La maschera di Pulcinella

Di Emanuela Vernetti

Bianco e nero. Tragica e comica. Pulcinella è così. Maschera e volto. Antica e contemporanea allo stesso tempo. In lei l’autentica contraddizione del popolo napoletano. E una storia che ha radici lontane. 

Già conosciuta ai tempi dei Romani e sparita con il Cristianesimo, la maschera di Pulcinellaè risorta nel 1500 con la Commedia dell’Arte.Prende vita, nella forma in cui oggi la conosciamo, grazie all’attore Silvio Fiorillo che si ispirò a Puccio d’Aniello (in dialetto ‘Pulecenella’), un contadino di Acerra, reso famoso da un presunto ritratto di Ludovico Carracci in cui è dipinto con la faccia scurita dal sole di campagna e il naso lungo. 

La sua fisionomia rende evidente la prima insita contraddizione: i suoi modi farseschi, il suo ventre gonfio, il cappello bianco a forma di corno, simboli dell’abbondanza si contrappongono al volto funereo, nero, pieno di rughe. 

Non a caso, secondo alcuni il suo nome deriverebbe da piccolo pulcino per il suo naso adunco ma anche perché nascerebbe da un uovo di gallina, animale sacro a Persefone, sposa di Ade e regina degli Inferi. 

Morte e miserie umane insieme alla vitalità solare di un personaggio che non si arrende mai di fronte alle difficoltà quotidiane. 

Ironico e irriverente, infatti, il Pulcinella delle Guarattelle (l’arte dei burattini napoletani) non è più servo ma un anti-eroe che si ribella ai soprusi dei potenti. Demistificatore, svela i retroscena più scottanti (di qui l’espressione: “Il segreto di Pulcinella”), pur nella sua ingenuità. 

A partire dal XVIII secolo la maschera viene esportata in tutto il mondo e sono innumerevoli gli artisti che si sono confrontati con quella che ormai è un’icona. Dai De Filippo a Massimo Troisi fino al maestro Lello Esposito che da sempre indaga sugli archetipi della città, ne analizza le contaminazioni, reinterpretandoli in chiave contemporanea. 

La nostra copertina si ispira proprio a questo tipo di ricerca. La maschera di Pulcinella è raffigurata di profilo. Non si svela frontalmente in tutta la sua canonica pienezza. Un po’ si nasconde e lascia qualcosa di inesplorato. E così il suo tradizionale naso adunco si trasforma nel Vesuvio, un’altra icona di Napoli. Eppure dal cono di lava erutta una nube polimorfa di fumo e colori. Un’esplosione inaspettata. Come quell’anima innovativa che cova nel profondo anche nello spirito più tradizionale di Napoli. 

Due icone. Il Vesuvio e Pulcinella. Ma nuove forme per rappresentare un immaginario culturale che da sempre è radicato ai suoi archetipi ma che al tempo stesso è in continuo divenire. Perché il bello è che qui la tradizione non è mai uguale a se stessa.