Re Carlo sale in cattedra. A lezione con Ancelotti.

All’Università Vanvitelli, il tecnico del Napoli ha incontrato supporter e studenti.
E il suo primo insegnamento è un monito: «Mai più cori razzisti negli stadi».
Mentre sul futuro della squadra azzurra: «La vittoria? Non così lontana».

Di Francesca Marra

Spesso all’Università vengono invitati esperti per parlare ai ragazzi della loro esperienza, del settore in cui eccellono, delle buone prassi che li vedono protagonisti. Raramente a salire in cattedra è l’allenatore della squadra di calcio della città. Carlo Ancellotti, lo scorso 15 gennaio, ha tenuto una lezione su La Gestione del gruppo e delle risorse umane in un top club dagli anni Novanta ad oggi organizzato dall’Università Vanvitelli.

Un prof d’eccezione che non ha rinunciato a trattare temi d’attualità, come la lotta al razzismo. Anche e soprattutto negli stadi.

«All’estero i cori razzisti e gli insulti negli stadi sono stati debellati, soprattutto in Inghilterra. È una cosa che va fatta senza se e senza ma, non è così complicato». Dopo il brutto episodio che ha coinvolto il difensore del Napoli Kalidou Koulibaly, vittima di cori razzisti durante la partita Inter – Napoli, Ancelotti ha commentato l’accaduto con toni molto accesi. «Purtroppo in Italia la situazione non è cambiata. Gli ignoranti, i maleducati continuano a frequentare gli stadi per riversare la loro rabbia, avrebbero bisogno di un corso di senso civico e di rispetto. In queste settimane sento dire che non avrei il potere di sospendere le partite, ma non è questa la mia richiesta – risponde così alla polemica montata nelle settimane successive sull’affaire Koulibaly -. Ho solo chiesto che quando c’è un insulto territoriale, razziale, la partita deve fermarsi temporaneamente. Serve a raffreddare gli animi e ricominciare a giocare in un clima più sereno».

Per i napoletani il tema del razzismo, degli insulti, della territorialità tirata in ballo anche quando a giocare non è il Napoli, è un problema atavico, mai realmente affrontato, che colpisce al cuore il popolo partenopeo e su questo il Mister ha saputo toccare le giuste corde, per farsi apprezzare ancora di più dai suoi tifosi.

Intanto però a far battere quegli stessi cuori è anche il “progetto Ancelotti” che oggi giuda una squadra che guarda al futuro con fiducia. Un esperto allenatore, il bilancio a posto, un gruppo di giocatori giovani e promettenti, una società che investe e vuole investire ancora: sono gli elementi giusti per un “progetto vincente” come ha dichiarato il tecnico. Se basta per vincere? «Non so dirvi in quanto tempo si raggiungeranno i risultati sperati. La vittoria è legata a piccoli dettagli, ma non ci sarà da aspettare tanto con una squadra così».

Una responsabilità importante per chi è alla guida della squadra azzurra dove a incidere sul risultato non è solo la preparazione tecnica ma sono anche le relazioni umane. «Fare l’allenatore di un grande club significa gestire soprattutto i calciatori, creare una relazione tra le persone, mettersi sullo stesso livello. Quando parlo con un giocatore mi metto sul suo stesso piano, non impongo il mio ruolo. Preferisco discutere sull’argomento, puntando sulla capacità d’ascolto. E non nego che dai calciatori, in questi anni, ho ricevuto tanti spunti di riflessione».

 

E lui di calciatori nella sua lunga carriera di certo ne ha incontrati. Spesso star internazionali, a volte “prime donne”, perennemente sotto i riflettori. E allora in quel caso, come gestirli? «Il gioco di squadra è fondamentale, nulla deve inficiarlo, nemmeno la fama di un calciatore più noto. Tuttavia spesso sono i media a creare una celebrità ma sul campo sono tutti uguali. Ad esempio ho avuto modo di apprezzare Cristiano Ronaldo, un grande professionista, una vera e propria celebrities mondiale ma nello spogliatoio queste distinzioni non ci sono, è uguale a tutti gli altri».

 

E ai ragazzi, più che studenti, giornalisti per un giorno, che chiedevano quali fossero i suoi segreti per gestire il gruppo ha risposto: «So di avere potere e responsabilità. Tutto ciò che ho in mente devo trasmetterlo nel migliore dei modi ai calciatori. Per farlo uso due tattiche: quella della persuasione e quella della percussione». Il tecnico passa agli esempi per essere più chiaro. «Se sei un fantino e il tuo cavallo deve saltare gli ostacoli o gli si dà una frustata o gli si dà la carota. Non c’è la soluzione più giusta da mettere in pratica, ma tutto dipende dal carattere dei giocatori».

La sua però è una preferenza netta. «Io voglio calciatori convinti su ciò che fanno in campo, sfruttando al meglio le loro qualità. Non voglio meri esecutori di ordini come soldatini, non facciamo battaglie giochiamo solo a calcio».

 

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