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Paolo Giulierini: «Il MANN? Non un museo ma un’ agorà»

Di Rosaria La Rocca

Il direttore del Museo Archeologico di Napoli è stato menzionato da Artribune come ‘Miglior direttore d’Italia’ per la sua capacità di reinterpretare l’antico in chiave moderna. «Il Mann un luogo di incontro e l’arte è l’elemento aggregante».

Sul podio dell’arte si parla napoletano, o quasi. A scalare la classifica stilata da Artribune come ‘Miglior direttore dell’anno’ è Paolo Giulierini, toscano di nascita, napoletano d’adozione, direttore del  Museo Archeologico Nazionale di Napoli (MANN) che già nel 2017 aveva conquistato il titolo di ‘Miglior museo italiano’.

«È una profonda gratificazione per me e il mio staff. Vuol dire – spiega Giulierini – che la nostra esperienza di gestione sta percorrendo la strada giusta».

E in effetti ad aver convinto Artribune è stata proprio la capacità del direttore di “riattivare in chiave contemporanea l’antico è una sfida difficile e importante e il Direttore sta portando avanti con grande audacia un programma di modernizzazione, esemplare per istituzioni analoghe” si legge nelle motivazioni.

D’altra parte è innegabile la profonda trasformazione che ha vissuto il Museo archeologico cittadino negli ultimi anni.

Consapevole della grande eredità avuta in gestione e con una precisa visione manageriale, dal 2015 il direttore persegue con grande tenacia un lavoro che se dal un lato conferma il MANN come uno dei custodi più importanti dell’arte classica in Italia e nel mondo, dall’altro lato, sta conquistando l’immagine di un museo all’avanguardia.

Rinnovare l’identità del museo è il principio cardine della sua gestione «partendo dalla definizione di un piano strategico, per il quale il MANN è indicato come uno dei primi musei statali autonomi a dotarsi di uno strumento di programmazione pluriennale» aggiunge il direttore Paolo Giulierini. «Stiamo lavorando alla restituzione di un’identità ad un luogo che riprende quell’autonomia e quella personalità che per circa un secolo era stata offuscata».

In un contesto ancora fortemente tradizionale, nell’ambito della tutela dei beni culturali lei sostiene concetti come l’innovazione e l’avanguardia. Qual è la sua idea di museo?

Il museo dovrebbe essere riconosciuto come luogo di presidio definito dall’identità culturale e cittadina. E, se per un attimo volgiamo lo sguardo al mondo classico quando l’agorà era il cuore pulsante della polis, oggi, il museo potrebbe essere inteso un luogo di incontro dove l’arte è l’elemento di aggregazione.

Per la sua millenaria collezione il MANN si definisce museo “antico”, mentre la gestione naviga verso la sua modernizzazione. In che modo sta provando a conciliare questi due aspetti?

La sfida più importante è proprio quella di creare un legame tra l’antico e il contemporaneo. Come è possibile questo? Parlando del presente e del futuro attraverso l’arte del passato. A tal proposito mi piace ricordare la mostra MANN@Hero – Gli eroi del mito dell’antichità a Star Wars che il museo ha ospitato dal 4 maggio al 31 luglio 2018. Abbiamo piacevolmente appurato che la saga di Star Wars si ispira alla mitologia e ai valori delle civiltà antiche, e alcuni temi come il lato oscuro, la luce, gli eroi si riflettono in molte opere d’arte esposte nel nostro museo. La correlazione tra l’antico e il moderno è stata stabilita avvalendoci anche delle forti capacità comunicative insite nei nuovi linguaggi del mondo digitale. Un esempio è il videogioco Father and Son, per il quale oggi è il primo museo al mondo ad aver creato un videogioco.

Volendo fare un bilancio dal 2015 ad oggi, quali sono stati per lei gli esiti positivi?

Oggi tra il museo e la città si avverte un rapporto ben più saldo di prima. Un obiettivo dunque che abbiamo ottenuto lavorando sul tema dell’accessibilità del pubblico sia dal punto di vista fisico e sia cognitivo, e credo che una conferma arrivi proprio dai numeri: nel 2018 abbiamo raggiunto la soglia di 600mila visitatori. Nel 2019 il MANN ha recuperato il 40% delle sue collezione con la riapertura al pubblico di nuove sezioni, sperando di riportarlo presto a circa 100 anni fa quando per l’immensità del suo patrimonio artistico viveva la sua massima espansione. Infine, ma non per ultimo i rapporti che stanno diventando sempre più forti con l’estero. La nostra strategia prevede non più un rapporto passivo di semplice ente prestatore, bensì un rapporto attivo e propositivo.

Momenti importanti si sono susseguiti in questi anni ma cosa ha rappresentato l’arrivo della Testa del cavallo Carafa al MANN?

L’opera di Donatello, posta all’ingresso del museo, simboleggia il periodo del Rinascimento a Napoli e conferma l’attenzione che Napoli ebbe verso l’antico e i suoi valori prima dell’arrivo del re Carlo di Borbone. Il MANN dunque guadagna almeno due secoli di riflessioni sul mondo classico. Proprio per questo motivo che la Testa del cavallo Carafa sarà a Matera, capitale della cultura nel 2019, come protagonista indiscussa della prima mostra dedicata al rinascimento nel Meridione. È un momento importante perché conferma che Napoli progressivamente anche attraverso il nostro lavoro sta recuperando quella centralità culturale che ha avuto fino alla fine del ‘700.

Cosa succederà in questo 2019?

Sarà un anno importante per il MANN. Abbiamo in serbo grandi mostre su Canova, gli Assiri fino a Thalassa. Apriremo delle nuove sezioni, una dedicata alla Magna Grecia e un’altra alla Preistoria. E nuovi spazi rientreranno nel percorso espositivo come il terzo giardino della Vanella. Il nostro lavoro continua!

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