Home / Articles Posted by Gabriella Giglio

Il 14 febbraio si celebra San Valentino, la festa degli Innamorati.

L’originale festività religiosa prende il nome dal santo e martire cristiano Valentino  e venne istituita nel 496 da papa Gelasio I, andando a sostituirsi alla festa pagana dei lupercalia, dove venivano proposti riti di natura ancestrale legati alla sfera più antica e primordiale della sessualità umana. Secondo la leggenda il Santo offrì ad una giovane nullatenente una somma di denaro per acquistare la dote e potersi sposare, evitando una malaugurata fine.

 

Da qui la tradizione di offrire un dono alle ragazze il giorno degli Innamorati.

Dal mondo anglosassone e dal loro spirito imprenditoriale agli inizi del XX secolo arriva la tradizione di scambiarsi biglietti d’auguri.

 

Tale ricorrenza ricopre, ormai, una forte valenza commerciale. Lo si vede dalle pubblicità, che, già da fine gennaio, martellano gli avventori.

Come tutte le cose dobbiamo prenderne lo spirito positivo e tralasciarne gli aspetti eccessivi.

Molte persone sostengono che sia una festa riservata ai giovani o alle coppie fresche di fidanzamento. E chi l’ha detto? Certo la novità e l’impeto della gioventù sono una forte spinta a celebrare l’innamoramento, ma non c’è età per amare. Quindi festeggiamo pure.

 

 

Cosa fare e non fare?

Innanzitutto, non dimenticarsene. Anche i meno tradizionalisti e più distaccati devono fare uno sforzo se il partner ci tiene. Soprattutto le ragazze tengono molto a questo appuntamento, a volte tanto desiderato. A loro va la raccomandazione di festeggiare l’occasione per amore e non per chiacchierarne il giorno dopo con le amiche.

Parimenti, se il vostro lui se ne dimenticasse non è il caso di crocifiggerlo, ci sono delitti peggiori. Pochi, ma ci sono.

 

Il regalo da preferire è un omaggio floreale, assolutamente accompagnato da un biglietto.

Da quelli prestampati ad un semplice cartoncino, personalizziamo il messaggio.

Prestiamo attenzione ai fiori che inviamo. Secondo il linguaggio degli stessi alcuni comunicano passione, amore, raffinatezza, altri sentimenti diversi. Optiamo per fasci monocolore.

Le rose sono da prediligere. Quelle rosse sono da inviare in numero dispari o a dozzine.

Si possono realizzare bouquet graziosi anche senza spendere un capitale.

 

Organizziamo una serata sul luogo del primo incontro, per esempio. Non lesiniamo sul romanticismo.

Pensiamo anche ad una sorpresa, sempre senza mettere in imbarazzo l’altro.

Non facciamo doni troppo costosi che possano mettere in difficoltà. Il bon ton dice che la scelta di un regalo parte dal cuore, non dal portafoglio. Sebbene l’avarizia non sia chic.

Parimenti, non facciamo una faccia inorridita se il dono non ci piace.

Assolutamente non ricicliamo i regali.

 

Mi permetto di indicare un’eccezione per un gioiello di famiglia. In quel caso, oltre il valore intrinseco dell’oggetto, offrirete tradizioni e ricordi: un modo prezioso e intimo di comunicare alla propria metà quanto sia importante la condivisione per noi.

 

Di Gabriella Giglio.

Le origini della mancia

La mancia è un atto di ringraziamento per una particolare solerzia o gentilezza che si è ricevuta, che va oltre la normale accuratezza dovuta nello svolgimento del servizio richiesto.
Per le origini della mancia bisogna risalire al Medioevo in Francia, quando le giovani dame usavano lasciare in omaggio ai cavalieri un pezzo della manche della loro veste, la manica appunto, come segno di apprezzamento delle attenzioni ricevute.
In seguito, l’usanza di lasciare la mancia si è diffusa all’epoca in cui alla servitù erano riconosciuti solo il vitto e l’alloggio e un abito nuovo all’anno. La mancia, appunto, serviva a sostituire le maniche dell’abito, ossia la parte che più facilmente si sciupava.
Il riconoscere una regalia, come altre attività del saper stare in società, sottostà a regole precise che possono variare da Paese a Paese.
La mancia non è obbligatoria in Italia, anche se molto gradita. In Giappone è ritenuta offensiva, mentre negli USA è richiesta palesemente, perché, spesso, è la remunerazione del cameriere.

 

Come elargire la mancia

Nell’elargirla ricordiamoci di portare rispetto a chi la riceve. Non stiamo facendo l’elemosina, quindi evitiamo gesti plateali o l’eccessiva confidenza.
Mostriamo, piuttosto, solidarietà con chi svolge lavori umili o durissimi.
A chi va elargita? Camerieri, facchini, personale delle pulizie, lavoranti dal parrucchiere, ai tassisti, al portiere dello stabile, ai fattorini delle consegne.
Alle infermiere o al personale in ospedale anche.
Quando si è ospiti in casa d’altri si lascia al personale di servizio, quando, come dicevamo, hanno avuto una particolare cura per noi. Si dona in busta chiusa prima della partenza.
Se si è ospiti abituali si offre anche a Natale.
Nei negozi, invece, non si destina al titolare dell’attività, sia parrucchiere che estetista, ma solo al personale.

 

Quanto elargire di mancia

Stabilire quanto si dovuto è una vera e propria arte.
Nei locali di buon livello si usa il dieci per cento, mentre nelle trattorie si arrotonda il conto di cinque, sei euro.
Se è un locale o un albergo dove si pensa di ritornare può essere utile lasciarla, per fare sì che al nostro ritorno ci assicurino lo stesso buon trattamento.
Al contrario, nel caso di forte insoddisfazione per un servizio assente o scadente, si possono lasciare pochi centesimi accanto al conto.
Un’ultima curiosità. In Francia la mancia si chiama pourboir, perché veniva data ai conducenti delle carrozze che usavano il denaro per acquistarsi da bere per riscaldarsi in attesa del ritorno dei signori.

 

Di Gabriella Giglio