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Ambienti Covid-free. La sperimentazione al Secondo Policlinico

UV

Si testa per la prima volta in Italia, direttamente negli ambienti ospedalieri, una nuova tecnologia basata su luce UV allo xeno che promette di abbattere i rischi di contagio da Coronavirus.

 

Una delle fondamentali esigenze in questo periodo è quella della sanificazione degli ambienti. Che si tratti degli edifici pubblici, dei luoghi di lavoro o dei mezzi di trasporto, sono già diverse le aziende coinvolte e i metodi utilizzati: dalla ionizzazione, alla ozonizzazione, fino al plasma freddo (con plasma si fa riferimento all’aria e non alla terapia sulle persone, ndr).

 

La sperimentazione

In questo variegato panorama si inserisce anche la sperimentazione avviata in collaborazione fra l’Università Federico II di Napoli e l’azienda campana Sams sanificazioni per ambienti sicuri, per testare un nuovo trattamento con lampade con luce UV allo xeno. Il percorso di raccolta dati e di studio, che si svolge al Secondo Policlinico, è guidato dalla professoressa Maria Triassi, ordinaria della cattedra di ‘Igiene generale e applicata del Dipartimento di Sanità pubblica presso l’Azienda ospedaliera’, mentre la Sams ha fornito gratuitamente all’Università le apparecchiature oggetto delle prove.

«L’affidabilità di questa tecnologia in realtà è ben conosciuta – ci spiega Giovanni Gentile, amministratore delegato della Sams – tanto che in Russia, Paese in cui è stato messo a punto il brevetto, il ministero della Salute ha già concluso vari test e ha dato il via libera.

 

La sperimentazione attualmente in corso al Policlinico però è del tutto inedita, perché si svolge per la prima volta non solo all’interno dei laboratori, ma direttamente negli ambienti ospedalieri in cui avvengono i ricoveri, con l’intento di verificare e documentare con la massima cura l’uso di questo metodo, proprio lì dove potrebbe dimostrarsi più utile».

 

Il gruppo di lavoro della professoressa Triassi infatti sta utilizzando il nuovo tipo di irradiazione con cadenza settimanale e in diverse condizioni, operando su superfici contaminate artificialmente, ma soprattutto nei reparti in cui, ad esempio, hanno soggiornato i pazienti con coronavirus.

 

Mettendo poi a confronto i campioni prelevati da quegli ambienti prima delle sanificazioni con i dati acquisiti al termine dei vari trattamenti, sia tradizionali che con luce UV allo xeno, è possibile di volta in volta ottenere preziose informazioni sull’eventuale valore aggiunto di questa metodica, che agendo sul DNA degli agenti patogeni dovrebbe rivelarsi particolarmente efficace.

 

 

Disinfenzioni no-touch

«I dispositivi originariamente sono stati pensati dai tecnici col preciso scopo di sanificare in modo perfetto le sale operatorie – aggiunge ancora Gentile -, quindi la loro resa in altri contesti, come potrebbero essere i cinema o i centri commerciali, sarebbe più che assicurata. Inoltre – prosegue l’amministratore delegato – le disinfezioni cosiddette “no-touch (ovvero che si effettuano in automatico, senza necessità di intervenire a contatto diretto con le superfici da igienizzare, ndr), non essendo affidate a persone in carne ed ossa, bensì a macchine, offrono svariati vantaggi, quali la copertura totale degli ambienti, l’esclusione di agenti chimici potenzialmente dannosi e la certezza documentabile del servizio. In più permettono di accedere in tempi brevissimi agli spazi appena sanificati e garantiscono un esito che, secondo i valori già a nostra disposizione, si avvicina al cento per cento contro tutti i microrganismi».

 

Al termine della sperimentazione, che avverrà nel corso di giugno, l’obiettivo è quello di approntare un servizio di sanificazione innovativo e certificato. «Noi vorremmo creare quanto prima una rete di “sanificatori di fiducia” – conclude Gentile -, che sia attrezzata al meglio per fare fronte alle esigenze dei vari settori, anche in altre regioni d’Italia».

 

Di Giovanni Aiello

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