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I mille volti di Jorit Agoch. «Viaggio nei Bronx d’Italia»

L’artista napoletano che dipinge i muri delle periferie di tutto il mondo si racconta tra simboli culturali e istanze sociali. «Il senso? E’ l’arte di frontiera».

Di Francesca Saccenti 

Non è facile riuscire a capire cosa stia pensando Jorit Agoch quando alza lo sguardo per raccontarti della sua vita, di fronte all’immagine del suo Che Guevara dipinta sulle facciate di un palazzo di San Giovanni a Teduccio. Quello che dice è quasi inafferrabile come un’ombra, come un sogno, di quelli che quando ti svegli la mattina ti lasciano qualcosa ma non ricordi perfettamente cosa. Ti stampano un’impronta senza comprenderne il perché. L’artista napoletano di madre olandese, 110 e lode all’Accademia delle Belle Arti di Napoli, è celebre in tutto il mondo per i suoi graffiti che mettono in scena il volto umano con tutte le sue sfumature. Un volto ‘tagliato’ da strisce di colore che rimandano al rituale della scarnificazione, passaggio dall’infanzia all’età adulta che si consacra con il legame di appartenenza alla tribù. Tra uno sguardo posato sul murales, due palleggi con i bambini del quartiere – giura di averne fatti 770 in presenza di un testimone – e spruzzi di bombolette spray per cancellare le croci celtiche con i nomi di Mao e Lenin, mi consegna l’immagine di un ragazzo, un artista di 27 anni che cerca di dare un senso alla sua vita nobilitando i Bronx d’Italia. 

 

Quando è iniziato tutto? 

Sono nato e cresciuto a Quarto, la mia infanzia è stata normale e felice. A 13 anni ho preso la mia prima bomboletta spray in mano ed ho iniziato a scrivere il mio nome ovunque perché non avevo nulla da fare. Poi con il tempo qualcosa è cambiato, gli scarabocchi si sono trasformati in ritratti.  

 

La chiamano street artista lei piace questa etichetta, questa definizione? 

No, io mi sento un graffiti artist. 

 

Quale è la differenza? 

Il 90% della street art si basa sulla decorazione, dietro non c’è nulla. Nessun significato, nessun racconto, solo il desiderio di rappresentare su palazzi e muri dei disegni svuotati di qualsiasi senso. Poi c’è l’arte di Banksy ed Obey, ma la loro è un’altra storia. 

 

La periferia è la sua tela, crede che il suo lavoro possa aiutare questi spazi a redimersi dalla situazione di svantaggio da cui partono? 

Io ci provo, ma non ho la presunzione di pensare che quello che faccio possa cambiare le cose. Vengo dalla periferia e faccio del mio meglio per esprimere con un’immagine quello che vedono i miei occhi, quello che immaginano. 

 

Al centro delle sue opere ci sono personaggi noti che prendono vita. C’è MaradonaChe Guevara, San Gennaro, Ael ‘una scugnizella napoletana’, simboli culturali, perché questa scelta? 

I volti, che siano reali o di fantasia, trasmettono qualcosa di particolare, qualcosa di molto forte. Quando noi parliamo ci guardiamo in faccia, ci riflettiamo nei volti. È il nostro modo di comunicare, è il tassello fondamentale dell’essere umano, attraverso gli occhi e le espressioni ci proiettiamo negli altri quasi come se stessimo guardando noi stessi in uno specchio.  

 

Quando entri a Forcella ad accoglierti c’è San Gennaro. 

Il mio San Gennaro non è un santo, è un operaio. È il mio carrozziere che racconta un culto profondamente radicato, traccia un legame di appartenenza tra me e la mia città. 

 

Come Pasolini che ha fatto diventare un ragazzo di borgata, Franco Citti, un personaggio della mitologia greca nel film Edipo re? 

Esatto, o come Caravaggio in arte che prendeva le prostitute e le rendeva personaggi biblici. Fare santo il popolo è un messaggio che mi interessa. 

 

Poi c’è Fedez 

Quando ho realizzato il suo murales lui era molto seguito, lanciava anche dei messaggi e delle istanze importanti. Adesso è diventato l’opposto di qualsiasi cosa possa pensare. 

 

Il 28 luglio a Betlemme è stato arrestato mentre ritraeva su un muro della Cisgiordania il volto dell’attivista palestinese Ahed Tamimi, cosa ricorda di quel giorno? 

Non appena ho finito il ritratto sono arrivati i militari su un tanque, avevano degli M16 puntati contro di noi. È stato un attacco, un ordine dall’alto, non so cosa pensare. Quello che ha fatto la polizia è illegittimo, è entrata in un territorio che non era il suo contro qualsiasi accordo internazionale, hanno violato più di cento risoluzioni Onu. Dopo 24 ore, di cui tre di interrogatorio, sono stato rilasciato, ma non posso più metterci piede per 10 anni altrimenti mi arrestano. 

 

Cosa la spinge a rischiare così tanto? 

Tu mi chiedi perché lo faccio, perché non me ne sto a casa. Il ribellismo fine a se stesso non mi piace, non ha senso. Cerco di tracciare un legame di appartenenza tra me e le mie opere, tra me e la mia città. E poi questa è l’unica cosa che so fare, che voglio fare, in grado di dare un senso alla mia vita.

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