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Coronavirus. Uno specchio, non un virus.

Archiviati baci e abbracci. Addio alle strette di mano. Gesti irresponsabili o rivoluzionari nell’era del Coronavirus. Oggi è a più di un metro la misura della nuova socialità e gli slanci emotivi? Una minaccia.

 

La distanza di sicurezza ha un nome: “droplet” e stavolta non è una scelta. Magari inconscia.

I muri invisibili tra noi e gli altri ormai sono sanciti per decreto ministeriale. Nero su bianco.

 

Come in Cecità di Saramago ci siamo svegliati tutti ciechi, menomati della nostra comfort zone, quella che ci consente di toccare senza paura il mondo circostante. E le persone. E vallo a spiegare a noi napoletani che parliamo con le mani. Che vicini vicini, è meglio. Che la prossimità è già una dichiarazione di fiducia, di amore verso l’altro. Un modo di vivere, prima che di comunicare.

 

E allora c’è chi reagisce con ironia, quella anche tipica dei napoletani. Chi, invece, si sente più solo nel deserto di emozioni quotidiano. Tutti, con lo spavento di una vita messa in pausa.

 

Una pausa emotiva, relazionale, economica. Lo sport si vede solo in tv. Stop ai banchi di scuola per almeno 15 giorni. Mentre per un mese si sospendono gli spettacoli. The show must go on. O forse no.

 

Eccoci all’improvviso in questo mondo qui, asettico, controllato, a porte chiuse. Che ci costringe a guardare allo specchio le monadi che siamo sempre state. E ora il virtuale, eccola lì la nostra salvezza.

 

Senza colpa ricerchiamo quella socialità dietro lo schermo da cui siamo sempre stati attratti ma che tante volte ci eravamo trovati a criticare. Che magari ora, sì, una funzione ce l’ha. E-learning, il telelavoro, le messe in streaming. Utili, sì, ma non abbastanza. Ci scopriamo a volere dell’altro. Ad aspettare quel qualcosa in più. Che avevamo o forse mai veramente avuto. Ma che ora desideriamo, quasi con angoscia.

Come in ogni pausa che si rispetti, ci vorrà del tempo ma torneremo a toccare il mondo senza ansia. Sarà, così d’improvviso che ci risveglieremo, come in Cecità. Spero, non con la stessa indifferenza dei “ciechi che, pur vedendo, non vedono”.

E allora approfittiamone per rivolgere prima lo sguardo in questo specchio.

E magari torneremo a guardarci, a riappropriarci delle nostre consapevolezze.

Del valore di ogni singola parola, di ogni gesto.

Del valore degli abbracci. Anche di quelli perduti.

 

Di Emanuela Vernetti

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