La chitarra di Ricky Portera

Di Fabrizio e Aurelio Fierro JR 

Oggi nel salotto di Fierro c’è un ospite eccezionale: il grande Ricky Portera, sound inconfondibile degli StadioLucio Dalla e tanti altri.   

Aurelio: Ricky, non voglio cominciare dal passato ma vorrei chiederti subito del presente. Hai novità e progetti nell’immediato futuro? 

Parlare del passato sarebbe triste perché si parlerebbe di qualcosa che ci ha fatto crescere, ci ha dato un’identità, quindi è meglio lasciarlo da parte per evitare lacrimoni. Progetti futuri ne ho tanti e nessuno. Di fare dischi non ho più voglia perché ormai sono snobbati quindi tanto vale non perderci tanto tempo. Ormai le cose che funzionano sono quelle che io non mi metterei mai a fare, per carità. Cerco di investire il mio futuro nei concerti, infatti ho un’idea che mi frulla in testa per la Germania dove porterò la mia band al femminile e sarò accompagnato da una orchestra sinfonica. Amo unire il mio rock alla musica vera che per me è la musica classica. 

Fabrizio: Viaggi spesso per fare ospitate o preferisci farne poche e selezionarle? 

Le ospitate mi piacciono perché ti misuri sempre con gente diversa, in situazioni nuove, con band validissime e altre meno valide, quindi si richiede un livello di stress che non mi piace. Però sapere anche che hai la possibilità di lasciare anche solo una nota ai musicisti, una esperienza ai ragazzi, è una sensazione piacevole. 

Aurelio: Ho avuto la responsabilità di tenere la tua mitica chitarra a casa mia per una notte.  In che occasione Van Hallen ti ha omaggiato di questo prezioso strumento? 

Durante un tour in Germania, 28 date in 30 giorni, scoprì che a distanza di una settimana da una di queste date, nello stesso luogo in cui avremmo suonato noi, avrebbe fatto un concerto il mio idolo dopo Hendrix Jeff Beck: Van Hallen. Io cominciai a lasciargli messaggi nei camerini, di ringraziamento e di stima per il suo modo di suonare che ha totalmente rivoluzionato il mondo della chitarra. Una sera, durante un nostro concerto a Monaco, me lo vedo apparire. Evidentemente incuriosito dai messaggi di questo “piccolo chitarrista italiano”, e  mi lasciò a bocca aperta. Dopo il concerto andammo in un locale di Schwabing. Passammo una serata bellissima ascoltando una band di Punk e bevendo. Non sai quanti bicchieri riuscì a buttare giù! E così dopo un paio di giorni, a Stoccarda, mi arriva un pacco contenete il corpo della chitarra di Van Hallen, perché le chitarre se le montava lui stesso. Potete immaginare la mia gioia nel ricevere quel regalo che oggi è ancora la mia chitarra e che custodisco come un cimelio. 

Fabrizio: So che registravi molti riff e armonie, idee che sono tuttora conservate nei nastri degli studi di registrazione di tutta Italia. Ti capita di risentire qualche tua idea nei dischi moderni? 

Di riff ne ho fatti veramente tanti e ne trovo tantissimi tanto è vero che i miei ultimi album contengono idee addirittura dell’87/88.  Vicoli di Modena la scrissi per Vasco nel ’92, Bambina Mia nel ’90.  È bello registrare tutto, anche le cose che credi brutte perché poi a distanza di anni le riascolti e ti si apre un mondo. Guido Elmi, ad esempio, quando lavorava per Vasco, faceva venire in studio Tullio Ferro, che ha scritto tante cose proprio per Vasco, lo chiudeva nel gabbiotto di ripresa con un microfono e una chitarra e lui registrava tutto ciò che gli veniva in mente per due o tre ore. Guido Elmi, dopo, riascoltava tutto, prendeva un po’ di idee e, un po’ di qua e un po’ di là, sono nate canzoni come: Una splendida giornata, Vita spericolata ecc. Quindi viva i riff, registrarli e conservarli sempre perché a distanza di anni possono essere utili per dei grandi successi. 

Aurelio: Sei il più rappresentativo e imitato chitarrista italiano. Vuoi dire qualcosa alle nuove leve? 

A me fa molto piacere essere un chitarrista rappresentativo anche perché riconosco di essere stato il primo a fare certe cose, a suonare in un certo modo e a tradurre delle cose che arrivavano dall’estero.  Quello che vorrei dire alle nuove leve? Di prendere una laurea innanzitutto, perché per quanto poco serva, è sempre giusto avere un foglio in un cassetto. Io sono geometra, ho fatto un anno di ingegneria e quattro di medicina perché avrei voluto fare il neurologo, non ci sono riuscito e oggi mi dispiace molto. Un secondo consiglio: non imitate i vostri idoli perché ogni modo di suonare proviene solo dal proprio stile di vita, dal proprio carattere e non dallo studio esasperato di scale o scimmiottando i soli degli altri. Così non si diventa musicisti, si diventa esecutori. Io faccio sempre un esempio: che differenza c’è tra un acrobata da circo e un atleta da Olimpiadi? Non è solo una questione di tecnica, è il come ci si esprime. Uno ci vuole stupire con effetti speciali, l’altro ci vuole far sentire tutto il sacrificio fatto nella vita per arrivare dove è arrivato. Quindi conoscetevi, per suonare meglio. La musica nasce dalla sofferenza, non dalla gioia. Meditate. Altro consiglio: quando faccio masterclass  o prove ho sempre il telefono a portata di mano perché se squilla e non si risponde, si potrebbero perdere lavoro o donne, in tutti e due i casi non è una cosa buona! 

Grazie a Ricky Portera  

Intervista ricca di esperienza, profonda ma anche divertente.
Grazie a Francesca della Volpe per le splendide foto che rendono quasi visiva la sua musica.