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Ogni vicolo e ogni angolo di Napoli ha qualcosa da raccontare, custodisce una storia. La maggior parte dei casi avvolta nel mistero. Napoli è infatti una delle città più esoteriche d’Italia. Qui, miti e leggende si mescolano alla memoria storica di una città che non annoia mai.
Che siate al centro storico o alla sanità, a Posillipo o ai Decumani, aguzzate la vista e l’orecchio per poter riuscire a carpire i mille segreti che la misteriosa Partenope svela solo a chi sappia apprezzarli.
Noi vi suggeriamo qualche dritta.

 

Chiesa delle Anime del Purgatorio ad Arco

Al numero 39 di via dei Tribunali sorge uno dei monumenti partenopei più significativi di Napoli, la Chiesa delle Anime del Purgatorio ad Arco meglio conosciuta come la Chiesa delle Capuzzelle o chiesa d’ ‘e cape ‘e morte, ossia i teschi, gli stessi che troviamo anche all’ingresso dell’edificio. È qui che si concentra il culto delle anime pezzentelle, ovvero le anime di quei defunti, fermi al Purgatorio in attesa di essere ammessi in Paradiso. E quale miglior modo di aiutarle se non quello di pregare per aiutarle a espiare i loro peccati?
Fu così che le persone iniziarono a scegliere una capuzzella, tra le tante abbandonate nelle catacombe o altrove, e a prendersene cura con preghiere e suppliche chiedendo in cambio anche qualche benedizione. La stessa chiesa, disposta su due livelli, riflette al suo interno la divisione tra il mondo dei vivi nella parte superiore e il mondo dei morti al piano inferiore. E al suo interno si trova la pezzentella più famosa, soprannominata Lucia, circondata da bigliettini pieni di preghiere e che è lì in attesa di poter ascoltare suppliche e desideri.

Cimitero delle Fontanelle

La chiesa delle anime del purgatorio ad Arco non è l’unico luogo dove si veneravano le anime pezzentelle. Camminando per le strade del quartiere Sanità, ci si imbatte in una luogo che ha in sé un misto tra il macabro e il fantastico. Entrare nel Cimitero delle Fontanelle equivale a una sorta di discesa negli Inferi, attraverso questa enorme grotta scavata nel tufo che si dilunga per 5 mila metri quadri, con ossa e teschi disseminati per tutta la galleria. Ossa e teschi che si conservano da quattro secoli e che appartengono a chi non aveva abbastanza denaro per permettersi una sepoltura, ma anche a tutte le vittime di pestilenze, rivolte popolari, eruzioni del Vesuvio e terremoti. Un vero e proprio ossario, la cui nascita si fa risalire al XVII secolo e dove le ossa anonime sono state riordinate, a partire dagli anni 70 dell’800. Tutti questi teschi poi sono stati adottati dalle persone. Ognuno sceglieva una capuzzella di cui prendersi cura e a cui rivolgere le proprie preghiere. Una tradizione che continua ancora oggi. Ecco perché vicino a ogni teschio si vedono bigliettini e fiori lasciati lì anche da qualche turista.

Tomba di Dracula

Si narra che a Napoli trovò posto per riposare in eterno anche Vlad Tepes III l’impalatore, principe di Valacchia – regione della Romania – conosciuto con il ben più famoso titolo di Conte Dracula, il personaggio protagonista del romanzo di Bram Stoker che si è ispirato proprio al conte Vlad, famoso per la sua crudeltà. Ebbene, pare che la tomba di Dracula si trovi proprio a Napoli, nel chiostro di Santa Maria Nova, all’interno del sarcofago del nobile napoletano Giacomo Antonio Ferrillo. A sostenerlo è stata una studentessa napoletana insieme a un gruppo di studiosi di Tallinn che nel 2014 hanno scoperto, su questa tomba, un’iscrizione con l’immagine di un drago, immagine legata senz’altro alla cultura slava. Sappiamo, inoltre che il conte Vlad apparteneva all’Ordine del Dragone, e che scomparve durante una battaglia contro i Turchi. Secondo la leggenda, Vlad fu fatto prigioniero a Costantinopoli e fu riscattato poi dalla figlia, la principessa Maria Balsa. La donna era fuggita a Napoli dove sposò appunto Giacomo Alfonso Ferrillo. E proprio lei avrebbe riscattato il padre dalla prigionia portandolo poi nel capoluogo partenopeo.

 

Palazzo Penne

C’è una strana leggenda che si racconta quando ci si trova davanti a Palazzo Penne, più noto come il Palazzo di Belzebù, che sorge in pieno centro storico, vicino largo dei Banchi Nuovi L’allora proprietario dell’edificio quattrocentesco, Giovanni Penne, ricco funzionario di Castel Nuovo, si era innamorato perdutamente di una donna molto bella che, in cambio del suo amore, gli aveva chiesto di erigere per lei un palazzo in una sola notte. L’unico modo che il giovane aveva, per soddisfare la richiesta, era quello di rivolgersi al diavolo. Belzebù gli chiese in cambio la sua anima e il giovane Penne accettò, ma c’era una clausola nel patto con il diavolo: il diavolo avrebbe ottenuto la sua anima solo se fosse riuscito a raccogliere tutti i chicchi di grano sparsi nel palazzo. Il diavolo eresse il palazzo e consegnò al giovane Penne tutti i chicchi. Ma all’appello ne mancavano cinque, gli stessi che il giovane Penne aveva intinto nella pece e che, per questo, erano rimasti attaccati agli artigli del diavolo che fu ingannato in questo modo e fu costretto a rinunciare all’anima di Giovanni Penne.

Palazzo Spinelli

Tutti a Napoli conoscono la storia del fantasma di Palazzo Spinelli e c’è chi giura di sentire ancora oggi, a volte, le sue urla. Costruito nel XV secolo e restaurato nel XVIII secolo dal duca di Laurino, Troiano Spinelli, il palazzo è l’unico ad avere un cortile di forma ellittica. Si racconta che quando l’edificio fu acquistato dal duca Spinelli, costui adottò una bellissima bambina, di nome Bianca, rimasta orfana. Una decisione che non piacque alla moglie Lorenza, gelosa delle attenzioni che il marito rivolgeva alla bimba. Ragion per cui la donna decise di prenderla al suo servizio come damigella per poterla controllare meglio. Un giorno il duca partì per andare in guerra e prima di andare via salutò la moglie e poi rivolse un tenero saluto alla bambina. Gesto che fece infuriare la donna che, dopo la partenza del duca, decise di far murare Bianca viva. La leggenda racconta che prima di essere murata, Bianca avrebbe pronunciato queste parole: «Famme pure mura’ viva, ma in allegrezza o in grannezza tu me vidarraje». E c’è chi giura di aver visto il fantasma di Bianca coperto da un velo nero o di averla sentita piangere per le scale.

Di Ludovica Criscitiello