De Sica: «Vivo la strada, così racconto il presente e non invecchio mai»

Di Alessandro Savoia

L’attore e regista romano, a Napoli per presentare ‘Amici come prima’, racconta il suo rapporto con la città, tra ricordi d’infanzia e il suo cinema “di strada”, specchio della società.

Passo elegante e stretta di mano cordiale. Incontrare Christian De Sica è sempre una gioia, una iniezione di energia positiva. Arriva a Napoli per presentare Amici come prima, film che segna il suo ritorno alla regia e la tanta attesa reunion con Massimo Boldi.

Si sente a casa sul Lungomare, nelle sue vene scorre sangue campano, e ha deciso di venire a vivere da queste parti. «Mi trasferisco a Castellammare di Stabia!» annuncia con entusiasmo.

Come mai questa scelta?

Vivere a Roma è diventata una cosa impossibile. Ho una casa a Capri ma anche lì non mi troverei bene, penso di darla via. Il sogno di mio padre era quello di venire ad abitare a Napoli, e mi piace realizzare quel desiderio. Scelgo però Castellammare perché è molto più tranquilla. Quando vissi per un periodo qui in città, eravamo al teatro Augusteo con Il principe abusivo di Alessandro Siani. Bellissimo l’affetto del pubblico, lui restava perfino due ore dopo lo spettacolo a firmare autografi e fare foto, alla mia età non ce la farei fisicamente. Lì invece potrei vivere in barca, hanno un porto ben attrezzato e poi sarei anche a due passi dalla Penisola Sorrentina e dalla Costiera Amalfitana.

Con suo padre era spesso a Napoli…

Mio padre mi portava alla festa della Sanità, mi ricordo che mi ritrovavo in un mondo fantastico a due passi da Nasecane e i guappi di cartone. Quarant’anni fa questa città era meravigliosa, si girava con le carrozze, c’era molto ottimismo. C’era una “crianza” che oggi si è persa. Pensa se Eduardo, Totò e Peppino fossero vivi oggi. Diventerebbero matti.

Proprio Peppino De Filippo le fu molto vicino in un momento particolare della sua vita…

Quando morì mio padre, mi lasciò in una situazione non facile, per fortuna già lavoravo, facevo il cameriere in Venezuela, poi cominciai a cantare. Tornai in Italia su suggerimento di mia madre. Mi arrivò una lettera di Peppino De Filippo, con la quale mi disse che cercava un attore giovane e che nella sua compagnia ci sarebbe stato sempre un posto per me. Nessuno di quelli che aveva lavorato con mio padre mi fu così vicino.

Con Totò formavano una coppia che raccontava il Paese.

Il cinema popolare non è fatto dagli intellettuali, è fatto da quelli come loro, come i Franco e Ciccio, dei geni a cui non mi paragono minimamente. E pensare che prima fare un film con Totò era una vergogna. Oppure Sordi nello Sceicco Bianco di Fellini non veniva nemmeno messo nel manifesto….

Anche i suoi film hanno da sempre puntato sui vizi e le virtù dell’Italia.

Abbiamo raccontato la borghesia degli anni ‘80 e ‘90 molto meglio di tanti film autoriali che non hanno lasciato il segno. Una volta Beppe Cottafavi, editor di Mondadori, mi disse che se uno doveva raccontare l’Italia degli anni ‘80 dovrebbe capire Vacanze di Natale perché è uno specchio preciso della società.

Ancora oggi incassano tanto al botteghino, nonostante le critiche non sempre lusinghiere…

I teorici del film storcono la bocca, a volte hanno anche ragione, a volte lo fanno per invidia. Perché l’Italia è un Paese che non ti perdona il successo, difendono sempre dei film buoni o che non vede nessuno solo perché politicamente da una parte o indirizzati dal direttore del giornale. È un dato di fatto, è triste ma è così.  Se Ladri di biciclette di mio padre non avesse vinto l’Oscar e se in Francia non avessero gridato al capolavoro, gli italiani lo avevano smontato. Se gli incassi vanno bene ti dicono quanto sei bravo, che sei una cosa incredibile, uno di famiglia.  Se non va bene ti dicono che sei vecchio. Come diceva Eduardo “Gli esami non finisco mai”.

Però quando ha interpretato parti drammatiche ha ricevuto numerosi riconoscimenti, se tornasse indietro sceglierebbe solo questi ruoli?

No, la mia fortuna è stata questa, se da giovane avessi deciso di pormi come obiettivo di fare Ladri di biciclette avrei fallito. A me piaceva molto il varietè. Feci lo lo chansonnier in Bambole, non c’è una lira con la regia di Antonello Falqui. Così ho cominciato, insieme alle feste di piazza al Lupo di Rimini, il Rangio Fellone di Ischia. Il mio mondo è quello lì, poi è venuto fuori il cinema, ho scelto il cinema popolare perché il cinema popolare ha scelto me. Se avessi fatto l’autore sarei stato un fallito.

Oggi nel panorama cinematografico si stanno affacciando altri De Sica: Brando e Maria Rosa…

Sono i miei figli, che mi hanno affiancato in questo film. A Brando avevo proposto di fare la regia, ma ha rifiutato. Però mi ha aiutato, senza firmarsi. Maria Rosa ha fatto l’aiuto ai costumi, ora è in giro per una serie Nexflix. Questa è stata la chiave di volta del film. Se a noi sessantenni ci circondano di coetanei si comincia a parlare del passato e invece bisogna confrontarsi con i più giovani. L’errore che hanno commesso tanti colleghi più illustri di me che hanno deciso di chiudersi nei salotti di casa, senza più scendere in tram o prendere la moto, parlavano sempre delle stesse cose, così si invecchia. Per raccontare il presente bisogna stare per strada. L’amore e l’affetto che ricevo dai ragazzi è una cosa unica, per me. Una grande soddisfazione.