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La tristezza del giorno dopo

Natale è ormai trascorso, l’anno è iniziato insieme a tutti i buoni propositi e l’Epifania ha portato via con sé insieme alle feste, anche le lucine colorate, lasciando un senso di vuoto e di tristezza nelle nostre giornate. Gennaio, ogni anno, sembra prospettarsi come il mese più triste dell’anno. Ma come mai? Perché dopo le feste di Natale ci sentiamo maggiormente malinconici e proviamo un inspiegabile senso di vuoto?

 

Secondo gli esperti questo stato d’animo è provocato dalla diminuzione improvvisa del livello di cortisolo nel sangue: questo ormone, chiamato anche ormone dello stress, è responsabile del senso di euforia e grande energia che caratterizza i momenti particolarmente intensi della nostra vita, come le feste di Natale, le vacanze, un matrimonio.
Il fenomeno sembra legato a un comportamento definito “effetto di contrasto” per il quale, trascorso il momento speciale, siamo portati a valutare la nostra quotidianità paragonandola a ciò che abbiamo appena vissuto. Sarebbe proprio questa comparazione, come un’eco di un’ attesa inappagata, a determinare la cosiddetta “tristezza del giorno dopo”.

 

 

Quando la quotidianità riprende il suo abito consueto, il calo di motivazione e di umore sembrano ricordarci, come, per certi versi, siamo tutti inseriti in un meccanismo di illusioni e disillusioni. La chimera della meta raggiunta ci pone di fronte all’illusione che, una volta conseguito il risultato che desideriamo, saremo in una condizione di felicità permanente, in quanto tendiamo generalmente ad enfatizzare l’impatto emotivo positivo che potrebbe avere l’ottenere quanto desideriamo. O meglio, come ci ricorda Annamaria Testa, siamo abbastanza abili a distinguere quello che ci rende felici da quello che ci rende infelici, ma siamo molto meno competenti a valutare l’intensità e la durata della felicità futura.

 

E allora, come la mettiamo con l’apparente paradosso che avere obiettivi ci rende felici, e che dopo averli raggiunti ci sentiamo (fatalmente, sembrerebbe) delusi?
Possiamo fare diverse cose: imparare a disegnare il nostro orizzonte e scegliere le nostre mete, invece che lasciarcele imporre dalle convenzioni sociali; darci obiettivi più aderenti a chi siamo e, ogni tanto, ricordare che anche essere tristi è un nostro diritto e che le persone che hanno la propria felicità come obiettivo tendono a essere meno felici delle altre.
E, soprattutto, come spiega A. Testa nell’articolo ‘L’ossessione per la felicità ci rende infelici’, godersi il viaggio mentre si procede verso una meta, sapendo che poi ce ne sarà un’altra da scegliere, e un’altra ancora, e che l’aspetto emozionante (e felice) è esattamente questo!
La fine di un viaggio è solo l’inizio di un altro.

 

Di Paola dei Medici

 

Psicologa e psicoterapeuta, docente presso l’IACP (Istituto dell’Approccio Centrato sulla Persona), sede di Napoli. Si occupa di consulenze psicologiche, psicoterapie individuali, per la coppia e la famiglia.

Per contatti: 347 8708937; Riceve a Napoli via Salita Betlemme n°31, e ad Avellino, Via Piave n°210 A.

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