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L’ansia come alleata e non nemica

Nel nostro lottare per far sì che la vita prenda la direzione che desidereremmo, facciamo una gran fatica. Fin da piccoli, ci hanno insegnato che dovevamo lottare per raggiungere qualcosa, e così siamo cresciuti con la convinzione che con lo sforzo avremmo raggiunto quello che desideravamo, credendo, dentro qualche stanza di noi, che una volta raggiunto saremmo stati a riparo dalla sofferenza.

 

L’equazione sembrava facile: volontà + impegno + fatica= raggiungimento obiettivi e quindi felicità.

Ma siamo davvero sicuri che funzioni così?  Nell’ultimo periodo mi capita sempre più spesso di ascoltare, non solo all’interno della stanza della psicoterapia, persone che mi raccontino qualcosa che suona più o meno così:

 

«Nella mia vita va tutto bene, eppure non sto bene, ho un buon lavoro, una bella famiglia, eppure mi sento spesso in preda all’ansia, sto male, ma non so dire perché!».

 

Ma se, come ci raccontiamo, va tutto bene, perché allora ci sentiamo in preda a una sensazione di malessere diffuso che a volte ci paralizza? Perché stiamo male?  La risposta sembra semplice: perché siamo vivi.

 

E la vita non è un censimento di quanti e quali obiettivi abbiamo raggiunto. Siamo così indaffarati a sentire poco per non soffrire, che finiamo per soffrire davvero poco, pagando però un prezzo alto: quello di “star male” in modi strani, annoiandoci a morte, svalutandoci, aggrappandoci a chi non ci vuole, sognando cose impossibili e trascurando cose per noi importanti.

 

Come esseri umani, tutti noi agiamo perché abbiamo degli obiettivi e tra questi c’è sia l’intenzione razionale di costruire cose buone per edificare il nostro progetto di vita, sia l’intenzione inconsapevole di dissociarci da tutte le emozioni che consideriamo scomode e inaccettabili. Nell’illusione di sentirci al sicuro, blocchiamo il contatto con noi stessi, barattando una vita “nostra” con il miraggio di una vita “sicura”.

 

E così, nelle risonanze della frase “Va tutto bene, ma non sto bene”, sembrano riecheggiare le parole di C. Bukowski, quando ha scritto che non sono le grandi cose che mandano un uomo al manicomio, non sono la morte, l’incesto, il furto, quelli se li aspetta, ma è una continua serie di piccole tragedie quotidiane. Non è la fine di un amore, ma il laccio della scarpa che si rompe quando ha fretta.

 

Un giorno, due, tre.  Il laccio, illusoriamente insignificante, di cui parla Bukowski, sembra rappresentare perfettamente l’apparente invisibilità delle cause del nostro malessere, come una conferma ulteriore del non sentirsi in diritto di stare male. Difficile immaginare sofferenza più acuta, ma indicibile, perché non possediamo le parole per farlo.

 

Quest’aspetto è, forse, il peggiore di tutti per chi vive questa condizione di malessere, perché finisce per farci sentire degli impostori, dei malati immaginari, dei commedianti che a un certo punto cominciano a ritenere che il proprio corpo stia ingannando perfino se stessi.

 

 

Eppure questo malessere, che a volte assume le forme dell’ansia, altre le sembianze del panico, a guardarlo bene, ha una funzione del tutto sana e fisiologica, presente in tutti gli esseri viventi, che trae origine dal meccanismo evolutivo dell’attacco/fuga.

 

Si tratta di un sistema di sopravvivenza che si fonda su una componente strutturale della vita: la necessità di tutelarci da eventi percepiti come pericolosi. Per quanto sentirsene preda possa esser fonte di inquietudine, come essere nelle fauci di un drago minaccioso e invincibile, che chiude lo stomaco, opprime il petto e paralizza, l’ansia ha in sé un significato evolutivo importantissimo.

 

Come un meccanismo di allarme che suona quando c’è un pericolo, allo stesso modo, l’ansia si attiva perché è connessa con la vita e, come ha detto lo psicoterapeuta Rollo May, ha uno scopo importante: informarci di cosa accade dentro di noi.

 

Ma come fare a comprendere quando l’ansia da giubbotto di salvataggio diventa invece disfunzionale? Uno dei modi che possediamo per riconoscere quando ha passato il segno, è valutare se ci impedisce di vivere una vita “nostra”, così come sarebbe funzionale per il nostro benessere.

 

Quando si presenta male, bussa quando meno ce lo aspettiamo, rovina le nostre possibilità e i nostri desideri, quando diventa paura della vita piuttosto che tutela della vita possiamo fare una sola cosa, anche piuttosto banale, ascoltarla!

 

Permettere all’ansia di esistere è, paradossalmente, già un modo per ridurla. Chi se ne sente vittima le chiede di girare alla larga, la combatte, vuole che se ne vada, è in questo momento, in genere, che arriva la chiamata allo psicoterapeuta. La richiesta è chiara e precisa: aiutami a combatterla.

 

Eppure, chi fa il mio lavoro sa benissimo una cosa: nessuna vera trasformazione accade combattendo.

L’ansia ha una precisa missione, porta un messaggio personale rivolto proprio a noi che richiede di essere ascoltato. Come dice la psicoterapeuta Andreoli è la pena del contrappasso che sopportiamo per non aver sentito ciò che andava percepito, di fronte a cento, mille lacci della scarpa spezzati.

 

È l’espressione di tutte le emozioni da cui ci siamo per molte ragioni, tutte legittime e personalissime, difesi perché restassero relegate e non disturbassero troppo, perché non facessero male.

Ma provare a tenere a bada un’emozione ci lascia, sempre, inesorabilmente perdenti. Ogni emozione ha bisogno di trovare il proprio posto nel racconto autentico della nostra vita.

 

È, per questo, che l’ansia non è il problema, bensì la soluzione, il suggerimento della cura. A volte sembrerà calpestarci, sarà straziante e dolorosa, ma è lì per raccontarci delle cose su di noi che non sapevamo e, soprattutto, per renderci chiaro che non siamo così fragili e impotenti come abbiamo creduto, e nemmeno sconfitti: siamo invece abbastanza forti da stare in tutto quello che c’è, mentre c’è, e trarne perfino beneficio.

 

Di Paola Dei Medici

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