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Riconoscere il dolore per stare bene. Lo ricorda la Giornata mondiale della salute mentale

Giornata mondiale della salute mentale

Domani, 10 Ottobre, è la giornata mondiale della Salute Mentale. Istituita nel 1992 dalla Federazione mondiale per la salute mentale (WFMH) insieme all’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), ogni anno in questa data diverse organizzazioni promuovono iniziative di sensibilizzazione al fine di ridurre lo stigma e promuovere la consapevolezza che la salute mentale sia parte fondamentale dell’essere umano e del suo benessere.

 

Mai più pregiudizi

Malgrado negli ultimi 40 anni siano stati fatti passi decisivi verso il ridimensionamento dei pregiudizi verso la malattia mentale, chi soffre di certi disturbi viene ancora oggi etichettato, ed è portato ad etichettarsi, come individuo meno “funzionale”, debole, addirittura colpevole del suo stato di malessere. Ma come mai, nonostante tutte le conoscenze sul tema, questo accade ancora oggi?

 

Quando stiamo male, molto spesso, proviamo un senso di sottile inadeguatezza. Da qualche parte dentro di noi abbiamo costruito l’idea che stare bene sia lo standard e il malessere una deviazione dalla norma. In realtà, a pensarci bene, tutti abbiamo una doppia cittadinanza: nel regno della salute e in quello della malattia. Preferiremmo tutti servirci soltanto del passaporto buono, ma prima o poi ognuno si trova, almeno per un certo periodo, a riconoscersi cittadino di quell’altro Paese.

 

Il disagio emotivo

Questo succede per il disagio fisico quanto per il disagio emotivo. Anzi, proprio il disagio emotivo, ha suscitato, negli anni, una profonda vergogna, alimentando l’idea che sentire ansia, tristezza, agitazione o soffrire di un disturbo mentale fosse un segno di inappropriatezza e inaffidabilità personale.

 

Questo pensiero, però, poggia in realtà su un gigantesco equivoco, quello per cui riteniamo che la sofferenza mentale sia una debolezza, o peggio una colpa. Lo dice bene Alda Merini, preziosa porta aperta sulle sensibilità inespresse che albergano nel cuore di chi soffre: “Anche la malattia ha un senso, una dismisura, un passo, anche la malattia è matrice di vita”.

 

Anzi, forse, a volte è l’unica strada che si apre per fare i conti con la vita.

 

 

Il ruolo dello psicologo

Lo psicologo, per questo, non è l’ultima spiaggia di chi da solo non ce la fa, non si prende cura dei deboli, come spesso mi è capitato di sentir dire.

 

La realtà è ben diversa: lo psicologo si prende cura degli umani che possono riconoscersi come tali, di quelli che hanno la forza di guardare in faccia le proprie umane vulnerabilità, di ammetterle, considerarle e mostrarle, assumendosi la responsabilità del proprio cambiamento. Di tutti quelli che sono disposti ad abbandonare l’idea della propria invulnerabilità e di diventare, semplicemente, persone che soffrono (anche).

 

La salute non è assenza di malattia: è normale ammalarsi, come è normale soffrire. Sappiamo che prima o poi accadrà, fa parte del corredo di noi esseri umani. La salute è indicata, piuttosto, da cosa scegliamo di farcene della nostra “sofferenza”.

 

Ciascuno di noi, come qualsiasi organismo vivente, cerca di sopravvivere e lo fa con tutto ciò che possiede e può. Una certa strutturazione della personalità, un sintomo, una distorsioni caratteriale non sono altro che i tentativi con cui il nostro organismo sta sopravvivendo alla luce di quello che è stata la nostra storia.

 

Ciò che siamo, tutto ciò che diventiamo: in qualsiasi direzione vada, è il meglio che possiamo essere, spesso, per evitare il peggio. Quelli che connotiamo come disturbi sono spesso l’ultimo rifugio di una mente sopraffatta dal dolore.

 

Ognuno ha il proprio rifugio

Un rifugio in cui è però possibile ritrovare se stessi e trasformare il fuoco di una ferita in una opportunità di crescita a patto che, come dice Borgna, cominciamo ad accettare una visione della sofferenza umana nuova, lontana dai paradigmi trionfanti di questa nostra epoca che “ci vede gli uni estranei agli altri, intimoriti e infastiditi dalla fragilità, che pure è una possibilità umana dotata di senso”.

 

Il dolore ci attraversa tutti come la gioia, la sorpresa, l’incredulità, il piacere. Nessuna vita ha ne è esonerata. Non esistono sconti o compromessi e non è vero che porti sempre con se una lezione magistrale. Perché se davvero la sofferenza impartisse lezioni, il mondo sarebbe popolato da soli saggi. E invece il dolore non ha nulla da insegnare a chi non è capace di creare dentro di sé uno spazio per starlo ad ascoltare.

 

Di Paola Dei Medici

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