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Gran Caffè Gambrinus, 150 di storia e di sapori napoletani

di Valeria Sannino

Massimiliano Rosati, titolare dello storico locale, racconta le origini e gli aneddoti del più noto caffè letterario d’Italia che ancora oggi continua a innovarsi. «Ecco il Cafè Chantant dei tempi moderni».

 

Per chi visita Napoli, la canonica “tazzulella ‘e cafè” è da gustare almeno una volta al Gran Caffè Gambrinus. Incastonato tra Piazza del Plebiscito con il suo Palazzo Reale e il Teatro di San Carlo, è una tappa obblig ata per chi voglia godersi il sapore di Napoli. Un sapore che sa di storia. Il Gambrinus è infatti uno dei più riusciti esempi in Italia di caffè letterario di ispirazione europea. Apre i battenti proprio durante l’Unità d’Italia, quando nel 1860, al piano terra del palazzo della Foresteria (che oggi ospita la sede della Prefettura) viene aperto il Gran Caffè. In breve tempo diventa il salotto per eccellenza della città grazie alla maestria dei pasticceri e baristi che lì operavano e che valse in poco tempo il riconoscimento per decreto di ‘Fornitore ufficiale della Real Casa’, onoreficenza tributata dai Borbone solo ai migliori fornitori del Regno delle due Sicilie. Tra le sale decorate con i marmi di Jenny e Fiore, gli stucchi del Bocchetta e le tappezzerie del Porcelli, abbiamo intervistato Massimiliano Rosati, titolare dello storico locale napoletano.
Un tempo il Gambrinus era chiamato anche Caffè delle sette porte…
Prima di essere Gambrinus, l’ultimo tratto di questi locali era occupato da una libreria e aveva diverse aperture, addirittura sette porte, da lì deriva questa connotazione. Poi gli spazi si sono ampliati notevolmente, anche più larghi di come sono oggi.

Curioso che la storica caffetteria napoletana abbia poi preso il nome del re della birra, Gambrinus, come mai?
Poco prima dell’Unità d’Italia, il locale non aveva un’identità precisa e si chiamava solo Gran Caffè. Poi nel 1885, per scongiurarne la chiusura, il secondo proprietario Mariano Vacca ne affida la ristrutturazione all’architetto Antonio Curri (lo stesso che ha svolto i lavori all’interno della Galleria Umberto). Diventa una brasserie e per promuovere il marchio della birra Peroni si cambia il nome in Gran Caffè Gambrinus che evoca il nome del leggendario re delle Fiandre, inventore della birra. L’idea era quella di fondere le due più famose bevande d’Europe: la birra, bionda, fredda, nordica con il caffè, scuro, caldo, tipicamente meridionale.

Un esperimento riuscito…
Insieme al Salone Margherita il Gambrinus diventa uno dei ritrovi più frequentati dalla nobiltà napoletana. A Napoli in quel periodo inizia a crearsi il fermento della Belle Epoque. Ed è proprio all’inizio del ‘900 che si trasforma da un semplice locale a un simbolo. Il 1890 può essere considerata una data importante. Un vero spartiacque. È anche uno dei primi locali a dotarsi di illuminazione elettrica.

E poi?
Nel 1973, quando lo rileva mio nonno, Piazza del Plebiscito era solo un parcheggio e il Gambrinus era un locale malandato frequentato solo dagli autisti dei pullman di passaggio. Con il recupero della piazza e con la rinascita di Napoli, questo posto si è trasformato di nuovo in un luogo identificativo e iconico.

In che modo?
Oggi la visione imprenditoriale è cambiata, dobbiamo stare al passo con i tempi. Abbiamo lo shop on line, organizziamo tante presentazioni di libri e siamo promotori di tante iniziative.
Noi non dimentichiamo la nostra storia. Qui c’era il Cafè Chantant, era un luogo di incontro e di divertimento animato da ballerine e pianisti, un caffè letterario vivo. Per questo anche oggi ci teniamo che i nostri clienti non identifichino questo luogo, per la sua storicità, quasi come un ambiente da biblioteca, di cui avere soggezione, ma anzi come un punto di riferimento di ritrovo per chiacchierare o anche solo leggere o scrivere. Un luogo di aggregazione insomma ad esempio nelle ricorrenze importanti come Natale e Pasqua ci piace regalare degli enormi dolci tradizionali come la cassata, la pastiera: è il nostro modo di fare gli auguri ai nostri clienti.

E il Caffè Gambrinus anche in passato ha avuto tantissimi ospiti illustri..
Ci sono passati tutti. Il più internazionale è stato lo scrittore Oscar Wilde che quando fu esiliato trascorreva qui molto tempo, ma anche Matilde Serao, la giornalista de Il Mattino oppure Hemingway erano degli assidui frequentatori del Caffè più rinomato della città. Questo luogo era il Google di fine ‘900, un vero primo motore di ricerca degli anni passati, perché si cercavano qui le notizie cittadine proprio come all’interno dell’agorà romana.

Anche oggi questo luogo rimane uno dei più amati da artisti e scrittori.
Qui Maurizio Di Giovanni ha scritto I bastardi di Pizzofalcone ma anche alcuni episodi de Il commissario Ricciardi. Chissà, forse così come oggi ricordiamo che Gabriele D’Annunzio ha scritto qui da noi la poesia ‘A vucchella, poi ricorderemo lo scrittore Maurizio Di Giovanni come il D’Annunzio del XXI secolo.

Siamo curiosi. Un altro aneddoto relativo ai vostri ospiti più illustri?
Il Gran Caffè Gambrinus è tappa fissa dei vari Presidenti della Repubblica in visita a Napoli. Ed è proprio qui che Carlo Azeglio Ciampi ha speso qui i suoi primi euro per pagare il caffè nel 1 gennaio 2002. Noi in realtà gliel’avremmo voluto offrire ma lui rispose che avrebbe voluto pagare perché erano i primi euro spesi, all’epoca la moneta unica era stata appena introdotta. Un piccolo gesto in una data importante che noi ricordiamo con tanto orgoglio.

Ultima domanda doverosa: qual è il segreto del vostro famoso caffè?
Un segreto è un segreto. Il segreto del nostro caffè è un mistero, possiamo dire che di sicuro è merito di San Gennaro.

 

 

 

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