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Intervista a Paolo Ascierto, lo scienziato che ha sfidato il virus

Intervista a Paolo Ascierto

L’oncologo Paolo Ascierto fa il punto sull’attuale situazione dei contagi. «Serve ancora essere prudenti. Ma questa esperienza ci ha resi più forti».

 

Eravamo appena agli inizi della quarantena quando una notorietà improvvisa lo ha letteralmente consacrato agli occhi degli italiani, rendendolo nel giro di poche settimane un simbolo della lotta al coronavirus.

 

Ma Paolo Ascierto, prima di essere un eroe popolare, è soprattutto un medico di livello internazionale. Dirige infatti l’unità di Oncologia Melanoma, Immunoterapia Oncologica e Terapie Innovative dell’Istituto dei tumori Pascale di Napoli, ed è stato recentemente indicato quale primo oncologo al mondo dal prestigioso sito americano Expertscape.com, che ha valutato sia la qualità che l’impatto del suo lavoro, confrontandolo con quello di altri 65mila esperti.

 

Per i non scienziati però, Paolo Ascierto rimane sempre il “dottore” che ha avuto il coraggio sfidare i gravi sintomi della malattia mettendo a punto un protocollo terapeutico alternativo, da alcuni ingiustamente contestato, ma poi ben presto approvato dalla Aifa (Agenzia Italiana del Farmaco), e che oggi si stima abbia già avuto risultati efficaci su quasi quattromila pazienti.

 

Non a caso, insieme ai riconoscimenti scientifici, sono arrivate per lui anche tante testimonianze d’affetto dalla società civile, come il ritratto che gli ha dedicato lo street artist napoletano Jorit, il pastorello realizzato dai maestri di San Gregorio Armeno e finanche un documentario presentato al Giffoni Film Festival, che ne ripercorre la vicenda personale e il suo impegno anti-contagio.

 

Per questo anche noi di Agorà Magazine abbiamo voluto chiedere a Paolo Ascierto come considera il momento che stiamo attraversando, e come potremmo fare per superarlo bene e più in fretta possibile.

 

Dottor Ascierto, a settembre abbiamo già assistito a un‘impennata dei contagi, dei quali molti sono quelli cosiddetti di ritorno. In quale fase della pandemia ci troviamo adesso?

«Il virus è ancora pericoloso ed è ancora importante essere prudenti. I sacrifici fatti durante il lockdown sono stati ripagati dalla diminuzione dei contagi che abbiamo apprezzato a giugno. Sappiamo però che i numeri ora sono in crescente aumento e che il virus può essere pericoloso e purtroppo imprevedibile, quindi bisogna continuare a prestare attenzione e non sottovalutarlo».

 

Si osserva anche un abbassamento dell’età media, come mai? É giusto dire che il virus oggi è meno aggressivo?

«No, il virus non è cambiato, è sempre lo stesso. Quello che è cambiata è l’età media dei contagi. Ma per fortuna i giovani, presentando meno comorbidità (la coesistenza di più patologie in uno stesso individuo, ndr) ed un sistema immunitario più forte, vanno incontro a meno complicanze da SARS-COV-2».

 

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La temuta seconda ondata secondo lei ci sarà? Quanto è importante uno screening a tappeto della popolazione con tamponi e test sierologici

«Sapere se ci sarà una seconda ondata non è al momento prevedibile. Tuttavia è probabile che, se continueremo a vivere come se il virus non circolasse intorno a noi, senza adottare le adeguate misure di protezione (mascherine, igienizzazione delle mani, distanziamento), la cosa potrebbe verificarsi. Lo screening è fondamentale, sia per isolare i cittadini infetti e potenzialmente contagianti, sia per valutare l’immunizzazione di massa».

 

Come valuta la gestione della riapertura delle scuole, e quanto inciderà nell’attuale scenario? E in che modo si sarebbero dovuti integrare gli attuali protocolli? Pensiamo alla misurazione della temperatura o all’obbligo della mascherina o ai banchi monoposto.

«Investire sul futuro dei giovani e sulla cultura rappresenta la miglior cosa che possiamo fare. Nonostante ciò potrebbero verificarsi dei focolai e dei casi. A quel punto non dovremo avere timore di chiudere le scuole più a rischio e mettere in sicurezza i nostri ragazzi. La responsabilità civile di ognuno non deve venire a mancare in questa fase. Ripeto: distanziamento (anche tra i banchi), igienizzazione, misurazione della temperatura corporea e utilizzo della mascherina sono le uniche armi che abbiamo a disposizione attualmente per contenere l’infezione, ed è indispensabile metterle in atto, tanto più nelle scuole».

 

Lei come imposterebbe una strategia anti – contagio da questo momento in poi per evitare altre chiusure?

«Abbiamo visto che, con la riapertura del tre giugno, nonostante la vita sia ripresa, con il riavvio di tante attività, il numero di contagi si è mantenuto basso. Questo significa che le cosiddette norme anti-COVID sono utili e fondamentali per la convivenza col virus».

 

A che punto è la messa a punto del vaccino?

«Ci stiamo lavorando. Sono molti i farmaci in fase di sperimentazione. Il percorso tuttavia è lungo ed è necessario fare tutte le valutazioni di sicurezza ed efficacia prima di poter dire di aver trovato il vaccino giusto».

 

Molti però ne temono gli eventuali effetti collaterali. Sono preoccupazioni giustificate?

«Ogni vaccino può avere effetti collaterali, talvolta imprevedibili. Per questo è fondamentale attraversare con pazienza ogni fase di studio, per minimizzare al massimo questi rischi».

 

 

A questo proposito, per ottenere i risultati sperimentali sarà indispensabile la piena collaborazione fra i medici e i ricercatori coinvolti. Che cosa pensa quindi del dibattito mediatico con alcuni suoi colleghi, che in certi casi è stato anche spiacevole?

«Il confronto per me ha senso solo quando c’è la disponibilità a mettere in dubbio le proprie convinzioni, e se l’obiettivo è quello di rispondere a quesiti lasciati ancora aperti. In caso contrario risulta sterile».

 

Cosa si potrebbe fare in futuro per evitare altri scenari simili alla pandemia che stiamo attraversando adesso?

«Le pandemie purtroppo rappresenteranno le emergenze del futuro. É necessario creare delle task force permanenti per fronteggiare tempestivamente la diffusione di una probabile infezione, adottando decisioni immediate e sicure. Purtroppo con la SARS-COV-2 non siamo stati pronti. Di certo l’esperienza, le armi scientifiche a nostra disposizione, la tecnologia e la comunicazione ci permetteranno nel tempo di essere sempre più efficaci».

 

Di Giovanni Aiello

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