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Ogni vicolo e ogni angolo di Napoli ha qualcosa da raccontare, custodisce una storia. La maggior parte dei casi avvolta nel mistero. Napoli è infatti una delle città più esoteriche d’Italia. Qui, miti e leggende si mescolano alla memoria storica di una città che non annoia mai.
Che siate al centro storico o alla sanità, a Posillipo o ai Decumani, aguzzate la vista e l’orecchio per poter riuscire a carpire i mille segreti che la misteriosa Partenope svela solo a chi sappia apprezzarli.
Noi vi suggeriamo qualche dritta.

 

Chiesa delle Anime del Purgatorio ad Arco

Al numero 39 di via dei Tribunali sorge uno dei monumenti partenopei più significativi di Napoli, la Chiesa delle Anime del Purgatorio ad Arco meglio conosciuta come la Chiesa delle Capuzzelle o chiesa d’ ‘e cape ‘e morte, ossia i teschi, gli stessi che troviamo anche all’ingresso dell’edificio. È qui che si concentra il culto delle anime pezzentelle, ovvero le anime di quei defunti, fermi al Purgatorio in attesa di essere ammessi in Paradiso. E quale miglior modo di aiutarle se non quello di pregare per aiutarle a espiare i loro peccati?
Fu così che le persone iniziarono a scegliere una capuzzella, tra le tante abbandonate nelle catacombe o altrove, e a prendersene cura con preghiere e suppliche chiedendo in cambio anche qualche benedizione. La stessa chiesa, disposta su due livelli, riflette al suo interno la divisione tra il mondo dei vivi nella parte superiore e il mondo dei morti al piano inferiore. E al suo interno si trova la pezzentella più famosa, soprannominata Lucia, circondata da bigliettini pieni di preghiere e che è lì in attesa di poter ascoltare suppliche e desideri.

Cimitero delle Fontanelle

La chiesa delle anime del purgatorio ad Arco non è l’unico luogo dove si veneravano le anime pezzentelle. Camminando per le strade del quartiere Sanità, ci si imbatte in una luogo che ha in sé un misto tra il macabro e il fantastico. Entrare nel Cimitero delle Fontanelle equivale a una sorta di discesa negli Inferi, attraverso questa enorme grotta scavata nel tufo che si dilunga per 5 mila metri quadri, con ossa e teschi disseminati per tutta la galleria. Ossa e teschi che si conservano da quattro secoli e che appartengono a chi non aveva abbastanza denaro per permettersi una sepoltura, ma anche a tutte le vittime di pestilenze, rivolte popolari, eruzioni del Vesuvio e terremoti. Un vero e proprio ossario, la cui nascita si fa risalire al XVII secolo e dove le ossa anonime sono state riordinate, a partire dagli anni 70 dell’800. Tutti questi teschi poi sono stati adottati dalle persone. Ognuno sceglieva una capuzzella di cui prendersi cura e a cui rivolgere le proprie preghiere. Una tradizione che continua ancora oggi. Ecco perché vicino a ogni teschio si vedono bigliettini e fiori lasciati lì anche da qualche turista.

Tomba di Dracula

Si narra che a Napoli trovò posto per riposare in eterno anche Vlad Tepes III l’impalatore, principe di Valacchia – regione della Romania – conosciuto con il ben più famoso titolo di Conte Dracula, il personaggio protagonista del romanzo di Bram Stoker che si è ispirato proprio al conte Vlad, famoso per la sua crudeltà. Ebbene, pare che la tomba di Dracula si trovi proprio a Napoli, nel chiostro di Santa Maria Nova, all’interno del sarcofago del nobile napoletano Giacomo Antonio Ferrillo. A sostenerlo è stata una studentessa napoletana insieme a un gruppo di studiosi di Tallinn che nel 2014 hanno scoperto, su questa tomba, un’iscrizione con l’immagine di un drago, immagine legata senz’altro alla cultura slava. Sappiamo, inoltre che il conte Vlad apparteneva all’Ordine del Dragone, e che scomparve durante una battaglia contro i Turchi. Secondo la leggenda, Vlad fu fatto prigioniero a Costantinopoli e fu riscattato poi dalla figlia, la principessa Maria Balsa. La donna era fuggita a Napoli dove sposò appunto Giacomo Alfonso Ferrillo. E proprio lei avrebbe riscattato il padre dalla prigionia portandolo poi nel capoluogo partenopeo.

 

Palazzo Penne

C’è una strana leggenda che si racconta quando ci si trova davanti a Palazzo Penne, più noto come il Palazzo di Belzebù, che sorge in pieno centro storico, vicino largo dei Banchi Nuovi L’allora proprietario dell’edificio quattrocentesco, Giovanni Penne, ricco funzionario di Castel Nuovo, si era innamorato perdutamente di una donna molto bella che, in cambio del suo amore, gli aveva chiesto di erigere per lei un palazzo in una sola notte. L’unico modo che il giovane aveva, per soddisfare la richiesta, era quello di rivolgersi al diavolo. Belzebù gli chiese in cambio la sua anima e il giovane Penne accettò, ma c’era una clausola nel patto con il diavolo: il diavolo avrebbe ottenuto la sua anima solo se fosse riuscito a raccogliere tutti i chicchi di grano sparsi nel palazzo. Il diavolo eresse il palazzo e consegnò al giovane Penne tutti i chicchi. Ma all’appello ne mancavano cinque, gli stessi che il giovane Penne aveva intinto nella pece e che, per questo, erano rimasti attaccati agli artigli del diavolo che fu ingannato in questo modo e fu costretto a rinunciare all’anima di Giovanni Penne.

Palazzo Spinelli

Tutti a Napoli conoscono la storia del fantasma di Palazzo Spinelli e c’è chi giura di sentire ancora oggi, a volte, le sue urla. Costruito nel XV secolo e restaurato nel XVIII secolo dal duca di Laurino, Troiano Spinelli, il palazzo è l’unico ad avere un cortile di forma ellittica. Si racconta che quando l’edificio fu acquistato dal duca Spinelli, costui adottò una bellissima bambina, di nome Bianca, rimasta orfana. Una decisione che non piacque alla moglie Lorenza, gelosa delle attenzioni che il marito rivolgeva alla bimba. Ragion per cui la donna decise di prenderla al suo servizio come damigella per poterla controllare meglio. Un giorno il duca partì per andare in guerra e prima di andare via salutò la moglie e poi rivolse un tenero saluto alla bambina. Gesto che fece infuriare la donna che, dopo la partenza del duca, decise di far murare Bianca viva. La leggenda racconta che prima di essere murata, Bianca avrebbe pronunciato queste parole: «Famme pure mura’ viva, ma in allegrezza o in grannezza tu me vidarraje». E c’è chi giura di aver visto il fantasma di Bianca coperto da un velo nero o di averla sentita piangere per le scale.

Di Ludovica Criscitiello

Per la prima volta saranno esposte, fino al 23 febbraio al Pan di Napoli, ottanta opere dell’artista catalano Joan Mirò, provenienti dalla collezione di proprietà dello Stato portoghese in deposito alla Fondazione Serralves di Porto.

 

Le vie dell’arte portano spesso verso storie paradossali, tormentate, quasi letterarie. Come se il valore delle opere, insieme alla magia in queste intrinseca, informasse anche il loro percorso commerciale ed espositivo.

 

Metti la collezione di Mirò in mostra in questi giorni, fino al 23 febbraio, al Palazzo delle Arti (Pan) di Napoli: più di 80 quadri salvati in extremis, dopo un vagabondare tra Paesi e proprietari diversi. Negli anni ’80 erano passati per la galleria di Pierre Matisse, figlio del pittore Henri. Li aveva acquistati un collezionista giapponese, trattenendoli per qualche anno; in seguito le opere erano state cedute a una banca portoghese ed erano rimaste per anni nell’oscurità di un caveau.

 

Poi la banca entrò in bancarotta: quel tesoro dipinto da Joan Mirò, e che copriva quasi tutto l’arco della sua attività, dal 1924 al 1981, poteva essere tradotto in soldi, tanti soldi. Christie’s sembrava l’unica soluzione. Era il 2014, e poco prima che la celebre casa d’aste battesse la collezione lo Stato portoghese decise di intervenire: i quadri del celebre pittore catalano dovevano restare a disposizione dell’umanità. La bancarotta della banca fu risanata e i capolavori (quadri, disegni, collage e arazzi) invece di essere frammentati in decine di collezioni private vennero affidati al museo di arte contemporanea di Porto, il Serralves.

 

La collezione scampata alla diaspora oggi è diventata una mostra, dunque. E non una mostra qualsiasi: «L’esposizione è stata studiata in esclusiva per il Palazzo delle arti di Napoli, un museo bellissimo, in una città che amo perdutamente» annuncia il curatore, Robert Lubar Messeri, cresciuto a Brooklyn tra partenopei («il napoletano è un po’ la mia seconda lingua» dichiara) e probabilmente il massimo esperto mondiale dell’artista nato a Barcellona nel 1893.
È la seconda volta in assoluto che le opere escono dal Portogallo – precedentemente erano state a Padova – e la prima in cui sono distribuite nel nuovo percorso sviluppato da Messeri, Il linguaggio dei segni, che fa poi da sottotitolo alla mostra.

 

«Ho individuato un approccio tra le molteplici narrazioni che offre l’opera di Mirò. Questo non ubbidisce a un ordine cronologico ma tematico, anche se parte dal famosissimo disegno del 1924, ‘La ballerina’, con cui l’artista inizia a concepire il vocabolario di segni su cui lavorerà per i successivi 60 anni».

 

Cinquanta dipinti, quindici disegni, il resto composto da collage e sculture per le nove sezioni in cui è diviso il percorso, corrispondenti ad altrettante sale del primo piano del Pan: ‘Il linguaggio dei segni’, ‘La figura nella rappresentazione’, ‘La figura nello sfondo’, ‘Collage e l’oggetto’, ‘I dipinti selvaggi’, ‘L’elasticità del segno’, ‘Calligrafia e astrazione gestuale’, ‘La materialità del segno’, ‘Tele bruciate a la morte del segno’. Il segno, insomma, è la parola chiave. Lo stesso che caratterizza il tratto di Mirò nell’immaginario popolare, qui è celebrato, sviscerato e seguito nella sua evoluzione.

 

 

È appunto il 1924 l’anno di svolta: «Ritratto di un’affascinante amica parigina. Una linea verticale per i seni. Si può a malapena definire un dipinto, ma non me ne frega un accidenti» scrive Mirò ad un amico, in riferimento a ‘La ballerina’. Un disegno cruciale. Praticamente prodromico di una ricerca sulla linea come contorno, sagoma, confine, nella direzione dell’abbandono di una tradizione figurativa secolare.

 

Gli anni ’20 sono anche quelli in cui la linea diventa figura e il codice visivo occidentale viene definitivamente minato, un po’ come accadeva col cubismo, anche se in Mirò in modo ancor più radicale, come spiega Messeri: «Man mano che la ricerca procede si capisce come abbia iniziato a processare l’impostazione figurativa classica, smantellandola».
In questo concetto sono comprese vere e proprie provocazioni espressive: su tutte la parodia de ‘La fornarina’ di Raffaello, presente in mostra, un attacco a quello che l’autore chiama “l’illusionismo occidentale”. Ma anche ‘Piccolo villaggio’, ‘Acrobati’, ‘Scritte su fondo rosso’ e ‘Testa d’uomo’ presentano le soluzioni di colore e tratto tipiche di Mirò.

 

Poi la parte dei collage, altrettanto significativa. Da quando, e siamo ancora negli anni ’10, Mirò inserisce un frammento di quotidiano barceloneta in un dipinto, l’artista si iscrive al novero dei grandi autori di collage novecenteschi. Al Pan il pubblico potrà ammirare esemplari come ‘Figure e stelle nella notte bruciata’ o ‘Personaggio’, centrali nella sua produzione.

 

Una sala raccoglie i maggiori esempi di spunti sulla calligrafia, in particolare quella nipponica, frutto di un’esperienza di Mirò in Giappone, un’altra gli arazzi, tecnica con cui pure si misurò diffusamente. Dell’ultimo ambiente sono protagoniste le tele bruciate: dopo aver tagliato le superfici con un coltello, l’artista applicò masse di pigmento su varie aree dei riquadri, usando una torcia per stendere la vernice. «Esito di una volontà di “obliterare” la sua ricerca artistica per poi ridefinirla» dice Francesca Villanti, direttore scientifico dell’agenzia C.O.R. che ha curato l’organizzazione dell’esposizione insieme alla Fondazione Serralves, l’assessorato alla Cultura e al del Comune di Napoli, con il supporto del ministero della Cultura portoghese e il patrocinio dell’Ambasciata del Portogallo in Italia.

 

Di Giovanni Chianelli

L’attore e regista romano a Napoli per il Napoli Film Festival racconta del suo rapporto con la città e degli ultimi lavori cinematografici.

Dal debutto con Mario Martone all’Oscar con La grande bellezza

Camaleontico, trasformista, attore di cinema e teatro, debutta sul grande schermo in ‘Morte di un matematico napoletano’ nel 1992, primo film di Mario Martone, nel 2001 inizia a collaborare con Paolo Sorrentino con ‘L’uomo in più ‘ e proprio con Sorrentino nel 2014 vince l’Oscar con ‘La grande bellezza’.
Completamente a suo agio nei panni di Jep Gambardella, nostalgico viveur romano che tanti uomini sentimentali ma incapaci a cogliere occasioni ha fatto sognare. Qualche anno prima, nei panni del ‘Divo’, convince gli spettatori anche quando scagiona l’utilizzo del potere ricorrendo a un  ‘dio’ che «Bisogna amare così tanto per capire come sia necessario il male». Ogni sua interpretazione tiene incollati al grande schermo milioni di spettatori di ogni età.

Idolatrato da pubblico e critica per la sua capacità di vestire, a seconda del momento, completi blu e grigi di Cenci (il cravattaio di campo Marzio) o di Attolini, ad ogni interpretazione l’attore innesca quell’empatia che sfiora l’anima dello spettatore appassionato.

 

5 è il numero perfetto

Fortemente legato al capoluogo partenopeo, lo incontriamo a Napoli in occasione del Napoli Film Festival, dove presenta un inedito Servillo in  ‘5 è il numero perfetto’ per la regia di Igor Tuveri. Un film particolare guardando alla sua carriera.
«É stato un film che ho desiderato fare per tante ragioni, è una bellissima storia napoletana scritta da un maestro del fumetto della graphic novel italiana ed era quindi una bella sfida da affrontare» afferma l’attore. Del suo rapporto con il regista ci dice: «Io ho voluto fortemente che fosse Igort a fare la regia, non immaginavo che fosse così bravo a passare dal tavolo da disegno al set credo che sia una bellissima opera prima. Ho portato in giro per il mondo un meraviglioso fumetto che ha conosciuto più di 15 edizioni e traduzioni in tutto il mondo».

Il legame con la città partenopea

E quando in una sala gremita di giornalisti il discorso cade su Napoli e sull’emozione che prova a presentare il suo lavoro qui, Servillo conferma: «Presento a Napoli perché oltre ad esserci Carlo Buccirosso che è un magnifico attore napoletano, Valeria Golino che è una quasi napoletana, c’è un parco di attori giovani napoletani veramente straordinario».
Ci pensa su e continua: «Ogni volta che si va in palcoscenico e ogni volta che si presenta un film per la prima volta il cuore palpita sempre, Napoli è una città anche di intenditori, di persone competenti, storicamente in teatro le compagnie hanno considerato questa città una città difficile in questo senso perché ha una grande tradizione di teatro e quindi rappresenta una sfida e soprattutto per noi che siamo napoletani ci fa sempre un certo effetto naturalmente».

 

Protagonista nelle sale in questi giorni con il film ‘L’uomo del labirinto’, secondo lavoro di Donato Carrisi, Servillo torna sul grande schermo nei panni di Jenko, un trasandato e nevrotico investigatore privato alle prese con una corsa contro il tempo, in un labirinto mentale che pare attraversare, come sempre, con la disinvoltura di un professionista guidato da emozioni autentiche della passione.

 

Di Adriana Schiavo

Chi è Gingery?

Mi presento! Il mio nome è Gingery, all’anagrafe Francesca Giorgio. Classe ‘92, attualmente ho 27 anni, ma il dato tende ad un rapido rinnovamento. Sono nata e vivo a Napoli, seppur segrete mire espansionistiche si celino in quadri fatti di paesaggi e praterie solitarie che ho esposto con speranza nel mio salotto. Sono laureata in Scienze della Comunicazione, ad oggi con un bel tesserino che recita fiero “giornalista p-r-o-f-e-s-s-i-o-n-i-s-t-a, ma ho un modo di comunicare tutto mio: a volte dico troppo, a volte troppo poco, altre lo dico in modo colorato, altre ancora in sfumature.

Gingery nasce dalla volontà di raccontare – e raccontarmi – in modo leggero, ironico, che spesso si rivela con toni pungenti e sarcastici, il cui unico scopo è strappare un sorriso.

Di cosa parlerò?

Questa rubrica raccoglie un’ironica narrazione di ciò che accade nel mondo, un approfondimento sui generis di argomenti vari ed eventuali, proposti da un punto di vista che non ti aspetti. L’obiettivo è, infatti, quello di offrire una prospettiva alternativa delle cose e, perché no, anche un po’ divertente. Si parlerà di stili di vita, tendenze, cibo, film, serie tv e tanto altro… poi vediamo!

 

Di Francesca Giorgio

Felicità tour – Special edition (dal 17 dicembre al 12 gennaio)

Alessandro Siani ritorna a teatro con i monologhi dal vivo ad allietare il pubblico napoletano, accompagnato dal maestro e compositore Umberto Scipione che dal vivo suonerà e segnerà le tappe cinematografiche della sua carriera da ‘Benvenuti al Sud’ a ‘Mister Felicità’, passando per ‘Il Principe Abusivo’ e ‘Si accettano miracoli’.
I monologhi saranno l’occasione per poter raccontare non solo il dietro le quinte di queste pellicole ma anche l’opportunità per poter parlare delle differenze tra nord e sud, tra ricchi e poveri e di sviscerare quelle che si propongono come le nuove tendenze religiose, ma soprattutto evidenziare i tic e le manie di una società divisa tra ottimisti e pessimisti, tra disperati di professione e sognatori disoccupati.

 

Teatro Diana – via Luca Giordano, 64, Napoli.

Coez – È sempre bello in tour (12 dicembre)

Tappa partenopea per Coez, all’anagrafe Silvano Albanese, che si è affermato come uno dei più amati e apprezzati artisti del nuovo cantautorato italiano. Il rapper di Nocera Inferiore vanta sette dischi di Platino per ‘La musica non c’è’, tre dischi di Platino per ‘Faccio un casino’ e ‘Le luci della città’, e un Platino per ‘E yo mamma’ e ‘Ciao’. Tutte canzoni che rivelano una maturità di scrittura e di sound, mantenendo la costante delle tematiche che lo hanno caratterizzato fin da subito: toni struggle, amori tormentati e situazioni difficili, specchio della sua generazione.
Nel 2019, a 10 anni dall’inizio della sua carriera solista, esce ‘È sempre bello’, il singolo che dà il nome al suo tour.

 

Teatro Palapartenope – Via Corrado Barbagallo 115, 80125, Napoli.

Festa del torrone e del croccantino (7 e 8, 14 e 15, 21 e 22 dicembre)

Nel corso dell’ormai consueta manifestazione, i Maestri Torronai lungo la “Via del Torrone” offriranno croccantini speciali per tutti i gusti, che celebrano il dolce sammarchese: dalle ricette gourmet al gelato, alle preparazioni con agrumi, cioccolato, caffè, uvetta, miele, passando per i torroni artigianali, preparati al momento e con ingredienti naturali di altissima qualità.
Non mancheranno i consueti appuntamenti con mostre di fotografia e di arte, artisti di strada, laboratori per bambini, convegni e visite guidate del Centro Storico e delle aziende dolciarie.

 

San Marco dei Cavoti – Benevento.

Lo Schiaccianoci (dal 21 dicembre al 5 gennaio)

L’opera di Piotr I. Tchaikovsky, che venne rappresentata per la prima volta nel Teatro Mariinsky di San Pietroburgo il 18 dicembre 1892, rivive sul palco del Massimo partenopeo con la direzione di Karen Durgaryan, la scenografia di Nicola Rubertelli e i costumi di Giusi Giustino. Il balletto in due atti e tre scene, coreografato da Giuseppe Picone, è basato su uno scenario di Marius Petipa dalla versione di Alexandre Dumas padre del racconto di E. T. A. Hoffmann, ‘Nussknacker und Maüseköni’ (Schiaccianoci e il Re dei Topi).

 

Teatro di San Carlo – Via San Carlo, 98/F, 80132 Napoli

Mercatini di Natale (30 novembre – 6 gennaio)

Il Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa si trasformerà nella città del Natale, regalando ai visitatori emozioni indimenticabili. Le tipiche casette di legno, saranno decorate e illuminate a festa, ricolme di addobbi ed oggetti di ogni genere: decorazioni fatte a mano per impreziosire l’albero di Natale ed abbellire la casa, idee regalo creative, artigianato artistico di qualità e leccornie tipiche arricchiscono l’offerta.
Tra locomotive a vapore, locomotive elettriche trifase, locomotive a corrente continua, locomotori diesel, elettromotrici, automotrici e carrozze passeggeri sarà possibile girovagare e respirare l’aria di festa, intrattenuti da elfi, maghi, giocolieri e spettacoli dal vivo con musicisti e comici come Simone Schettino e Peppe Iodice.

 

Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa – Portici – Napoli.

Branding Dalì – La costruzione di un mito (fino al 2 febbraio)

La mostra di Salvador Dalì, organizzata da LelesArt in collaborazione con Con-fine edizioni e Me-diterranea Art e con il patrocinio del Comune di Napoli, mette in luce l’operazione di branding di se stesso attuata dal genio catalano durante tutta una vita. Un insieme di più di 150 opere tra pregiate serie grafiche, manifesti, libri, oggetti in porcellana, vetro, argento, terracotta svelano la sua strategia: trasferire l’aura di unicità dall’opera d’arte all’artista, dai suoi capolavori a se stesso.
Il mito di Dalì viene costruito dall’artista stesso con metodo e dedizione quasi ossessiva, a partire dall’immagine iconica con i baffi all’insù.
Il genio catalano ha fatto largo uso di tecniche di moltiplicazione meccanica dell’immagine, come la stampa tipografica, con cui ha illustrato numerosi capolavori letterari come La Divina Commedia, e ha apposto il suo stile unico e inconfondibile su oggetti d’uso e quasi triviali, come le carte da gioco.

 

Palazzo Fondi – Via Medina 24 80133 Napoli.

Alessandro Carillo, marketing director dell’azienda tessile napoletana, ci svela le ultime innovazioni. Reload, una linea di tessuti realizzata con il riciclo della plastica.

 

Ecosostenibilità e Green Economy

Alessandro Carillo viaggia molto per lavoro. Il suo ruolo di marketing director, all’interno dell’azienda fondata dal padre Angelo nel 1952, gli impone infatti frequenti spostamenti sia in Italia che in Europa. Ed è proprio durante uno di questi trasferimenti che riusciamo a chiacchierare con lui, mentre si trova a Milano per l’inaugurazione di un nuovo punto vendita e per il lancio della nuova linea di tessuti ecofriendly denominata Reload, una delle innovazioni più recenti dell’azienda legata all’universo dell’ecosostenibilità.
«Reload – spiega Carillo – sviluppa una linea di prodotti tessili per la cucina, tovaglie e accessori, realizzati con una fibra ricavata al 100% lavorando il polietilene tereftalato (PET) riciclato, ovvero il materiale che si utilizza per le bottiglie di plastica».
Il futuro la Carillo & Co. lo vede green e, anche se è sempre proiettata verso le più recenti innovazioni, la sua è una storia che affonda le sue radici nel passato. Oltre 60 anni di storia ne hanno fatto un punto di riferimento nel settore tessile casa.

 

70 anni di Design Italiano

«Anche se la nostra è oramai una grande realtà, con oltre settanta dipendenti -ci dice subito Alessandro Carillo – possiamo considerarci a tutti gli effetti un’azienda che ha mantenuto un’impostazione “familiare”, sebbene soltanto tre, in realtà, dei ben sette fratelli di seconda generazione, si siano dedicati a tempo pieno alla Angelo Carillo & C.»
Scopriamo così che il più grande dei tre fratelli, ovvero Giuseppe, il quale svolge il fondamentale ruolo di CEO nell’impresa di famiglia, ha quasi diciotto anni in più di Alessandro, che invece è il più giovane. «Questa differenza d’età costituisce un grande punto di forza – sostiene con grande orgoglio Carillo -. Integrare le competenze e i diversi punti vista ci permette infatti di avere un rapporto lavorativo stupendo, anche con il nostro fratello “intermedio” Antonio, che in qualità di wholesale director gestisce l’ingrosso e i key client».

 

 

La Angelo Carillo & Co. comincia la sua strada circa sessant’anni fa dal commercio di tessuti per l’arredo e di tendaggi al metro, posizionandosi in poco tempo fra le aziende principali del settore tessile per la casa in Italia. «Io dirigo il marketing dei tre brand che oggi commercializziamo al dettaglio, ovvero Linea Oro, il nostro marchio storico, Riviera e Reevèr – continua Carillo – ma proprio l’ultimo di questi è nato da una mia precisa visione e dall’obiettivo di esaltare il design Italiano dei nostri prodotti, che oramai spaziano fino ai complementi d’arredo. É stata una scommessa partita nel 2015, ed oggi questo marchio è distribuito su tutto il territorio nazionale nei migliori punti vendita specializzati nel tendaggio e nell’arredo casa».
Ciascuno dei brand della Carillo, come ci racconta ancora il giovane Alessandro, ha un preciso target ed un suo standard qualitativo. Ma le caratteristiche che accomunano tutti i prodotti di questa azienda sono il rapporto qualità/prezzo e la ricerca stilistica, affidata anche a manifatture campane, sia per esportare la tradizione della nostra apprezzatissima sartorialità, sia per mantenere saldo il legame con il territorio.

 

Carillo Home

La Angelo Carillo & Co. negli ultimi anni ha costruito però una fitta rete di distribuzione anche sui mercati esteri, e in particolare in Spagna, Francia, Portogallo, Germania, Grecia, oltre che in Paesi del Mediterraneo come Cipro ed il Libano. «E ora stiamo cercando di affermarci anche negli Stati Uniti– precisa ancora Alessandro Carillo – un Paese dove l’attenzione per i prodotti italiani è sempre molto alta, e da cui sono arrivate risposte già molto positive».
Ma non solo. Oltre all’integrazione della rete fisica di distribuzione non può mancare uno spazio dedicato alla vendita online. «Per il futuro – dice infatti Carillo – avrà un ruolo sempre più importante Carillo Home, il family brand sotto cui operano gli altri marchi dell’azienda, e che adesso è l’insegna stessa del nostro canale e-commerce e che ha l’importante ruolo di sviluppare nel prossimo futuro la sua presenza anche nel canale retail e affiliato».
Chiediamo infine ad Alessandro quale potrebbe essere la “ricetta” per un sud più competitivo. «Sicuramente l’ultimo triennio – conclude Carillo – è stato economicamente molto complicato, in particolar modo per il settore del tessile casa. Io però sono fiducioso, soprattutto per via delle potenzialità della nostra imprenditoria. Abbiamo eccellenze in Campania che tutto il mondo ci invidia, una grande versatilità, capacità di adattamento e, parlando della Angelo Carillo & C., una struttura davvero solida alle spalle».

 

Di Giovanni Aiello

La foto del mese

Scelta da Valeria Viscione, curatrice d’arte

 

Le prime luci partenopee di Marco Criscuolo

 

Il fotografo napoletano Marco Criscuolo, alias Orma di JO, ritrae un simbolo di Napoli agli albori di un nuovo giorno, la Fontana del Gigante, svelandoci uno dei primi scatti in cui utilizza la tecnica fotografica delle esposizioni lunghe.

 

Fotografia selezionata in collaborazione con @ioscatto_napoli