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di Francesco Monaco

Dopo Castellammare per una volta resistete al richiamo della costiera e invece di seguire il mare e i suoi strapiombi, curvate il volante e inerpicatevi all’interno fino a quando le prime case di Gragnano appariranno a colorare una gola tra le colline. Qui tutto parla della pasta e sebbene lungo via Roma, la sua trafficata arteria, non ci siano più le trafile a essiccare e solo i ruderi possano dare conto dei 30 mulini che un tempo arredavano la valle, il fascino di questi luoghi è ancora intatto. Il ristorante che da qualche anno tenta, con talento e passione, di raccontare questa simbiosi tra una città, la sua pasta e quel territorio ricchissimo e generoso che la circonda, è senza dubbio la dimora di un giovane chef che coraggiosamente ha investito capitali ed energie aprendo le porte del suo ristorante, La Galleria.

Giulio Coppola, chef e patron affiancato dalla sua compagna, apparirà infatti subito ad accogliervi proprio sotto le mille posate sospese al soffitto, prima della scala che conduce alla sala dove dei grossi corni rossi in ceramica, opera di un artigiano locale, colorano i tavoli in legno o pietra lavica.

Ma le vere sorprese cominceranno con il menù tra le mani per una offerta talmente variegata e intrigante che per riassumerla si potranno percorrere ben quattro percorsi di degustazione tagliati su misura dallo chef con costi compresi tra i 35 ed i 58 euro, oltre i vini in una carta agile centrata sul territorio con ricarichi onestissimi, di quelle insomma, che invogliano alla mescita. Menzione particolare per la cura dedicata ai pani, al corredo di grissini, babà rustici e sfoglie e alle piccole entreè che ben presto riempiranno tavolo e stomaco nell’attesa della prima portata.

Pasta ovviamente in evidenza al punto che l’apertura obbligata, comunque scegliate di proseguire, è  una pasta e patate con un ristretto di polpo che esemplifica perfettamente quella rivisitazione delle cose di casa che è centrale nelle intenzioni di questa cucina. C’è poi il tarallo in briciole per asciugare e dare consistenza al condimento dello spaghettone con le vongole o ancora il classico burro ed alici che viene riproposto con la eliche di grano duro in un rimando che sa anche di gioco. Secondi di pesce o carne per continuare, di casa entrambi qui dove si alleva e si coltiva sui terrazzamenti che scendono sino al mare e che vengono lavorati immancabilmente con buona tecnica in una precisa restituzione di grande leggerezza e di nettezza di sapori. Gran chiusura (anticipata da un gradevolissimo sorbetto al mandarino con meringa al limone e menta) con una originale rilettura della caprese alle mandorle ripensata nelle consistenze e nelle temperature, ed un conto, dall’addizione interessante, accompagnato dalle molteplici miniature dolci veicoli sicuri di un piacevole ricordo.   

di Lorenzo Crea

Vi scrivo il giorno dei funerali di Francesco Della Corte, un uomo di 51 anni ucciso da Napoli.
Sì, lo so, è una frase molto forte quella che ho appena scritto. E nessuno gridi allo scandalo o allo “sputtanapoli” (a proposito che fine ha fatto il ridicolo sportello del Comune?). 

Francesco era il vigilante della Metro di Piscinola, dipendente della Union Security società presso la quale lavora anche il fratello, che la notte del 3 Marzo è stato assalito senza un motivo, senza un perché da tre ragazzini. 

Nessuno di loro ha ancora compiuto 18 anni. Eppure alle tre del mattino erano ancora in giro, dopo aver fumato qualche spinello di troppo, e hanno deciso che quell’uomo in divisa, stanco dopo l’ennesima giornata di lavoro e ricco solo della sua infinita dignità, doveva essere colpito.  

Così hanno fatto, con mazze di legno (i piedi di un tavolo) trovate fra i rifiuti, hanno massacrato Francesco, Ciccio per gli amici e per chi gli voleva bene, fracassandogli il cranio. Ha lottato per due settimane con tutte le sue forze. Ma non è bastato. 

Lascia una moglie e due figli, che probabilmente dopo questa tragedia e non prima di ottenere (si spera…) giustizia, lasceranno Napoli. Perché dico che è stata Lei (Napoli è femmina) ad uccidere Francesco? 

Perché ci stiamo abituando alla violenza, perché restiamo zitti di fronte al degrado che ghettizza e travolge le periferie e interi quartieri della città, perché non denunciamo l’evasione scolastica che qui ha ancora numeri spaventosi, perché la nostra indignazione di fronte a fatti come questo dura lo spazio di un morso a una di quelle schifose tartine che si mangiano in uno dei tanti, inutili e noiosi, convegni sulla legalità e sullo sviluppo del Sud. 

Pensiamo davvero che basti un post su Facebook che grida alla “repressione” o che invita a buttare le chiavi di questi giovani delinquenti per risolvere il problema? 

E davvero credete che sia sufficiente votare “di pancia” e di protesta per sgravare la nostra coscienza da una indispensabile e comune assunzione di responsabilità? 

Pensateci bene. Napoli non si salva se continuiamo a delegare allo “Stato” (sempre più fragile) al “Comune” (sempre più dissestato) o ad altre entità la soluzione ai nostri mali. 

Una società matura e seria sa assumere iniziative concrete anche per stimolare e sollecitare le istituzioni a intervenire. Trovo molto triste che il dibattito si riduca a “Gomorra Sì” “Gomorra No” come se bastasse, eventualmente, cancellare una fiction per eliminare i fenomeni di emulazioni. 

Per Napoli serve un esercito di lucidi pensatori. Unico rimedio alla banalità e alla inerzia alla quale ci stanno condannando. 

Di Francesca Marra   

Quando scelse il Napoli non era quello delle meraviglie che siamo abituati a vedere oggi.
Gennaro Iezzo, 45 anni, portiere titolare del club partenopeo dal 2005 al 2011, scelse la maglia azzurra quando quell’azzurro era un po’ sbiadito e si tentava l’impresa, passando dai campi della serie C alla riconquista della A.
«I sei anni più difficili della vita del Napoli, sono stati la linfa per arrivare ai traguardi odierni. Tutto è ripartito da lì», queste le parole di Iezzo, 104 presenze in azzurro e 84 goal subiti. 

Cominciamo con un grande classico: il gioco delle tre parole. Se le dico Juve Stabia cosa pensa? 

Il luogo da dove è partita la mia storia e dove è giunta oggi. Ho cominciato a giocare tra i pali indossando proprio la maglia della Juve stabia, la prima squadra nella quale ho militato, ma soprattutto per la quale tifavo. Adesso Juve Stabia per me vuol dire casa, perché è a Castellammare che vivo con la mia famiglia. 

E se le dico Napoli? 

L’altra parte del mio cuore, quello azzurro. Quello che pulsa di un amore sviscerato. Io sono prima di tutto pazzo del Napoli. Da bambino sognavo di vestire la maglia azzurra ed è stata la realizzazione di un sogno quello di arrivare in squadra. A 31 anni ero sul finire della mia carriera, ma non potevo rinunciare ad un’occasione così importante. Ma resto prima di tutto tifoso, e come per tutti i tifosi anche per me il tifo per il Napoli è una malattia. 

E adesso la parola più “difficile”: scudetto… 

È una parola che i tifosi più scaramantici non pronunciano neppure. Anche se da qualche mese sono in molti a sperarci. Io sono convinto, e non ho paura di dirlo, che il Napoli ha le carte in regola per poter cucirsi il tricolore sulla maglia. 

Guardando alla sua carriera una data segna un momento importantissimo. Era il 2005 quando lei fece una scelta da “dentro o fuori”, rinunciò alla serie A per passare con il Napoli, che però all’epoca non se la passava affatto bene, era finito in serie C, con molta strada in salita da percorrere. I motivi di quella scelta? 

I motivi sono innanzitutto personali. Avevo appena compiuto 31 anni quando mi dissi: o adesso o mai più. Era quella la mia ultima opportunità per giocare nella squadra in cui ho sempre voluto giocare. Sognavo di difendere quella porta e ci sono riuscito. Ma non senza qualche preoccupazione. Lasciavo la massima serie e un offerta per un importante contratto con l’Aek Atene, club che all’epoca partecipava alla Champions, perché ho seguito il cuore. Il cuore fa scelte semplici e mi ha condotto in azzurro. Non mi sono mai pentito. 

È stato uno dei più grandi protagonisti di quella remuntada che dal 2005 al 2011 ha intrapreso il Napoli. Dalla serie C alla A, sono stati anni magici. Come li ha vissuti? 

Sono stati sei anni meravigliosi. Da quel 2011, quando riconquistammo la serie A, il Napoli non ha mai smesso di essere tra le squadre protagoniste d’Europa. Questo può significare una sola cosa, che dalle basi solide di quegli anni, dai sacrifici fatti, dai traguardi raggiunti, il sogno azzurro che viviamo oggi è diventato realtà. 

Cambiamo argomento: la vita privata dei calciatori oramai è condivisa continuamente sui social. Lei è una persona molto riservata, cosa pensa di questa tendenza alle Stories convulse? 

Oggi è molto cambiata l’immagine del calciatore rispetto a quando giocavo io. Eppure, sul finire di carriera i social già imperavano, ma non mi hanno mai appassionato. Ho sempre preferito ‘socializzare’ dal vivo. Oggi, ai miei ragazzi, dico di dedicare a Facebook, Instagram e Twitter il giusto tempo. Eppure una cosa non cambia mai: mi rendo conto che basta un pallone per permettere a 20-30 ragazzi di fare amicizia.
Quello che è cambiato è il modo di essere nel calcio, i calciatori sono anche icone della moda. I follewers non guardano più a ciò che si fa in campo ma a quello che viene pubblicato sulle stories di Instagram. 

A proposito di giovani leve, sta partecipando a un reality che aprirà le porte della carriera professionistica a giovani talenti. 

Sì, il programma si chiama Saranno campioni ed andrà in onda su Canale 21. Stiamo facendo i provini a giovani leve del calcio campano. Nella fase finale le squadre si sfideranno fino a che i sei giovani più brillanti avranno l’opportunità di essere provinati in club prestigiosi. 

Cosa si augura per questa stagione per il Napoli? 

Che gli azzurri possano vincere tutte le partite… fino alla fine! Sogno i caroselli per le strade di Napoli, ma rimaniamo con i piedi per terra. 

Ultima domanda è per un napoletano su un napoletano: Lorenzo Insigne 

Questa domanda mi emoziona.  Ho visto Lorenzo crescere nelle giovanili del Napoli, già da ragazzino aveva qualità importanti. Eppure di momenti difficili ne ha dovuti superare. Per un napoletano è sempre complicato giocare con il Napoli, le aspettative si triplicano e la pressione spesso può giocare brutti scherzi.  All’inizio ha faticato anche lui, non possiamo negarlo. Ma oggi è completamente esploso. Per me è il calciatore più forte che l’Italia abbia mai avuto. Deve guardare avanti consapevole della sua forza e della sua qualità. Faccio il tifo per lui. 

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A cura dell’Avv. Antonella Esposito Gagliardi

Quante volte a ognuno di noi è capitato di fare un viaggio in cui è necessario prendere due voli e di perdere il secondo a causa del ritardo o della improvvisa cancellazione del primo ?

Con una pronuncia di poche settimane fa la Corte di Cassazione si è espressa in tal senso. Il caso era quello di un passeggero che, per un ritardo di quattro ore subìto dal suo volo, aveva poi patito l’ulteriore danno di non potersi imbarcare su un secondo aereo per raggiungere la propria residenza. La Corte di Cassazione ha, quindi, stabilito che in questo caso, ma ugualmente in quelli simili, per ottenere il risarcimento del danno, è sufficiente presentare il titolo di viaggio e allegare l’inadempimento del vettore. Stabilendo, così, il principio secondo cui esiste a carico del vettore una presunzione di responsabilità, basterà allegare semplicemente il ritardo del volo per ottenere il risarcimento.

Pertanto, il passeggero che agisca per ottenere il risarcimento del danno derivante dal negato imbarco o dalla cancellazione o dal ritardato arrivo dell’aeromobile rispetto all’orario previsto, deve conservare solo il biglietto del suo vettore (fonte negoziale del suo diritto) e il relativo termine di scadenza, che costituiscono la prova dell’inadempimento del vettore.

Questa pronuncia trova il proprio fondamento sulla Convenzione di Montreal e il regolamento  CE 261/2004 le quali, come spesso capita per le norme comunitarie, dettano regole molto generali e di facile e ampia interpretazione e applicazione. Non dettano regole puntuali in ordine alla prova dell’inadempimento e/o alla durata del ritardo, ma affermano il principio molto più generale di presunzione di responsabilità a carico del vettore aereo.

Un cambiamento importante. Infatti se questa è la nuova strada del risarcimento in tema di vettore aereo, per le compagnie si apre un capitolo economico spinoso perché il passeggero non dovrà fornire nessuna prova del danno causato dal ritardo o dalla cancellazione, ma dovrà fornire solo la prova del ritardo o della cancellazione. Il danno, infatti, è insito nel detto inadempimento.

Chapeau!

Il Manhattan è uno dei cocktail più famosi al mondo, dal sapore sofisticato ed elegante, si prepara con whiskey, vermouth e qualche goccia di angostura. Viene considerato un drink da aperitivo pur avendo una gradazione alcolica non indifferente… intorno ai 30° gradi.

Curiosità

La sua origine risalirebbe al 1874 per opera di Iain Marshall, bartender del Manhattan Club di New York, incaricato di preparare una nuova e originale ricetta per gli ospiti di un banchetto organizzato da lady Jenny Jerome madre dello statista inglese Winston Churchill. La duchessa, infatti, si dilettava a stupire i propri ospiti con invenzioni alcoliche offerte durante sontuosi ricevimenti. In quella circostanza il drink fu talmente apprezzato dai nobili di origine americana ed europea presenti all’evento che, in seguito grazie al passaparola, si diffuse in giro per il mondo. Così nacque uno dei cocktail immortali nella storia della mixology.

Due le principali varianti di questo cocktail:

Dry Manhattan:È la ricetta del Manhattan classico ma si sostituisce il vermouth rosso con quello dry. Decisamente più secco e pungente.

Perfect Manhattan:Stessa quantità di whiskey (5 cl) ma si utilizzano i due vermouth (quello rosso 1 cl e quello dry 1 cl). Il risultato è quello sottolineato dal nome: perfetto, maggiore equilibrio, meno dolce del Manhattan ma sempre vellutato e corposo.

Ricetta

Ingredienti

5 cl Rye Whiskey o Canadian Whiskey

2 cl Vermouth rosso

1 gocce di angostura

ciliegia al maraschino

Riempite una coppetta Martini di ghiaccio in maniera che si raffreddi. Prendete un mixing glass, aggiungete ghiaccio fino a 2/3, versate una goccia di angostura, il whiskey e il vermouth. Mescolate delicatamente fintanto che le pareti del bicchiere non siano completamente gelate. Svuotate la coppetta del ghiaccio, poggiate all’interno la ciliegia al maraschino e con l’aiuto di un julep strainer versate il contenuto del mixing glass.

Di  Vittoria Marzio

Fino al 10 giugno il Pan ospita la mostra dell’artista catalano   

Genio e Immortalità di un Mito: Io Dalì è il titolo della mostra del grande artista catalano, in esposizione al Pan palazzo arti Napoli fino al 10 giugno.   

Attesissima e fortemente voluta dal Comune e l’Assessorato alla Cultura, in collaborazione con la fondazione spagnola Gala-Salvator Dalì e co-organizzata con C.O.R. (Creare organizzare realizzare), la mostra racconta, attraverso dipinti, disegni, video, fotografie e  riviste il modo in cui il grande caposcuola del surrealismo è riuscito a rendere in forma d’Arte ogni suo sregolato gesto d’autore che, attraverso lo stupore del pubblico, a volte inquieto e a volte molto compiaciuto, s’è immortalato in quel grande genio che lui stesso declamava sin dall’adolescenza.  

Dalì negli anni ‘30 è passato per Napoli insieme alla sua amata Gala, testimonianza ne è una sua cartolina inviata da Ravello. E oggi la nostra città lo omaggia con un’ esposizione davvero interessante, costruita appositamente per Napoli per farne conoscere il genio e la sua attualità. Vi invito a visitarla per immergervi in quella sana follia artistica in cui il maestro ci ha fortemente coinvolto con la sua vita, con il patrimonio di opere immense che ci ha lasciato. 

Ci sono alcuni piccoli olii al Pan che non lasciano dubbi sulla bellezza di questa grandiosa mostra. 

Ma c’è anche tanto Dalì protagonista di quella trasformazione sociale avvenuta in quegli anni con l’avvento della pubblicità, del marketing e il suo rendersi protagonista con innumerevoli messe in scena del suo volto. Straordinaria la serie di fotografie di Philippe Halsman che ha come soggetto i suoi baffi, imponendo il suo viso enigmatico con quello sguardo magnetico che colpisce e lascia un indelebile segno di popolarità. 

Fissando il volto di Dalì mi sovvengono alcuni maestri rinascimentali ai quali tanto si è ispirato, vedi l’autoritratto con il collo raffaellesco del 1921, mentre in altre occasioni, come i suoi film descrittivi di quello show continuo che era la messa in opera della sua arte, mi rimandano al pensiero costante che talento è genialità sono così singolari e unici di pochi esseri umani, che pertanto lui stesso abbia fortemente voluto lasciare il segno di se stesso, e nel farlo ci ha lasciato in eredità un patrimonio eccezionale di Arte pura. 

 

A cura di Francesca Marra

Susanna Moccia tra i giovani vice di Confindustria 
con un pugno di farina di semola in valigia.  

Con il soprannome di ‘piccione viaggiatore’ è continuamente in giro per seguire le attività del pastificio di famiglia, senza mai smettere di offrire il suo contributo al Gruppo dei giovani imprenditori industrialiSusanna Moccia, 37 anni, attuale Vice Presidente dei Giovani Imprenditori di Confindustria, di gavetta ne ha fatta.
Laurea in Economia Aziendale nel 2005, oggi, assieme ai fratelli, gestisce il pastificio La fabbrica della pasta di Gragnano e la catena di supermercati Decò, occupandosi di formazione del personale e rapporti commerciali con l’estero. 

Nel triennio 2014-2017 è stata Presidente del Gruppo Giovani Imprenditori dell’Unione Industriali Napoli con delega alle startup innovative, imprenditorialità giovanile e responsabilità sociale di impresa.  

Moccia, sposata con due figli, è senza dubbio una brillante donna in carriera under 40 che rappresenta l’eccellenza made in Naples.  

È cresciuta tra i cartoni di pasta – come lei stessa dice -. Adesso ricopre un ruolo molto importante e non ha ancora 40 anni. Ci racconta da dove è partita? 
Semola e cartoni di pasta sono stati una costante della mia vita. Dai giochi d’infanzia al futuro professionale, è un’ azienda che ha costruito il mio percorso. Alle spalle la forza di una famiglia unita, il sostegno dei miei fratelli, le sfide che ho affrontato sempre con il sorriso sulle labbra e un’incrollabile fiducia nel futuro. A diciotto anni la valigia pronta: direzione Capri dove mi sono ritrovata a gestire da sola il primo supermercato di famiglia, facendo la pendolare per seguire i corsi alla Parthenope. E poi da una parte all’altra del mondo per seguire le fiere e le attività di export del pastificio, tanto da guadagnarmi in famiglia il soprannome di “piccione viaggiatore”. Ma il grande amore è stata la vita associativa. Ho iniziato prestissimo a confrontarmi con i miei colleghi, a contribuire alla vita del Gruppo Giovani Imprenditori dell’Unione Industriali di Napoli. I primi passi nelle giunte e poi la presidenza, un ruolo importante che mi ha emozionata e arricchita molto sia dal punto di vista umano che da quello professionale. Fino ad arrivare a oggi, con la vicepresidenza nazionale che rappresenta per me una responsabilità davvero importante.    

Intanto ha fatto a cazzotti con tanti uominisue parole, quali le armi migliori per arrivare al vertice?  

Tenacia, determinazione, capacità di ascolto. Tutte doti prettamente femminili. Essere multitasking è stato determinante, le sfide da affrontare ogni giorno sono state numerose, senza contare la necessità di conciliare vita professionale, associativa e familiare. Ho discusso con tanti uomini, in alcuni contesti ho tirato fuori le unghie per farmi rispettare. Spesso, soprattutto all’estero, mi sono dovuta confrontare con persone che faticavano a vedere in una donna una controparte alla pari ma non mi sono mai lasciata scoraggiare. 

Come concilia il suo ruolo di imprenditrice, di mamma e di rappresentante dei giovani imprenditori?  

La famiglia per me è un punto fermo, una fonte di forza ed energia che mi aiuta ad affrontare al meglio la quotidianità e, soprattutto, le difficoltà. Appena posso coinvolgo i bambini nelle mie attività nel pastificio. Anche per loro è un piccolo parco giochi, dove condividere momenti di divertimento con i cugini più grandi e con gli zii. Per lavoro sono spesso fuori Napoli, mi rassicura sapere di poter contare sempre su mio marito. Siamo una squadra molto affiatata.  

La ripresa dagli anni bui della crisi ha coinciso con politiche attive più attente ai giovanima ad allarmare resta la disoccupazione al Sud che è ferma al 24% 

Il Mezzogiorno sconta, sul piano dell’occupazione e non solo, ritardi importanti ma anche qui la situazione sta migliorando. Lo dimostrano gli investimenti fatti sul nostro territorio da multinazionali come Apple e Cisco. San Giovanni a Teduccio si sta trasformando in un polo di innovazione ed eccellenza. Ad attrarre i giganti dell’informatica sono soprattutto le nostre risorse umane, un patrimonio inestimabile che troppo spesso continua a disperdersi. Incoraggianti sono i dati relativi alla nascita delle startup innovative, in Campania crescono. C’è voglia di restare qui e di mettersi in gioco. 

Il made in Italy deve fare i conti con la contraffazione: il mercato del falso alimentare è pari a 1 miliardo di euro, quali sono le azioni di contrasto?  

L’agroalimentare è uno dei settori che paga il tributo più alto alla contraffazione e al fenomeno dell’italian sounding. I danni all’economia e alle aziende si traducono in numeri da capogiro, senza contare i posti di lavoro persi. Come intervenire? Valorizzando e tutelando sempre più il made in Italy, una battaglia che vede Confindustria in prima fila. Il made in Italy, quello vero, è un marchio inimitabile, capace di far sognare il mondo.       

Progetti per il futuro? 

Stiamo portando in tour, su tutto il territorio nazionale, le nostre eccellenze campane. Abbiamo scelto di puntare su alcuni settori strategici per il nostro futuro: food, moda, nautica, metalmeccanica, design, cultura e turismo. Il sogno italiano è la nostra più grande opportunità. 

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A cura dell’Avv. Chiara Sabino

Caro Avvocato
Le immagini fotografiche che pubblico sui social come Facebook o Instagram sono di mia proprietà o dei siti?

Gentile Signora
chi pubblica una foto su un social network è e resta proprietario di quell’immagine fino a prova contraria. Lo ha stabilito il Tribunale di Roma  sancendo che pubblicare una foto su un social, anche visibile a tutti e non solo agli “amici”, non equivale alla cessione integrale dei diritti fotografici. L’utilizzo indebito di quell’immagine può far scattare il risarcimento del danno patrimoniale e non. 

Se pubblica sulla pagina dei social una foto che non è già nota o non riconducibile, i diritti dell’immaginesono i suoi. 

La Corte di Cassazione ha anche stabilito che chi ha prestato a un’altra persona il permesso a pubblicare una fotografia con la propria immagine può decidere, in qualsiasi momento, di revocarlo, chiedendo la cancellazione dell’immagine. Ad esempio ricorrente è il caso di un ex fidanzato che non gradisce più la persistenza sulla piattaforma social di foto confidenziali. In questo caso, l’ex fidanzato potrà richiederne la cancellazione e l’altra parte sarà obbligata a farlo. 

Il principio vale anche quando il vincolo tra due persone non sia solo sentimentale. Può accadere infatti il caso di chi abbia autorizzato il fotografo professionista a pubblicare, a fini pubblicitari,  gli scatti fatti in occasione del proprio matrimonio, e che, in un momento successivo, ci ripensi. 

Il fotografato può sempre revocare il consenso all’uso della sua immagine al di là di compensi ricevuti e termini pattuiti: se anche questi ha ricevuto un corrispettivo in denaro , non è vincolato dal contratto e può sempre imporne la cancellazione. L’assenso alla pubblicazione di foto può essere inserito in una scrittura privata, ma resta distinto da tutto il resto delle clausole, in quanto frutto di diritto inalienabile. Resterà, però, solo in tal caso, il diritto di chi ha pagato a pretendere la restituzione dei soldi e, eventualmente, il risarcimento del danno. 

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Oltre ad essere famosa per i suoi vicoli, la pizza e le sfogliatelle, Napoli è conosciuta anche per le sue catacombe, uno degli esempi più importanti di arte paleocristiana Ad oggi delle nove che si trovano nel sottosuolo del rione Sanità, sono tre quelle riportate alla luce e cioè le catacombe di San Gennaro, quelle di San Gaudioso e il Cimitero delle Fontanelle. La presenza di questi ‘cimiteri’ nel sottosuolo di Napoli ha contribuito ad alimentare quel legame forte che c’è tra la cultura napoletana e la fede, le leggende e la sacralità. Sicuramente quella di San Gennaro è la più nota per ovvie ragioni. Per arrivarci bisogna recarsi a Capodimonte, dove subito accanto all’ingresso della Basilica dell’Incoronata Madre del Buon Consiglio si trova l’entrata oppure è possibile accedervi dalla chiesa costruita in suo nome. Basta scendere un centinaio di scalini per ritornare indietro nel tempo e visitare il luogo dove è stato sepolto il santo più importante di Napoli.

Ci troviamo tra il II e il III secolo d.C. quando le catacombe iniziano a svilupparsi su due livelli non sovrapposti, intorno alla tomba di un’antica famiglia romana, che aveva deciso di donare gli spazi alla Chiesa. La catacomba inferiore è quella che accoglie le spoglie di Sant’Agrippino, il primo patrono di Napoli. I resti di San Gennaro arrivano nel V secolo a Napoli e il vescovo Giovanni I decide di riporle all’interno della catacomba, accanto a quelle di Sant’Agrippino. Da allora il sito si trasforma un luogo di pellegrinaggio, attirando migliaia di persone e prende il nome del santo, a cui venivano attribuiti prodigi e miracoli.

La devozione a San Gennaro porta a un ampliamento di questo luogo con la costruzione di una catacomba superiore e di altri cunicoli, dove vengono riposte altre tombe. La parte più interessante è il patrimonio artistico che si trova al suo interno e che si divide tra la Cripta dei Vescovi e il vestibolo superiore decorato in stile pompeiano, dove si trovano le prime pitture cristiane nate nel Sud Italia e alcuni interessanti mosaici che nei secoli si sono conservati molto bene.

 

Di Ludovica Criscitiello
Foto di Massimo Romano

Le città e l’arte
La capitale de L’Avana è tappa obbligatoria per chi arriva a Cuba e non solo per il fatto che le sue spiagge si affacciano direttamente sul Mar dei Caraibi, ma anche perché il centro storico è Patrimonio dell’Unesco dal 1982. Passeggiando in questa parte della città, specchio di un mix di culture antiche e contemporanee, è possibile ammirare la Cattedrale principale in stile barocco, e dare un’occhiata al Castillo de la Real Fuerza che sorge nel cuore di un parco, nelle vicinanze di Plaza de Las Armas. Salendo in cima al castello si gode di una vista spettacolare sulla città e poi sul mare, guardando oltre il Malecón, l’ampia strada che dal porto arriva fino al quartiere del Vedado. I tramonti che si vedono da qui lasciano a bocca aperta. Spostandosi poi verso l’interno, si cammina verso Plaza de la Revolución a pochi metri dal Capitolio, sede dell’Accademia cubana delle Scienze. Se si visita L’Avana non si può non fare tappa anche a Cienfuegos, anch’essa dichiarata Patrimonio dell’Unesco, città affascinante nel suo stile elegante alla francese, dove si concentra il più alto numero di edifici in stile neoclassico.

Il mare e la natura
Gli angoli di paradiso marini sono tanti a Cuba. Uno dei più noti è l’isola di Cayo Largo del Sur, un luogo incontaminato dove fauna e flora con pappagalli, iguane, pellicani e tartarughe marine offrono uno spettacolo meraviglioso insieme, ovviamente, alla barriera corallina che circonda l’isola e alla miriade di pesci che si possono osservare facendo snorkeling. Non è da meno neanche l’isolotto di Cayo Levisa. Ci si può arrivare su un battello, attraversando uno stretto tratto di mare, dopo aver fatto un giro a Viñales nel cuore del Parco Nacional, il centro di produzione del miglior tabacco al mondo. Gli amanti degli sport acquatici non potranno fare a meno di raggiungere anche Cayo Santa Maria dove è consigliabile fittare uno scooter per fare il giro dell’isola.

La musica
Le note musicali della salsa cubana sono ormai famose in tutto il mondo. Non tutti sanno che il suo antesignano è in realtà il son, nato a Santiago de Cuba. La musica cubana ha origine da una mescolanza di generi in particolare quello africano, da cui deriva l’uso delle percussioni e quello spagnolo che ha introdotto la chitarra. Con il passare del tempo, però, a questi si sono aggiunte le influenze musicali francesi e americane che hanno reso quella cubana una delle forme musicali più particolari al mondo.

Las casas particulares
Se si sceglie di visitare a Cuba e di respirare la sua anima, l’unica sistemazione possibile sono las casas particulares, l’equivalente dei B&B o delle case vacanza, gestite privatamente da cittadini cubani, dove potrete godere a pieno dello spirito e dell’accoglienza di Cuba. È facile che colazione e cena siano incluse nelle tariffe (che generalmente oscillano da un massimo di 30 euro a un minimo di 15 euro a notte) e questo permette di provare la cucina locale, compresi i deliziosi frullati a base di frutta fatti in casa.

Il cibo e il cuba libre
Nonostante il divieto del Governo, se si soggiorna in una casa particular non è affatto raro che i proprietari decidano di cucinare frutti di mare, aragoste e gamberoni. In alternativa c’è sempre la carne, quella di maiale, fritta o arrosto. Tipici sono i chicarrones, stuzzichini preparati con le parti grasse dell’animale, accompagnati da birra o rum. Non mancano le insalate, in particolare quella di avocado o quelle miste con cetrioli. Molto comune è il consumo di banane che fanno da contorno e che vengono servite fritte, oppure ancora che ritroviamo, insieme a patate, mais, manzo, pollo e carne secca nell’ajiaco, piatto tipico nazionale. Diffuso è anche il cibo di strada, ma la vera delizia è la frutta. Avocado, papaya, ananas, cocco, guanaba, guava, lime sono alla base degli ottimi frullati che si gustano solitamente a colazione o come spuntino. Se c’è il cibo non mancano certo le bevande con il rum a farla da padrone, che è anche uno dei principali ingredienti del cuba libre.

©Foto di Massimo Romano

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