna sonora di Starman di David Bowie: l’avidità dell’uomo che possiede le stelle diventa un gioco di equilibrio su scale sospese che lascia senza fiato; il vanitoso diventa un prim’attore che pretende sfacciatamente gli applausi del pubblico in sala; l’ubriacone manifesta la sua precarietà di spirito in un vorticoso numero sul tappeto elastico, mentre l’uomo che passa la sua giornata a dedicarsi anima e corpo – in senso letterale – al suo lavoro, gioca ad arrampicarsi sul lampione per accenderlo e spegnerlo, tra lo stupore generale.

 

Novanta minuti di spettacolo che trascorrono indisturbati, invitando gli spettatori a ricordare di essere stati bambini e di essere riusciti a vedere in un cappello un elefante mangiato da un boa o, nel disegno di una scatola, una pecora intenta a riposare. Novanta minuti che riescono nell’impresa di riaccendere un po’ di fantasia, senza pensare solo a dare o ricevere ordini nell’aridità dei numeri e dei convenevoli che piacciono ai “bizzarri adulti”. Ma solo se si guarda col cuore.

 

Di Titta De Vita

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