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Fontana delle “Zizze”. Storia e leggenda di un mito napoletano

A qualcuno sfugge sempre un sorriso sornione quando viene nominata la Fontana di Spina Corona, addossata all’omonima chiesa in via Nobile nei pressi di Corso Umberto. Sarà perché i napoletani, dotati di un inconfondibile senso dell’umorismo, l’hanno ribattezzata Fontana delle Zizze. Merito della scultura femminile che troneggia in cima ad una riproduzione in marmo del Vesuvio e che ha dato il nome all’intera fontana.

 

Quella figura lassù altri non è che Partenope, una delle tre sirene che, secondo la mitologia greca, si lasciarono morire in mare, dopo essere state battute da Orfeo nel canto. Il corpo di Partenope arrivò fino alla foce del fiume Sébeto, trasformandosi in uno scoglio e proprio in quel punto sorse Neapolis. La sirena, aiutandosi con l’acqua che esce fuori dalle sue “zizze” ovvero i seni, riuscì a spegnere le fiamme del Vesuvio, rappresentate dai due fiumi di lava che le scorrono accanto.

 

 

E in un passato lontano si dice che venisse invocata spesso dai napoletani preoccupati delle frequenti eruzioni del vulcano.
Una leggenda questa che può riassumersi nella frase in latino incisa sulla fontana “Dum Vesevi Syerena Incendia Mulcet” che narra appunto dell’incredibile potere della bella Partenope, vittoriosa contro l’ardore del Vesuvio.

 

In realtà è probabile che il vero nome di quest’opera venga da un’antica credenza, secondo la quale la chiesa a cui è addossata custodiva una delle spine della corona di Gesù Cristo. E nonostante sembri recente, è molto più antica ed è forse la stessa fontana alimentata dalle acque del pozzo di San Marcellino.

 

 

Successivamente, il vicerè spagnolo Don Pedro de Toledo decise di commissionare a Giovanni Merliano il suo restauro. Per questo oggi vediamo questa vasca, di forma rettangolare, ricca di decorazioni in marmo quali fogliami, nastri e fiori. Ma c’è una cosa che non tutti sanno. La statua della sirena in realtà è solo una copia perché l’originale fu spostata negli anni venti del Novecento nel Museo Nazionale di San Martino nell’ottica di una sua migliore conservazione.

 

Di Ludovica Criscitiello

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