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L’uomo. Il mito. Il calciatore. Giancarlo Corradini: «Vi racconto il mio Maradona».

Maradona

Intervista esclusiva all’ex difensore e allenatore di calcio, compagno di squadra di Diego Armando Maradona, El Pibe de Oro. «Era un ragazzo riservato. Se ne avessi avuto l’occasione gli avrei chiesto di spiegarmi la sua fuga da Napoli».

 

Non c’è modo migliore per salutare Diego Armando Maradona, se non attraverso la testimonianza diretta di chi ha condiviso con lui quello spazio verde attorno al quale ruota tutta la sua incredibile storia, ovvero il campo di calcio.

 

Noi di Agorà magazine abbiamo quindi raccolto il ricordo appassionato di Giancarlo Corradini, ex difensore del Napoli che insieme a Diego ha conquistato una Coppa Uefa (l’Europa League attuale) e il secondo scudetto, attraversando in seguito anche il difficile periodo coinciso con il suo improvviso addio, nella primavera del 1991.

 

Due giocatori di altissimo livello, Maradona e Corradini che esordisce con il Sassuolo, squadra della sua città, e in seguito si distingue in Serie A giocando per il Torino, prima della definitiva consacrazione che avviene nel 1988 con il passaggio al Napoli, club nel quale rimarrà per sei stagioni.

 

Al termine della carriera agonistica ha poi proseguito il suo percorso nel calcio in veste di allenatore, con vari incarichi importanti, come ad esempio quello nello staff tecnico della Juventus, quando nel corso dei primi anni duemila ne faceva parte anche Ciro Ferrara, altro protagonista degli anni con Maradona.

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Maradona

Mister Corradini, qual è stato l’impatto con il giocatore più forte di tutti i tempi?

«Fu nel corso delle mie prime amichevoli estive col Napoli, durante il ritiro precampionato. Io giocavo sulla fascia e tendevo ad avanzare in attacco molto spesso, come ero abituato a fare nel Torino, ma la palla non me la passavano mai. Compresi quindi molto in fretta che, più della coralità di manovra, il gioco del Napoli aveva come assoluta priorità i piedi di Maradona. E col senno di poi dico che non avrebbe potuto essere diversamente».

 

Che ricordi ha del suo primo goal segnato in maglia azzurra, nemmeno a dirlo su assist di Maradona?

«Quella è stata un’emozione indimenticabile. Si giocava contro la Fiorentina al San Paolo (da pochi giorni lo stadio che è stato intitolato a Diego Armando Maradona n.d.r). Eravamo ad inizio campionato, ma Diego era rientrato tardi dall’Argentina e aveva saltato le prime quattro partite.

 

Quindi entrò nel secondo tempo, quando purtroppo noi ci trovavamo già in svantaggio per due a zero. Sbagliò anche un rigore, ma poi riuscimmo a pareggiare ed infine a vincere tre a due nei minuti finali, grazie al mio goal di testa. Festeggiai come un folle, sembravo una riedizione di Tardelli ai mondiali di Spagna ‘82, tanto che in campo dimenticai di andare ad abbracciare Maradona per il suo passaggio decisivo. Al termine di quella stagione vincemmo lo scudetto».

 

Ci dice una volta per tutte qual è la verità sugli allenamenti? Maradona al Centro Paradiso ci veniva o no?

«L’allenatore Bianchi ci spiegò le cose sin dal primo momento. Diego, da contratto, aveva la libertà, quando voleva, di non presentarsi agli allenamenti. Ma questo non vuol dire affatto che non si allenasse. Lui a casa disponeva di attrezzature modernissime, che allora costavano cifre enormi, con le quali si preparava da solo. Io stesso ho ancora un suo rullo, che mi ha regalato dopo il suo ritorno in Argentina.

 

Era un grandissimo professionista. Inoltre i tempi di recupero per Maradona erano profondamente diversi da quelli di un giocatore “normale”, perché lui in partita prendeva dei calci davvero terribili.

 

 

Eppure, malgrado le differenze di trattamento, Maradona si è sempre guadagnato il rispetto dei compagni. Come si spiega?

«Prima di tutto Diego era un ragazzo a sua volta sempre rispettoso e disponibile. E poi tutti noi avevamo la chiara percezione di avere a che fare con una persona “a parte”, che incuteva anche una sorta di soggezione dal punto di vista tecnico.

 

Ognuno provava a migliorare e a misurarsi con i compagni di reparto per guadagnare il posto fra i titolari, ma nel caso di Maradona ogni paragone del genere non avrebbe avuto senso. Nel corso degli allenamenti io spesso lo marcavo e riuscivo ogni tanto a contrastarlo, a patto però che non fosse in giornata, perché in quel caso era semplicemente impossibile.

 

Aveva un’enorme forza fisica, aveva velocità e sembrava si muovesse come un’automobile 4×4, sempre piantato a terra e con il controllo della palla.

 

Qual è un suo ricordo particolare dell’avventura vittoriosa in Uefa?

«In questo caso il mio ricordo coincide con quello dei tifosi. Recentemente infatti riguardavo il celebre video in cui Maradona si riscalda prima della semifinale di ritorno a Monaco di Baviera contro il Bayern.

 

E nel mentre lui palleggia e fa cose incredibili a tempo di musica, improvvisamente sullo sfondo compaio io, che intanto mi esibisco in una corsetta “qualsiasi”. In poche immagini insomma c’è riassunta la differenza fra Diego e tutti gli altri. Tanto che certe volte penso di avere rovinato quel bellissimo filmato (ride, n.d.r)».

Maradona

Oltre alle vittorie lei ha vissuto dall’interno dello spogliatoio anche l’improvvisa partenza di Maradona dopo la squalifica per doping del ‘91. In che modo sono andate veramente le cose?

«Non avemmo neanche il tempo di capire cosa stesse succedendo. La sua fu a tutti gli effetti una fuga, e non una partenza. Diego appariva come un ragazzo molto aperto e spigliato davanti alle telecamere, ma era in realtà piuttosto timido e riservato, per cui i saluti ai compagni credo gli sarebbero costati troppo.

 

Personalmente sono convinto che l’eliminazione della nostra nazionale, proprio da parte della sua Argentina, nel corso dei mondiali di Italia ‘90 che si erano svolti pochi mesi prima, avesse determinato un certo accanimento nei suoi confronti. La sua presenza oramai dava fastidio. Altrimenti non si spiegherebbe tanta fretta nell’andare via».

 

Se avesse avuto l’opportunità di parlare un’ultima volta con Maradona, cosa gli avrebbe detto?

«Sentirlo al telefono era un’impresa. C’erano troppi filtri. Io avevo sue notizie tramite Ciro Ferrara, mio amico ed uno dei pochi con i quali Diego manteneva contatti più frequenti. Ma se avessi potuto comunicare con lui di persona avremmo senz’altro chiacchierato a lungo, e gli avrei chiesto certamente con che cosa stesse combattendo dentro di sé, cosa lo tormentasse, al punto da allontanarlo, talvolta, anche da chi gli voleva bene».

 

Di Giovanni Aiello

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