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L’azienda a conduzione familiare è nota in tutto il mondo e non teme il trascorrere del tempo. Il proprietario Sally Monetti, insieme alla sorella Assia, continuano la tradizione sartoriale centenaria. «Il mio sogno è vestire l’attore Richard Gere. Il prossimo obiettivo? Puntiamo agli Stati Uniti».

Se esiste una filosofia che racchiude al meglio l’essenza di Eddy Monetti, lo storico brand di abbigliamento campano, è la cura maniacale per il dettaglio. Qui la ricerca della perfezione è un marchio di fabbrica per il proprietario Sally che, insieme alla sorella Assia, porta in alto la storia di una tradizione sartoriale che dura da 132 anni. È il 1887 quando, al numero 50 di via Toledo a Napoli, il bisnonno Eddy apre un negozio a due vetrine dedicato a sua maestà il cappello. A indossare gli storici copricapi è il tenore Enrico Caruso che influenza con il suo stile la moda di quel tempo. Durante gli anni del boom economico e della dolce vita, l’impresa a conduzione familiare si trasforma, i punti vendita si moltiplicano approdando nelle vie più importanti della Capitale e di Milano. Quello che resta oggi è la memoria del passato e la filosofia di un’azienda, che, nonostante gli anni, non mostra i segni del tempo. Tra l’ambizione di far crescere la collezione donna e le nuove aperture in giro per il mondo, Sally Monetti si confessa e racconta il suo sogno nascosto: vestire un giorno l’attore hollywoodiano Richard Gere.

Quanto è complesso fare impresa in una realtà come Napoli?
È difficile, come è difficile in tutta l’Italia. Oltre alla burocrazia che rappresenta un problema enorme, noi imprenditori siamo costretti a scontrarci con un mercato altalenante che ci fa vivere costantemente in una situazione di instabilità, creando un limite nella spesa e nei consumi. Sa quale è la verità? Si fanno troppe chiacchiere, chi ci governa non è in grado di risollevare le sorti del nostro Paese.

Cosa bisognerebbe fare secondo lei?
Bisogna ripartire dal Made in Italy aiutando le imprese in questo periodo di crisi. Il paradosso è che essere un napoletano al di fuori di Napoli è un valore aggiunto. Essere un napoletano che fa impresa a Napoli non ha lo stesso peso in Italia.

Cioè?
Quando giapponesi, americani e russi entrano nei negozi Eddy Monetti e scoprono che veniamo dalla Campania, spalancano gli occhi e dicono: “Wonderful! Meraviglioso!” La fama legata alla nostra tradizione sartoriale all’estero ci precede. Non penso solo al mio marchio, ma anche a realtà come Kiton, Marinella, Isaia o anche piccoli imprenditori che creano prodotti di qualità. A casa nostra invece lo stupore manca. Il problema è che non siamo in grado di puntare sulle nostre eccellenze, non sappiamo valorizzare quello che produciamo.

Avete vestito importanti figure come il presidente della Repubblica Enrico De Nicola, l’attore Sylvester Stallone, il regista Vittorio De Sica e lo scrittore Giuseppe Marotta. Oggi Sally Monetti chi vorrebbe vestire?
Non credo che al momento esista un attore che abbia più classe di Richard Gere. Il mio sogno è quello di poter avere l’onore di vedere i miei capi indossati da lui.

Invece, della politica attuale? 
Tanti politici hanno portato il nostro marchio, ma di quelli attuali? Nessuno. Avrei voluto conoscere e creare abiti per Bettino Craxi, una figura di spessore che aveva tanto da dire.

Ha vestito però il presidente della Repubblica Francesco Cossiga.
Vuole sapere una storia? Negli anni ’90 il Picconatore si innamorò di nostra una cravatta sulla quale era ricamato un gatto. La guardò dalla vetrina e gli venne l’idea per il suo nuovo partito: i quattro gatti!

Quali sono le novità di quest’anno?
La nostra collezione è classica, ma l’uomo targato Eddy Monetti dopo una settimana di lavoro si vuole rilassare nel weekend, magari azzardando con il suo look. Quest’anno sotto ad un semplice blazer monocolore abbiamo creato delle camicie con delle stampe particolari. Ce ne è una con motivi indiani realizzata con 36 sfumature diverse o quella con due cavalli che si abbracciano. Può sembrare un eccesso, ma non lo è. I motivi sono delicati e si percepiscono sul colletto e sui polsini.

Cosa si aspetta dal futuro?
L’idea resta quella di mantenere sempre la nostra identità, di crescere come azienda di famiglia. Mia sorella, mia moglie, i miei nipoti Roberta e Domenico, i miei figli Iolanda ed Eduardo sono dei pilastri fondanti di questa attività, che si tramanda da quattro generazioni, e seguono personalmente la creazione delle collezioni e l’intera rete commerciale. A breve apriremo un nuovo negozio a Milano, a pochi metri da via Monte Napoleone e poi ci piacerebbe ampliare la collezione donna. Il prossimo obiettivo? Espanderci negli Stati Uniti. Lì il mercato è molto interessante e poi gli americani sono simpatici e soprattutto dei gran spendaccioni.

Di Claudia Maresca

Lo stavamo aspettando da un po’ il capo più gettonato del 2019: il Dolcevita. Dal gusto un po’ retrò, chi non lo ricorda indossato a Steve Mc Queen o ancora addirittura ad Hemingway? Eh sì di strada ne ha fatta. Il Dolcevita è stato davvero il capo iconico del ‘900 quando rappresentava la soluzione ideale per gli operai o i marinai per poter lavorare a collo coperto senza dover indossare una sciarpa, più scomoda. Negli anni ’60 divenne il simbolo della classe borghese. Il dolcevita divenne il dress code ideale per acquisire un aspetto più ricercato e intellettuale. Ed è proprio in questo periodo che nacque il nome “dolcevita”, quando lo indossò Marcello Mastroianni nel film di Fellini, La dolce vita, appunto. Da allora di tempo ne è passato. Ma resta sempre un capo iconico e guai a riporlo nel guardaroba. Con i giusti abbinamenti è ancora uno dei capi più ricercati. Che sia un outfit casual o elegante, non esiste dress code che non lo accolga a bocca aperta. Il punto di forza di questo irrinunciabile capo è proprio il collo, dettaglio che fa la differenza quando le temperature iniziano ad essere più rigide, ma che è in grado anche di valorizzarlo senza indossare sciarpe. L’aspetto stilistico che ho sempre amato di questo indumento è il suo essere basic per natura e versatile per stile e occasione, sta bene un po’ con tutto: sotto una giacca, un vestito, un cappotto, una camicia come si usava negli anni ‘70. Di maglia jersey, lana o cashmere ecco come indossare in modo semplice e sofisticato il nostro capo cult. La soluzione migliore sarebbe abbinarlo a una giacca o a completi per renderlo più elegante, un casual chic perfetto come look in ufficio. Un altro capospalla può elevare il dolcevita a standard da imitare: è sicuramente il cappotto. Può essere una buona idea abbinare maglione e cappotto lungo. La sintesi più elegante è quella del cappotto cammello e un maglione scuro. Possiamo renderlo più glamour abbinando il dolcevita ad un paio di mom jeans e alle sneaker, o in versione jersey sotto una giacca sartoriale. Invece, per i più freddolosi, nostalgici delle atmosfere marine consiglio un abbinamento ad un picot in lana puro, magari blu, proprio in stile lupo di mare. Per le più classiche e sofisticate il passpartout resta sempre il meraviglioso maglione in cashmere puro confort couture.
Ma anche i più originali hanno modo di sbizzarrirsi. Chi vuole sfoggiare ironia può strizzare l’occhio al vintage e indossare il dolcevita in versione xxl, proprio come se fosse un abito. Oppure scegliere un abbinamento inusuale, come su un pantalone a palazzo o a dei wide jeans. Per me, tuttavia, la versione più affascinante che rievoca alla mente una romantica baita e una cioccolata calda è il dolcevita trecce, la quintessenza dell’eleganza nella stagione fredda che dà il meglio di sé nelle tonalità dal panna al taupe. E quindi non resta che concedersi una coccola e soprattutto non smettiamo mai di amarlo il dolcevita invernale e non, perché sarà per moltissime stagioni la nostra seconda pelle, protagonista indiscusso anche nella versione alleggerita, nella prossima primavera – estate 2019.

Il primo spazio per bambini e adulti completamente dedicato all’arte

Sabato 23 Febbraio alle ore 17:00 apre a Bagnoli la “Palestra Arternativa” il primo spazio per bambini e adulti completamente dedicato all’arte dove tra percorsi e progetti, i più piccoli si “allenano” a vedere il mondo con occhi diversi, per poi provare a cambiarlo, utilizzando come attrezzi le vite degli artisti e i loro occhi aperti sulla vita.

Da un’idea di Rosa Rongone, art – trainer, la Palestra ARTErnativa è intesa come luogo di allenamento e di condivisione di un obiettivo alla cui base non c’è lo sviluppo dei muscoli o l’insegnamento di uno sport, ma lo sviluppo di una diversa sensibilità, creatività, di uno sguardo diverso sul mondo che ci circonda.

È una palestra alternativa al concetto comune, alla cui radice c’è l’arte. 

La palestra è un luogo fisico animato da due tipi di attività: chi allena e chi si allena. L’obiettivo di chi allena è spronare, stimolare e accrescere il desiderio di chi si allena di migliorarsi a livello fisico e personale. Chi allena si chiama personal trainer. 

In una palestra ARTErnativa chi allena si chiama ART_trainer.

L’obiettivo è spronare, stimolare e accrescere la sensibilità, la creatività, la capacità di osservazione, la possibilità di cambiare il mondo immaginandolo diverso. 

In una palestra canonica gli attrezzi sono i pesi, i macchinari o i vari oggetti legati alle discipline sportive.

In una palestra ARTErnativa gli attrezzi sono le esperienze degli artisti con il loro vissuto e il loro modo di percepire il mondo.

Non si copiano le opere ma si impara da esse, per mettere in pratica il personale mondo interiore.

Nell’evento di apertura, aperto al pubblico e a tutto il territorio, si potrà visitare lo spazio, arredato esclusivamente con materiale riciclato che riprende vita nella sua forma più artistica proprio dalle mani di Rosa, e verranno illustrati i progetti e i percorsi artistici previsti.

I bambini sono invitati a partecipare all’evento vestiti dal loro artista, o dal loro quadro, preferito.

La Socio c’Art

Ogni socio avrà la Socio c’ART dove potrà appuntare ogni mese il tipo di allenamento scelto, in base all’età, e il percorso svolto.

A fine anno ci sarà una scheda da compilare scrivendo l’artista preferito, motivazioni e se e in che modo l’allenamento ha fatto effetto.

Ogni socio avrà la tessera e una pins di palestra ARTErnativa.

Si possono saltare gli allenamenti essendo però consapevoli che, esattamente come nello sport, si tratta di un percorso che ha la sua efficacia solo se continuativo.

L’Art- Trainer Rosa Rongone

Dopo la Laurea si trasferisce a Roma per lavorare in teatro avendo acquisito il diploma in arte drammatica. Dopo tre anni di esperienza professionale in diversi teatri della capitale decide, per amore della sua città, di rientrare a Napoli e provare a trasmettere l’amore per la bellezza e il rispetto, a partire dai bambini.

Organizza dunque percorsi artistici, espressivi ed emozionali divisi per fasce  dai 4 ai 13 anni. Ogni età con il suo cammino annuale fatto di incontri con artisti studiati appositamente per la loro fase di crescita emotiva ed esperienziale. I seenni, ad esempio, che vivono un delicato momento di passaggio dall’asilo alle elementari, hanno una sezione dedicata appositamente a loro, con la tematica dello SGUARDO conoscendo artisti come Cezanne, Munari, Rotcko, Modigliani e altri…mentre i più grandi di 12 e 13 anni hanno come tematica il CAMBIAMENTO quindi si vivono artisti come Frida, Hopper, Turner, Bramblitt, e così via.

La passione per il teatro la spinge a lavorare con I Teatrini di Napoli e collabora con la bravissima Giovanna Facciolo alla realizzazione di uno spettacolo di riscoperta delle piccole cose: “Con la luna per mano”, grazie al quale incrementa il proprio immaginario.

Di anno in anno sempre più bambini e anche adolescenti hanno partecipato all’esperienza offerta da Rosa che inserisce  all’interno del percorso tutto il suo bagaglio culturale, dalla musica al teatro, dagli studi umanistici a quelli d’arte. Inoltre sviluppa un particolare e nuovo modo di realizzare feste per bambini dove al centro c’è il festeggiato con la sua storia, le sue preferenze, i suoi amici, che vivranno una favola da protagonisti, scritta per loro e quindi sempre diversa e con tutte le caratteristiche tipiche di protagonista, antagonista, intreccio, imprevisto e morale. Il momento creativo è sempre alla base, ma fondamentale sia per i percorsi d’arte che per le storie dei bambini è la condivisione di una esperienza.

Il prossimo obiettivo di Rosa è aprire i percorsi anche agli adulti e sta scrivendo attualmente un libro intitolato “Art-trainer” per diffondere il suo metodo ed essere un valido aiuto per insegnanti, educatori e chiunque voglia approcciarsi in maniera alternativa al mondo meraviglioso dell’arte.

Di Gianluca Balestrieri

Carnevale ormai è alle porte e i dolci tipici di questa ricorrenza sono davvero tanti. Eppure uno dei più tradizionali della cultura gastronomica partenopea è sicuramente il Sanguinaccio. Un dolce dalle origini molto antiche, come indica anche il nome, proprio perché in passato era preparato con il sangue del maiale.

Raccolto durante la macellazione, il sangue doveva essere continuamente mescolato per evitarne la coagulazione, successivamente veniva filtrato prima di essere unito alla crema di cacao cotta in pentoloni di rame su fuochi a legna. Alla crema si aggiungevano, poi, caffè, cacao, cannella, chiodi di garofano, uva passa e altre spezie oltre ad una buona quantità di zucchero per addolcire il tutto.

Ma perché veniva utilizzato proprio questo ingrediente, il sangue di maiale? E perché proprio in questo periodo dell’anno?

Il periodo carnevalesco inizia precisamente il 17 gennaio, giorno in cui si celebra Sant’Antonio Abate. Il santo anacoreta, vissuto in Egitto tra il III e il IV secolo, è sempre stato invocato per la guarigione dell’herpes zoster, il cosiddetto “fuoco di San’Antonio”, che in origine si curava con il grasso di maiale, per questo motivo il santo è sempre stato raffigurato tra le fiamme e con un maiale accanto.

Ma l’uso del sangue di porco per il dolce carnevalesco ha anche un’origine pagana: deriva, infatti, dalla tradizione medievale delle nostre campagne, dove l’uccisione dei maiali si è sempre collocata tra gennaio e febbraio, mesi in cui i contadini potevano finalmente godere di cibi prelibati, frutto del loro lavoro. Il ciclo di preparazione del maiale iniziava con il suo ingrassamento, proseguiva con la sua brutale uccisione e infine terminava con il suo essiccamento.

C’è un detto secondo il quale “del maiale non si butta via niente” e in effetti i napoletani hanno saputo sfruttare in cucina ogni parte di questo animale. Ma una volta utilizzata la carne, le interiora e il grasso, restava il sangue, che a lungo è stato utilizzato per scopi terapeutici: nei casi di carenza di ferro veniva dato alle donne durante il periodo mestruale o a chi soffriva di forte anemia. Dal 1992, poi, per motivi igienici, in Italia fu vietata la vendita e il suo utilizzo per scongiurare il pericolo di infezioni: il sangue, infatti, era considerando veicolo di malattie trasmissibili. Questo però non impedì completamente il suo uso. In alcune zone di campagna, ancora oggi, viene utilizzato e, seppur non venduto “ufficialmente” in negozi alimentari, è facilmente reperibile nei mercati di paese. Nonostante il sangue di maiale renda unico il sapore di questa golosissima crema al cioccolato, fortunatamente, l’arte dei pasticceri napoletani è stata in grado di

trovare una valida alternativa a questo ingrediente, conservando il suo inconfondibile gusto.

La Top Five:

1 Seccia Dolcezze Napoletane:

Storico bar- pasticceria situato nel cuore di Napoli, offre prodotti artigianali curati nel minimo dettaglio. Il sanguinaccio fondente è il suo cavallo di battaglia.

2 Mennella:

Con il suo gelato conquista palati di ogni genere, grazie ai suoi ingredienti di stagione ma anche come pasticceria è una delle migliori in Campania.

La sua crema al cioccolato al gusto di sanguinaccio è davvero unica.

3 Bellavia:

Storica pasticceria famosa per le sue creme imbattibili. Il sanguinaccio al cioccolato bianco e al pistacchio sono i suoi due cavalli di battaglia.

4 Leopoldo Cafe’ Bar

Pasticceria ormai divenuta un istituzione nel cuore di Napoli. Il suo fiore all’occhiello nel periodo di Carnevale sono le Nuvolette ripiene di crema al sanguinaccio.

5 Casa Infante:

Pasticceria e gelateria, presenta nel periodo carnevalesco il suo Buccacciello dedicato al sanguinaccio. Assolutamente da provare.

Dia de Los Muertos è il tema scelto per il party di carnevale che si terrà venerdì 1 marzo, a partire dalle 20.30, all’Agorà Morelli di Napoli. Significa “giorno dei morti”, è una delle feste più conosciute nel mondo, la sua origine è atzeca e rappresenta, sin dalla notte dei tempi, una commemorazione per il ritorno dei defunti sulla terra, nel 2003 è stata insignita dall’Unesco del titolo di Patrimonio dell’Umanità. Il party organizzato all’Agorà Morelli in collaborazione con Visivo Comunicazione prende spunto da questa spettacolare festa tradizionale e sarà l’occasione per sbizzarrirsi con fantasiose maschere colorate e trucchi appariscenti. In Messico i simboli della festa sono rappresentati dalla Calavera Catrina (la signora della morte), uno scheletro di donna in abiti eleganti con sombrero e dalle Calaveras, ovvero teschi, che compaiono in tutte le forme, colori, dimensioni e varianti. Ben lontane dall’essere macabre, le Calaveras in realtà ricordano di celebrare la vita e la mortalità, la festa rappresenta un incontro tra vivi e morti, dove le frontiere tra i due mondi svaniscono temporaneamente. Il dress code della party sarà per l’appunto Calaveras, fiori colorati, grandi cappelli, abiti e trucchi variopinti. In programma per la serata musica, videoarte e danza sulle note della selezione musicale del dj Duccio Bocchetti. Cucina messicana e mediterranea a confronto per la cena a cura di Alba Catering che fonderà le specialità delle due tradizioni culinarie; da una parte la colorata, speziata e saporita cucina messicana, dall’altra le specialità gastronomiche carnevalesche nostrane: piatti gustosi e irrinunciabili come la lasagna e i dolci di antica tradizione, il sanguinaccio e le chiacchiere. Anche la drink area rispetta il tema del party con la scelta di mexican & international cocktails che renderanno ancora più originale la festa.

Sugar Skull Series

INFORMAZIONI

Costo 50 euro a persona (include cena a buffet, vino e ingresso al party)

Biglietti in prevendita presso l’infopoint del Parcheggio Quick Morelli

(via Domenico Morelli, 40 Napoli) dal lunedì alla domenica dalle 9.00 alle 21.00.

pagina evento: https://bit.ly/2TRl8JA

sito web: https://bit.ly/2Igd2cc

Di Gabriella Giglio

Come dice l’adagio? A Carnevale ogni scherzo vale. Siamo proprio sicuri?

Gli scherzi sono leciti e ben graditi, a patto che rispettino uno dei principi fondamentali del galateo: il rispetto.

E allora ecco alcune regole base: lo scherzo non deve essere pericoloso sia per pe le persone che per i locali in cui il ricevimento si svolge, soprattutto quando si è in casa.

Non sfruttiamo la celia per far leva sulle paure di qualcuno e farcene scherno, mettendolo in imbarazzo. Rischieremmo di metterci in cattiva luce e rovinare la serata. Assolutamente bandite sono le bombolette spray, che spargono liquidi urticanti per gli occhi e dannosi per abiti e arredi.

Ben venga lo scherzo per ridere insieme e perché no, per corteggiare una principessa o un cavaliere presenti.

Le maschere, che coprono gli occhi, sembrano fatte apposta per fare la corte a qualcuno con cui, di solito, non riusciamo a spiccicare due parole a viso scoperto.

La peculiarità di questa festa è la possibilità di travestirsi in modo stravagante e bizzarro, dando libero sfogo alla propria creatività e, perché no, mostrando una parte di noi che tendiamo a celare. Ciò non vuol dire che ogni costume sia ammesso o gradito.

Per poter scegliere il costume o la maschera adatta al tipo di festa o manifestazione a cui intendiamo partecipare dobbiamo riferirci anche a quelli che sono i dettami dell’occasione.

Se abbiamo ricevuto un invito, sullo stesso ci saranno le indicazioni, il cosiddetto dress code. Nel caso manchi, consideriamo la tipologia di posto in cui si svolge l’evento e l’età media dei partecipanti.

Potrebbe trattarsi di un Bal en Tête, una festa a tema, insomma, in questo caso basta un’acconciatura particolare a tema o una maschera per il viso.

Se invece desideriamo sbizzarrirci indossando un costume vero e proprio seguiamo alcune regole base. Il travestimento non deve essere offensivo, indecente o disgustoso. Va bene la licenziosità, ma senza mai scadere nella blasfemia.

Preferiamo i costumi storici, casomai rivisti in chiave ironica accentuando qualche caratteristica del personaggio rappresentato. I costumi a ispirazione storica sono, particolarmente, adatti a gruppi di persone.

Si può optare per i personaggi di fantasia, come i protagonisti delle favole e dei cartoni animati, molto adatti per i bambini.

Quando si ha poco tempo per prepararsi, possiamo scegliere per un costume legato a professioni e lavori attuali o passati.

I costumi, anche quelli più semplici devono essere curati nei particolari.

Se gli altri non indovinano subito non offendiamoci, mi raccomando.

Anche gli organizzatori devono fare la loro parte per rendere al meglio l’accoglienza carnevalesca. Servono innanzitutto le decorazioni, con mascherine, coriandoli e stelle filanti, quelle non possono mancare, insieme alle trombette e alle lingue di menelik. Pace per la pulizia del giorno dopo. Molto graditi sono i giochi di gruppo e i balli spiritosi.

In ogni caso non possono mancare i piatti tipici di questo periodo come le chiacchiere (dette anche bugie, frappe o sfrappe) e le frittelle con il sanguinaccio (di cioccolato).

E allora Buon Carnevale a tutti.

Più di quattrocento ospiti per festeggiare i 40 anni di Mila Gambardella!

Un compleanno, che diventa una festa, che assume i contorni di un party-mob, e di cui resta definitivamente traccia facendo eco oltre i confini di Napoli raggiungendo altre città d’Italia, insieme al suo tormentone: le mille me. Si parla del party di Mila Gambardella per festeggiare i suoi 40 anni che ha avuto luogo sabato 9 febbraio presso la sua villa di Marechiaro dove da più parti d’Italia, e qualcuno anche dall’estero, sono arrivati oltre 400 ospiti. In principio era un # sui social che caratterizzava il suo stile, ma il 9 febbraio LEMILLEME è stato sdoganato in tutte le sue espressioni creative e di comunicazione: come maxi scritta luminosa, come pannello in polistirolo dorato che ha dato il benvenuto agli ospiti all’ingresso della villa, nei gadget e nelle stampe a cura di Albanodigitalpoint fino a diventare un cocktail… forte e attivatore di euforia come colei che lo ha lanciato. Raggiante in una mise esclusiva, abito bianco con polsini in oro e cintura di paillettes dorate firmato Alessandro Legora, gioielli Ileana della Corte e calzature Albano, Mila ha festeggiato in grande stile il suo compleanno regalando ai suoi ospiti un evento da ricordare. Ogni dettaglio è stato curato fin nei minimi particolari: il kit di sopravvivenza brandizzato con alcuni accessori must per vivere al meglio e fino alla fine un party unico nel suo genere. Il ledwall di Play Animation su cui scorrevano le immagini della festeggiata nelle varie fasi della sua vita. Un giardino d’inverno a cura di Le Rose prestato a pista da ballo al cui centro spiccava un albero da cui pendevano sagome delle più belle mise di Mila è stata la perfetta ed esclusiva cornice alla festa per cui va un ringraziamento speciale a Pierluigi Chioccarelli. Ottima qualità del suono e delle luci a cura di Andrea Pirozzi. Mille e uno sono stati i brindisi in onore della festeggiata, a suon di prosecco, cocktail a cura di Matteo di Stasio con la collaborazione di Bartender’s abbinati a fritti e catering a cura dello chef Salvatore Di Franco. Delizie golose omaggiate da 16 Libbre e Gay Odin, fino alla caramellata a cura di Cecilia Pezzella.

Angeli custodi” della festeggiata, Lula Carratelli, Cristiana Giordano e Enrica Fiordiliso radiose in outfit Alessandro Legora. A Lula va una menzione speciale per aver supportato la festeggiata e aver condiviso e realizzato ogni suo desiderio. Splendide e raggianti anche le damigelle nonché amiche storiche di Mila in abiti Roberta Bacarelli declinati nei toni del blu e dell’oro. Per loro un gadget speciale, un bracciale firmato Paviè con charm lemilleme40. Il pubblico top e super elegante, smoking per gli uomini e abito lungo per le donne, ha così trascorso la serata ballando sulle proposte live della band Capa Fresca che ha poi lasciato il posto al dj Marco Piccolo. A sorpresa, c’è stato il flashmob delle “miline” capitanate da Claudia Pinardi e Viviana Vaccaro in outfit Ombelico che al centro della festa hanno catalizzato l’attenzione in t-shirt le milleme40 e con le maschere su cui erano impressi i mille volti di Mila ballando al ritmo di Marry You di Bruno Mars. Ogni istante del party è stato fotografato da Federica Ariemma ed è confluito nelle riprese di Davide Gibilisco. Grande emozione per la festeggiata al momento della torta realizzata da Dolce Vita di Cosimo Bucchetti, di grande effetto presentata in forma circolare intorno alla festeggiata su cui erano accese 40 candeline dorate tra gli auguri degli amici più cari e dei genitori, Enrico Gambardellla e Luciana Fiorillo in un’atmosfera resa ancora più spettacolare dai fuochi d’artificio di Accendi un sogno. Un party che nessun invitato voleva più lasciare, la cui sicurezza è stata affidata a Security Eye e che si è concluso con un altro colpo di scena: la festeggiata al momento dei saluti è stata vittima di un incontro-scontro e le si è spezzato un dente. Ai bambini che perdono i dentini si dice sempre che il topolino porta un regalo… per Mila che sia di buon auspicio per il futuro?

Tra gli ospiti, gli attori Miriam Candurro con Mauro Tornincasa, Samanta Piccinetti e Michelangelo Tommaso, Roberto Tozzi, Enzo Chirico, Valerio Catalano, Andrea Imperato, Toli Senese, Michele Misurelli, Fabrizio Chianese, Corinne Alotti Andrea Adamo, Roberta Pacifico, Valeria De Rosa, Viviana Racconto e Gianluca Montella, Manuela Macchione ed Enrico Tizzano, Oria Sgobbo, Caterina Margarita, Veronica Musollino e Remo Signorello, Giulia Ruggi d’Aragona e Domenico Rolando, Federica Ruggi d’Aragona e Francesco Calabrò, Roberta d’Amore, Matilde Bello, Enrica Spagna Musso, Mino Cuciniello, Carla della Corte, Stefania Cilento, Diego Mancino, Costantino Brancia D’Apricena, Donato Triggiani e Valentina Visconti, Roberto e Serena Bastianini, Paola e Giuliano Cuomo, Fabio e Maria Michela Buonomo, Vanessa Chianese, Giovanni Micera e Maria Rosaria Petito, Alessandra Menditto, Fabrizio Forzati e Laura D’Anella, Roberto e Roberta Nobler, Roberto e Roberta Porcelli, Ludovica Gagliardi e Gianni Ioime, Chicco Gagliardi e Daniela Giustino. Da fuori, Valentina Albanesi, Jasmine de Gobbi, Michela Balestrini, Stefano Russo, Fabrizia Favia Guarnieri, e Greta Andreani, Luigi Grosso, Luca Sani, Federico Fiamma Rico, Emerson Zito, Andrea Iapicca, Stefano Strucchi, Matteo Roberti, Giuliana Liotti, Vincenzo Capuano, Fabio Dattoli, Pietro Picciriddu, Lorenza e Antonio Triola, Riccardo e Antonella Pascucci, Paola de Simone, Fulvio De Simone, Claudio e Bruna Ruggiero, Rosalba Ruggiero, Maria Grazia Rivellini, Alessandra Ruggiero, Federica Rubino, Lorenzo Moschella e Gioia Fiorillo.

Dopo anni di commissariamento, il patron della Quick no problem parking è alla guida dell’esecutivo di esercenti. «Abbiamo un team di 26 consiglieri, per me sono tutti Presidenti. La squadra porterà avanti il progetto».

Confcommercio torna a camminare con le proprie gambe e dopo anni di commissariamento si sente aria di rinascita nella città di Napoli. Tra sfide e progetti futuri Massimo Vernetti, già presidente onorario della Quick no Problem Parking e presidente Aipark, al comando dell’associazione dei commercianti – dopo il passaggio di testimone del commissario Giacomo Errico – racconta la storia e il futuro di una realtà che deve proiettarsi verso nuovi scenari diventando sempre più radicata sul territorio e attenta ai bisogni degli imprenditori. I tempi cambiano, le tecnologie danno vita a nuovi modelli di business, un “terremoto”, uno “scissionismo virtuale” che deve mettere tutti sull’attenti e far correre ai ripari.

È stato difficile per lei accettare questo ruolo di grande responsabilità?

Direi che è stata una decisione sofferta, o meglio ancora meditata. Dopo tanti anni di lavoro e di progetti per la città e per la Regione Campania, ti senti chiamato all’ordine. Credi che sia arrivato il momento di dare il tuo contribuito e di far rinascere Confcommercio Napoli, cambiando le carte in tavola. Ora è arrivato il momento di lasciarsi alle spalle il passato buio e di lavorare sodo per creare prospettive migliori. Abbiamo un team veramente importante composto da 26 consiglieri. Io li considero dei presidenti a tutti gli effetti, e io sono il loro coordinatore. Sarà la squadra tutta a portare avanti con energia il progetto Confcommercio, non di certo solo una persona.

In che modo pensa di vincere questa sfida ambiziosa e quali sono i progetti che intende realizzare?

Il primo obiettivo è di spiegare al mondo dell’economia che Confcommercio Napoli non è solo una rete di commercianti e negozi, ma una fetta molto grande che rappresenta il 60% del Pil italiano. La seconda sfida è di aumentare il numero dei soci all’interno dell’associazione, al momento ne contiamo 8mila, ma meritiamo di averne perlomeno il triplo!

Terzo punto del programma?

Confcommercio deve diventare una ‘Casa di formazione’. Vogliamo organizzare dei corsi in grado di creare figure professionali altamente specializzate, rilasciando un attestato che diventi sinonimo di qualità. Per farlo stiamo facendo una indagine per capire quali sono le arti, i mestieri e i lavori più richiesti al momento. È vero che viviamo in un periodo di crisi, ma non si immagina quante richieste di qualifiche abbiamo da parte di imprenditori che non riescono a trovare delle figure professionali. Noi dobbiamo cercare di colmare questo vuoto, i giovani devono tornare a ripopolare Napoli, non dobbiamo lasciare che scappino via dal Sud dove non ci sono prospettive, crearle è il nostro impegno.

I tempi cambiano e le nuove tecnologie si impossessano del mercato. I settori tradizionali devono confrontarsi con nuovi e innovativi modelli di business, come l’e-commerce.

Siamo di fronte ad un terremoto economico in questo Paese, ad uno tsunami epocale che sta creando uno “scissionismo virtuale” delle imprese. Non ce ne stiamo rendendo conto, ma bisogna correre ai ripari per evitare di restare indietro. Come per una situazione di emergenza, è necessario dare vita ad un Osservatorio, ad una unità di crisi, una task force che accenda i riflettori su questo problema. Fare rete e sedersi al tavolo con imprenditori, Confesercenti, Unione Industriali, CNA e tutte le altre componenti per capire come approcciarci ad un mercato figlio del federalismo e del web. Basti pensare all’e-commerce che sta rivoluzionando l’intero sistema competitivo, non si può aspettare che arrivi la disgrazia, il nostro dovere è trovare delle soluzioni.

Sta facendo discutere la proposta di legge sulla chiusura dei negozi nei giorni festivi e sullo stop alle consegne online la domenica, quale è la sua idea?

Sono antitetiche rispetto al bisogno degli acquirenti. Non esiste un consumatore che voglia i negozi chiusi nel weekend. Come è possibile che l’offerta non soddisfi la domanda? Poi tutte queste regole creano confusione, chi scende per fare shopping il fine settimana inizierà a girare a tentoni non sapendo dove andare.

Se dovesse fare una previsione da qui a 10 anni come crede che cambieranno le imprese?

Internet, la digitalizzazione, la logistica e l’ecosostenibilità avranno un ruolo sempre più importante nel futuro, faranno da padrone. Per capire come fronteggiare queste novità bisogna volgere lo sguardo ai Paesi Nord Europei.

In sintesi tre priorità di Confcommercio?

Far capire a tutti il ruolo della Confederazione. Puntare sull’aggregazione tra le parti e creare servizi per i soci, facendo in modo che si sentano protetti nella cattedrale di Confcommercio. Ripartiamo da qui!

Di Emanuela Vernetti

Bianco e nero. Tragica e comica. Pulcinella è così. Maschera e volto. Antica e contemporanea allo stesso tempo. In lei l’autentica contraddizione del popolo napoletano. E una storia che ha radici lontane.

Già conosciuta ai tempi dei Romani e sparita con il Cristianesimo, la maschera di Pulcinella è risorta nel 1500 con la Commedia dell’Arte. Prende vita, nella forma in cui oggi la conosciamo, grazie all’attore Silvio Fiorillo che si ispirò a Puccio d’Aniello (in dialetto ‘Pulecenella’), un contadino di Acerra, reso famoso da un presunto ritratto di Ludovico Carracci in cui è dipinto con la faccia scurita dal sole di campagna e il naso lungo.

La sua fisionomia rende evidente la prima insita contraddizione: i suoi modi farseschi, il suo ventre gonfio, il cappello bianco a forma di corno, simboli dell’abbondanza si contrappongono al volto funereo, nero, pieno di rughe.

Non a caso, secondo alcuni il suo nome deriverebbe da ‘piccolo pulcino’ per il suo naso adunco ma anche perché nascerebbe da un uovo di gallina, animale sacro a Persefone, sposa di Ade e regina degli Inferi.

Morte e miserie umane insieme alla vitalità solare di un personaggio che non si arrende mai di fronte alle difficoltà quotidiane.

Ironico e irriverente, infatti, il Pulcinella delle Guarattelle (l’arte dei burattini napoletani) non è più servo ma un anti-eroe che si ribella ai soprusi dei potenti. Demistificatore, svela i retroscena più scottanti (di qui l’espressione: “Il segreto di Pulcinella”), pur nella sua ingenuità.

A partire dal XVIII secolo la maschera viene esportata in tutto il mondo e sono innumerevoli gli artisti che si sono confrontati con quella che ormai è un’icona. Dai De Filippo a Massimo Troisi fino al maestro Lello Esposito che da sempre indaga sugli archetipi della città, ne analizza le contaminazioni, reinterpretandoli in chiave contemporanea.

La nostra copertina si ispira proprio a questo tipo di ricerca. La maschera di Pulcinella è raffigurata di profilo. Non si svela frontalmente in tutta la sua canonica pienezza. Un po’ si nasconde e lascia qualcosa di inesplorato. E così il suo tradizionale naso adunco si trasforma nel Vesuvio, un’altra icona di Napoli. Eppure dal cono di lava erutta una nube polimorfa di fumo e colori. Un’esplosione inaspettata. Come quell’anima innovativa che cova nel profondo anche nello spirito più tradizionale di Napoli.

Due icone. Il Vesuvio e Pulcinella. Ma nuove forme per rappresentare un immaginario culturale che da sempre è radicato ai suoi archetipi ma che al tempo stesso è in continuo divenire. Perché il bello è che qui la tradizione non è mai uguale a se stessa.

Di Fabrizio e Aurelio Fierro JR 

Oggi nel salotto di Fierro c’è un ospite eccezionale: il grande Ricky Portera, sound inconfondibile degli StadioLucio Dalla e tanti altri.   

Aurelio: Ricky, non voglio cominciare dal passato ma vorrei chiederti subito del presente. Hai novità e progetti nell’immediato futuro? 

Parlare del passato sarebbe triste perché si parlerebbe di qualcosa che ci ha fatto crescere, ci ha dato un’identità, quindi è meglio lasciarlo da parte per evitare lacrimoni. Progetti futuri ne ho tanti e nessuno. Di fare dischi non ho più voglia perché ormai sono snobbati quindi tanto vale non perderci tanto tempo. Ormai le cose che funzionano sono quelle che io non mi metterei mai a fare, per carità. Cerco di investire il mio futuro nei concerti, infatti ho un’idea che mi frulla in testa per la Germania dove porterò la mia band al femminile e sarò accompagnato da una orchestra sinfonica. Amo unire il mio rock alla musica vera che per me è la musica classica. 

Fabrizio: Viaggi spesso per fare ospitate o preferisci farne poche e selezionarle? 

Le ospitate mi piacciono perché ti misuri sempre con gente diversa, in situazioni nuove, con band validissime e altre meno valide, quindi si richiede un livello di stress che non mi piace. Però sapere anche che hai la possibilità di lasciare anche solo una nota ai musicisti, una esperienza ai ragazzi, è una sensazione piacevole. 

Aurelio: Ho avuto la responsabilità di tenere la tua mitica chitarra a casa mia per una notte.  In che occasione Van Hallen ti ha omaggiato di questo prezioso strumento? 

Durante un tour in Germania, 28 date in 30 giorni, scoprì che a distanza di una settimana da una di queste date, nello stesso luogo in cui avremmo suonato noi, avrebbe fatto un concerto il mio idolo dopo Hendrix Jeff Beck: Van Hallen. Io cominciai a lasciargli messaggi nei camerini, di ringraziamento e di stima per il suo modo di suonare che ha totalmente rivoluzionato il mondo della chitarra. Una sera, durante un nostro concerto a Monaco, me lo vedo apparire. Evidentemente incuriosito dai messaggi di questo “piccolo chitarrista italiano”, e  mi lasciò a bocca aperta. Dopo il concerto andammo in un locale di Schwabing. Passammo una serata bellissima ascoltando una band di Punk e bevendo. Non sai quanti bicchieri riuscì a buttare giù! E così dopo un paio di giorni, a Stoccarda, mi arriva un pacco contenete il corpo della chitarra di Van Hallen, perché le chitarre se le montava lui stesso. Potete immaginare la mia gioia nel ricevere quel regalo che oggi è ancora la mia chitarra e che custodisco come un cimelio. 

Fabrizio: So che registravi molti riff e armonie, idee che sono tuttora conservate nei nastri degli studi di registrazione di tutta Italia. Ti capita di risentire qualche tua idea nei dischi moderni? 

Di riff ne ho fatti veramente tanti e ne trovo tantissimi tanto è vero che i miei ultimi album contengono idee addirittura dell’87/88.  Vicoli di Modena la scrissi per Vasco nel ’92, Bambina Mia nel ’90.  È bello registrare tutto, anche le cose che credi brutte perché poi a distanza di anni le riascolti e ti si apre un mondo. Guido Elmi, ad esempio, quando lavorava per Vasco, faceva venire in studio Tullio Ferro, che ha scritto tante cose proprio per Vasco, lo chiudeva nel gabbiotto di ripresa con un microfono e una chitarra e lui registrava tutto ciò che gli veniva in mente per due o tre ore. Guido Elmi, dopo, riascoltava tutto, prendeva un po’ di idee e, un po’ di qua e un po’ di là, sono nate canzoni come: Una splendida giornata, Vita spericolata ecc. Quindi viva i riff, registrarli e conservarli sempre perché a distanza di anni possono essere utili per dei grandi successi. 

Aurelio: Sei il più rappresentativo e imitato chitarrista italiano. Vuoi dire qualcosa alle nuove leve? 

A me fa molto piacere essere un chitarrista rappresentativo anche perché riconosco di essere stato il primo a fare certe cose, a suonare in un certo modo e a tradurre delle cose che arrivavano dall’estero.  Quello che vorrei dire alle nuove leve? Di prendere una laurea innanzitutto, perché per quanto poco serva, è sempre giusto avere un foglio in un cassetto. Io sono geometra, ho fatto un anno di ingegneria e quattro di medicina perché avrei voluto fare il neurologo, non ci sono riuscito e oggi mi dispiace molto. Un secondo consiglio: non imitate i vostri idoli perché ogni modo di suonare proviene solo dal proprio stile di vita, dal proprio carattere e non dallo studio esasperato di scale o scimmiottando i soli degli altri. Così non si diventa musicisti, si diventa esecutori. Io faccio sempre un esempio: che differenza c’è tra un acrobata da circo e un atleta da Olimpiadi? Non è solo una questione di tecnica, è il come ci si esprime. Uno ci vuole stupire con effetti speciali, l’altro ci vuole far sentire tutto il sacrificio fatto nella vita per arrivare dove è arrivato. Quindi conoscetevi, per suonare meglio. La musica nasce dalla sofferenza, non dalla gioia. Meditate. Altro consiglio: quando faccio masterclass  o prove ho sempre il telefono a portata di mano perché se squilla e non si risponde, si potrebbero perdere lavoro o donne, in tutti e due i casi non è una cosa buona! 

Grazie a Ricky Portera  

Intervista ricca di esperienza, profonda ma anche divertente.
Grazie a Francesca della Volpe per le splendide foto che rendono quasi visiva la sua musica.