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Il marchio storico, nato nel 1919, torna in commercio grazia al brand Peroni.
Affinito, brand manager Peroni: «Un omaggio alla città, alle sue bellezze e ai suoi sapori»

Di Vincenzo Sbrizzi

Tutti i nomi dei singoli quartieri sull’etichetta della birra. È questo l’omaggio che la Peroni ha voluto fare a Napoli facendo rivivere la Birra Napoli. Il marchio storico nato nel 1919 torna in vendita con un nuovo aspetto ma con il sapore di sempre. È questo lo spirito che ha animato la sfida della rinascita di un brand che ha segnato la storia cittadina nel secolo scorso. «È un tributo alla città. La creatività che abbiamo scelto esalta Napoli e mette in mostra tutti i singoli quartieri». A parlare è Francesco Affinito, Innovation brand manager Peroni, che ha curato la rinascita del brand storico.

Figlia delle Birrerie Meridionali, attive fin dal 1904, la Birra Napoli è un marchio che si ritrova in tantissime immagini storiche, tanto da ispirare una mostra su manifesti e pezzi d’epoca a cura di Daniela Brignone, curatrice dell’Archivio storico e Museo Birra Peroni, nell’antisala dei Baroni del Maschio Angioino. «È stato un viaggio interessante alla scoperta delle peculiarità di questa città. Abbiamo raccolto foto e immagini che parlano di questo prodotto e ci siamo resi conto che è stato protagonista di una storia breve ma importante per Napoli» continua Affinito. E sono proprio le immagini del territorio a lanciare la comunicazione del brand, tutta tesa a esaltare le bellezze della città all’ombra del Vesuvio.

La scelta dell’etichetta, infatti, frutto di una ricerca di mercato, deriva dalla volontà di raccontare tutti i quartieri cittadini, non solo quelli più noti, nella convinzione che ognuno di essi abbia qualcosa di stupendo da raccontare. «Sono stati i cittadini a scegliere l’etichetta perché esalta il forte legame che il prodotto crea con il territorio. Di qui il claim scelto: ‘partenopea come te’ » sottolinea il brand manager.

La birra verrà distribuita a Napoli e in Campania nei bar, ristoranti e pizzerie.

Ma qual è il gusto della nuova Birra Napoli e quanto è vicina a quella del 1919?

A spiegarlo è Luigi Serino, il direttore dello stabilimento di Roma che produrrà la birra. «Dopo 39 anni di lavoro nel mondo della birra, prima di andare in pensione volevo realizzare un prodotto che venisse interamente dalla mia terra, visto che sono campano. Si tratta di una birra a base di malto ricavato dagli orzi di varietà sunshine dell’Irpinia, da Calitri e da Ariano Irpino, zone di medio-bassa collina. Il grano invece è quello di Gragnano del Senatore Cappelli».

L’obiettivo è quello di riprodurre un sapore d’altri tempi che però risponda anche alle esigenze del tempo.

«La birra è perfetta ad accompagnare i piatti tipici della cucina partenopea e come si direbbe dalle nostre parti, i fritti sono ‘la morte sua’».

Il Cristo Svelato, opera innovativa dell’artista partenopeo, è esposta nella Chiesa del Real Monte Manso di Scala, nello stesso palazzo in cui si trova la cappella Sansevero che ospita la scultura di Sanmartino.
«Da ragazzo immaginavo di alzare il velo del celebre Cristo Velato. Da grande ho voluto scolpire la Resurrezione di Cristo. La vita oltre quel velo»

Di Rosaria La Rocca

Una gioventù passata a girovagare tra le stradine e i musei di Napoli. Giuseppe Corcione, artista partenopeo, considera Napoli la sua inesauribile fonte d’ispirazione. Pittore, scultore e designer, anche se a dire il vero, a lui le etichette non piacciono molto, da sempre lavora sulla città di Napoli e sulla sua filosofia di napoletanità. «Come un indagatore munito di una lente di ingrandimento l’ho guardata da vicina. Ho speso tutta la mia vita a osservarla. E oggi, la mia arte è la sintesi di stimoli creativi che continuamente ricevo da lei». Tutte le sue opere sono legate alla filosofia di napoletanità, come lui stesso ci tiene a sottolineare, ma contemporaneamente per ognuna mette in scena un vivace gioco di equilibri. «Mi sento spesso un’artista irriverente – spiega Giuseppe Corcione – perché ogni volta con la mia immaginazione e la mia fantasia mi diverto a scombinare le carte della tradizione». Mosso da questa spinta Giuseppe Corcione arriva a pensare di far risorgere con il suo Cristo Svelato, proprio il famoso Cristo Velato di Giuseppe Sanmartino conservato nella cappella Sansevero. La sua curiosità, un altro ingrediente che lui reputa fondamentale per la sua ricerca artistica, ha suscitato in lui una domanda: cosa c’è sotto quel velo?

È attorno a questa domanda che Giuseppe Corcione ha provato ad “alzarlo”. «Non ho trovato la morte – come lui stesso dichiara – bensì la vita. Con questa opera la mia dimensione di artista, nonché di uomo si è incrociata con quella spirituale e alla fine ho trovato il Cristo Risorto». È una celebrazione della Resurrezione di Cristo che viene sottolineata anche dalla sua collocazione. Il Cristo Svelato è esposto nella Chiesa del Real Monte Manso di Scala al terzo piano dello stesso palazzo in cui è ubicata la cappella Sansevero. «Quando ho preso lo studio nella chiesa Real Monte Manso di Scala e ho scoperto questa perfetta corrispondenza architettonica, ho avuto un’illuminazione: ecco l’ascesa di Cristo che da giù sale sopra! Il Cristo Velato e il Cristo Svelato sarebbero diventati un tutto uno». L’estro creativo e visionario ha fatto, quindi, maturare in Giuseppe Corcione la necessità di toccare con le sue mani di artista la tradizione, proiettandola con rispetto verso la strada dell’innovazione.

L’Ottava Misericordia riassume questa sua ambizione. Installata in maniera permanente al Pio Monte della Misericordia accanto alle Sette Opere di Misericordia del Caravaggio è un’opera che favorisce l’inclusione a quanti non possono fruire dell’arte. È il primo bassorilievo tattile esposto in un museo napoletano. «Crea una condizione di pari opportunità – aggiunge Giuseppe Corcione – nel mondo dell’arte. E in tal senso l’Ottava Misericordia potrebbe guidare il Pio Monte della Misericordia in una dimensione di museo all’avanguardia». Ponendosi in dialogo con la congregazione del Pio Monte e Caravaggio uno dei più grandi esponenti della pittura italiana del Seicento, Giuseppe Corcione aggiunge una nuova opera alle sette opere di misericordia descritte nel Vangelo e manipolando le ombre e le luci caravaggesche accompagna le persone non vendenti verso il cammino della conoscenza. È un dono che l’arista fa alla nostra società. «Un gesto di grande civiltà e – come lui stesso ribadisce- un atto curativo nei confronti di chi potrebbe sentirsi escluso alla partecipazione della vita. In questo lavoro mi ha accompagnato la frase dello scrittore Alejandro Jodorowsky che racchiude perfettamente il significato della mia arte: la finalità dell’arte è curare. Se l’arte non fa guarire, non è vera arte». Un’opportunità per migliorare sia noi e sia quella città che ha favorito la maturazione della sua riflessione artistica. Questo è un altro punto nevralgico della sua arte e muoversi in questa direzione gli è stato possibile anche grazie l’appoggio riconosciuto dalle istituzioni locali. Consapevole di operare in una Napoli che per il suo trascorso storico e artistico appare ancora fortemente conservatrice, Giuseppe Corcione ha individuato un’inversione di tendenza. Nonostante vi sia ancora qualche remora nei confronti delle novità, l’artista nota che il territorio napoletano inizia a mostrare un’apertura verso il nuovo. In questo scenario qual è la promessa che ci fa Giuseppe Corcione?
«Continuare a giocare con i simboli della napoletanità, muovendoli con i miei strumenti di artista al rinnovamento, conversando sempre la semplicità nel raccontare la mia tradizione».

Lo chef stellato alle redini del ristorante Indaco dell’hotel Regina Isabella di Ischia propone una cucina tra tradizione e innovazione. «La gastronomia? Non ha classi sociali, è espressione della curiosità umana»  

Oppure l’inciso tra virgolette cambiare con: Il gusto non ha gerarchie ma è espressione della curiosità umana 

Di Francesca Saccenti

I suoi piatti possono nascere da un amore, da una delusione e perché no, anche dai quadri di Pollock o da antiche opere della Magna Grecia. L’ispirazione dello chef stellato Pasquale Palamaro non ha confini e risiede nelle sfumature dell’animo umano che sfociano in una creatività costante, dove i sapori del mare descrivono la sua isola, Ischia. Classe 1978 alle redini del ristorante Indaco dell’Hotel Regina Isabella di Lacco Ameno, la sua è una storia fatta di viaggi e di visioni. Dalla Russia al Giappone, dalla Lituania alla Cina, fino a Napoli dove da ottobre collabora con il ristorante Archivio storiconel cuore del Vomero. Una corsa sfrenata alla ricerca della sua ‘cucina parallela’, perché un piatto di genovese o una formica delle Amazzoni sono sullo stesso piano. Non c’è gerarchia nel gusto, la gastronomia non ha classi sociali, è semplice espressione della curiosità umana.  

Sua madre immaginava per lei un futuro da geometra, come è riuscito a convincerla? 

Da sempre mi sono sentito cuoco, questa vocazione mi ha accompagnato sin da piccolo. È una dote innata o la hai o non la hai. Non vedevo il mio futuro in un ufficio o nell’attività di impresa edile della mia famiglia. Quando si trattò di fare la scelta portai a casa i moduli dell’Istituto alberghiero, andai da mia madre e le dissi: «Se non li firmate voi, li firmo io».  

Un imperativo categorico. 

Avevo la consapevolezza di quello che volevo fare da grande. Quanti ragazzi oggi possono dire lo stesso? C’è una indecisione dilagante, io avevo una idea, ero convinto e l’ho imposta. Ho fatto tredici, come al Totocalcio!  

In che modo Ischia influisce nella sua filosofia culinaria? 

Sono devoto all’isola, mi sento parte di questa terra di mezzo sospesa tra mare e terra. Mi sento ambasciatore di tanta bellezza, porto con me l’impegno di promuovere il territorio attraverso la mia ‘cucina parallela’ che si fonda su due concetti ben chiari: la vista ed il gusto. Più bello è il piatto e più deve essere buono.  

Nel 2013 è arrivata una grande conferma, cosa ha provato? 

Indaco è stato la mia grande scommessa, avevo chiesto io alla proprietà dell’albergo Regina Isabella di dare vita ad un ristorante gourmet. Purtroppo dopo quattro anni di fallimenti avevo deciso di gettare la spugna rassegnando le dimissioni.  

Poi cosa è successo? 

Qualche giorno dopo è arrivato l’importante riconoscimento. Era come se la prima Stella Michelin avesse detto: «Ma dove stai andando? Resta qui».  

Ha viaggiato tanto, non ha mai pensato di trasferirsi altrove? 

No, ho girato mezzo mondo ma il richiamo di casa è sempre stato più forte. Il Giappone mi ha insegnato il lavoro e la serietà, il rispetto per la materia prima, la Russia quanto sia importante il servizio in sala, in questo Paese in un ristorante è possibile trovare trenta camerieri e tre cuochi, per loro la forma supera il contenuto. In Lituania ho amato i tuberi, radici dal gusto inconfondibile.  

È da poco ritornato da un viaggio in Cina: cosa le è rimasto? 

Shanghai è cosmopolita, una città moderna che si muove tra luci e grattacieli. Eppure tra quei palazzi postmoderni è possibile trovare un’identità più nascosta, fatta di piccole botteghe dove regna lo street food, dove si assaporano piatti di una tradizione che resiste al progresso. Un po’ come Napoli che è fortemente radicata al suo passato.  

Gli italiani sono meno disposti a sperimentare con il cibo? 

Non credo sia una questione italiana, ma piuttosto soggettiva. C’è chi ha il coraggio di lasciarsi andare al gusto senza porre dei limiti e chi invece vuole solo la tradizione in tavola. Le faccio un esempio: amo la genovese sin da bambino, ma ho deciso di aprirmi anche alle novità. In Brasile ho assaggiato un piatto dello chef Alex Atala, una formica delle Amazzoni adagiata su un letto d’ananas, era buonissima, croccante, al gusto di limone. Da una parte c’è il passato e dall’altra l’innovazione: per me questi due aspetti si muovono sullo stesso piano.  

In che senso? 

Ho visto miliardari sedersi a tavola e ordinare la pasta al sugo o una semplice grigliata di pesce e chi invece ha pagato una cena con gli spiccioli del salvadanaio per intraprendere un percorso culinario diverso, affidandosi alla sperimentazione. La gastronomia non ha classi sociali, è semplice espressione della curiosità umana.

Di Elena Aceto di Capriglia

Se bastasse una sola crema, siero, maschera, la bellezza non si assocerebbe alla parola rito.  

Da Cleopatra in poi, infatti, ogni volta che si parla di benessere e strategie per rendere più bella la pelle non ci si ferma mai ad un’azione unica, ma un complesso di azioni che accompagnano l’uso dei vari prodotti.  

Sembrerà banale ma tanto banale non lo è. Nella mia esperienza ho capito quanto spesso il fallimento e la conseguente frustrazione, quando ci si arma contro il passare degli anni e i segni ormai non più camuffabili, derivi non solo nella scelta del prodotto quando esso non è altamente performante, ma anche nell’uso che se ne fa. Siamo alle soglie del secondo ventennio degli anni duemila e non solo c’è ancora chi promette miracoli, ma anche chi ci crede quando si tratta di benessere della pelle.  

Per questo motivo gran parte del mio lavoro è concentrato sulla formazione dei miei colleghi farmacisti affinché, oltre a comprendere le proprietà dei prodotti, per indicare quello più giusto a seconda dell’effetto che si vuole ottenere o della problematica che si va a trattare, sappiano anche indicare il protocollo più corretto dove all’associazione di più prodotti con i dovuti gesti cosmetici, corrisponda una formula sartoriale che hanno di fronte. 

Infatti, se da una parte è difficilissimo affermare che esista il prodotto perfetto perché non tutti siamo uguali, dall’altra parte è corretto invece sostenere che la combinazione di diversi prodotti porti a un’ottimale comportamento nei confronti della pelle, per far sì che lo stato di benessere raggiunto sia ottimale e che la bellezza ne sia una diretta conseguenza. 

Per mantenere la pelle in salute, Miamo ha strutturato un sistema di protocolli detto Miamo System, ideato dal nostro team scientifico. Il protocollo consente di personalizzare il proprio percorso di benessere cutaneo grazie alla combinazione di più prodotti cosmeceutici a seconda delle proprie esigenze, accedendo così a un trattamento della pelle di qualità ed efficacia superiore. L’applicazione di sieri e creme segue una logica sequenziale che rispetta la fisiologia cutanea e ne interpreta le regole biologiche, in modo da garantire la salute e la bellezza della pelle. 

I gesti di routine di bellezza, secondo il Miamo System, si articolano in sei step. Ecco quelli fondamentali: 

1.Detersione ed esfoliazione: è il primo passaggio che  prepara la pelle alla stimolazione dermica che ripristina la funzione strutturale;  

  1. Idratazione:Si passa poi al trattamento per correggere e migliorare gli inestetismi per poi ripristinare la quantità d’acqua cutanea indispensabile, attraverso unostep d’idratazione.  
  2. Protezione:Completa il sistema lostep protezione per aumentare le funzioni protettive, in grado di mantenere lo stato di benessere raggiunto. Come già accennato nelle pagine di questo magazine, nella nostra visione c’è la necessità di proteggere la pelle dal sole anche nei mesi più freddi, considerando che in inverno la pelle e comunque esposta ad agenti atmosferici quali freddo e vento.  

All’interno di questo protocollo, a seconda delle esigenze specifiche ci saranno prodotti specifici. Non tutti possono contare sullo stesso tipo di esfoliazione per esempio, le pelli grasse rispetto alle pelli secche adotteranno un prodotto idratante differente, e così via per tutti i vari passaggi.  

Un incoraggiamento a chi pensa che sia un lavoro troppo lungo: è tutto tempo risparmiato perché gli effetti su una pelle in salute si prolungano nel tempo e presto ogni gesto di amore per voi stessi sarà automaticamente parte dei risultati positivi. Perché l’amore è sempre e comunque l’ingrediente segreto per tutte le cose. Buon anno nuovo!

Lo Storico locale Il Bellini Ristorante Pizzeria presenta il suo menù con il piatto di punta:
Le linguine al cartoccio

Venerdì 8 Febbraio alle ore 12:00 il Ristorante Pizzeria Il Bellini, storico locale in Via Costantinopoli 80, presenta alla stampa e agli addetti ai lavori il suo menù.

Tradizione e storia che vengono in pieno rappresentati dal piatto di punta: le linguine al cartoccio, cucinate con una tecnica particolare che differenzia Il Bellini dalle altre attività che in seguito hanno proposto questa portata.

Durante l’evento non solo verrà degustato il famoso piatto, ma verrà spiegata la tecnica di cottura e il segreto che si cela dietro questa specialità, con un’esperienza da vivere direttamente nelle cucine del locale.

Il Bellini Ristorante Pizzeria si trova, dal 1946, nellomonima Piazza, oggi vero e proprio centro culturale e sociale di Napoli.

Il ristorante nacque nel secondo dopoguerra, quando Gennaro Tommasino e sua moglie, Donna Vincenza, decisero di aprire lattività, in una città distrutta dalle bombe.

Si armarono di forza e coraggio e misero su un ristorante, offrendo ai propri clienti una formula unica per quei tempi, cioè elevata qualità dei prodotti a prezzi contenuti.

Erano giovani ed ottimisti, con un grande sogno, riuscire a vincere e riprendersi insieme alla propria città! Donna Vincenza aveva il controllo su ogni aspetto del ristorante, i prodotti, la lavorazione delle materie prime, il servizio. Spesso diceva al personale ‘’Guagliù m’arraccumanno, quanno a gente s’aiza ‘a tavola sadda arricurdà e nujie!’’ e così era… e così è!

Oggi, come allora, allesterno del ristorante, nellangolo che saffaccia sul vicolo di S. Pietro a Maiella, un banconista vende la famosa pizza a portafoglio, come Sofia Loren e suo marito ne ‘L’Oro di Napoli’.

La fortunata attività prosegue con i loro figli Antonio e Mimmo ed il nipote Gennaro, che portano avanti  la tradizione culinaria partenopea, senza dimenticare quel tocco di modernità necessario per restare al passo con i tempi.

Unica e storica sede che si trova nel cuore della città, Portalba, la chiesa di S. Maria della Restituita dei Captivi, Via Costantinopoli, le Mura Greche del Decumano Maggiore, sono alcune delle bellezze che ci circondano.

Eccellenza, tradizione, storia, famiglia… tutto questo è Il Bellini Ristorante Pizzeria.

Dott.ssa Valentina Castellano

Di Deborah Cannas

Nacque a Roma nel 1921, il suo nome era Jolanda Pascucci, ciò che vi racconterò non è un mito ma  una storia vera che trova traccia in vecchi articoli di giornale e in tanti racconti che ancora oggi possiamo ascoltare tra i Posillipini.  

‘Licantropia’, questo fu l’appellativo dato alla malattia della giovane ragazza che a soli 12 anni già si contorceva dai dolori, emettendo ululati spaventosi, cambiava addirittura colore della pelle e apriva così tanto i bulbi oculari che diventava davvero un essere terrificante. 

La famiglia mise tutto a tacere nascondendo la giovane Jolanda tra le mura domestiche, le cure somministrate, infatti, potevano dare esiti positivi solo per brevi periodi. La ragazza riuscì però a sposarsi e a fare due figli ma terrorizzata dal fatto che potesse far loro del male fuggì nella notte e si trasferì negli antri di Posillipo secondo indicazione di Virgilio Mago, per curarsi lì con il suo magico specchio d’acqua. Ma nemmeno questo bastò.. 

Così una notte di dicembre di luna piena si trasformò in quella creatura spaventosa: occhi sgranati,  il corpo in preda alle atroci sofferenze e gli ululati terribili. Fu catturata  dalla polizia  fuori un’antica osteria napoletana e rinchiusa nell’ospedale degli incurabili, dove venne legata e sedata. 

Ma nemmeno questo la fermò, riuscì comunque a fuggire, proprio nella notte del 24 dicembre del 1944. Quella fu una notte veramente magica per la zona di Posillipo, si narra infatti che l’ululato della lupa si unì al dolce canto delle sirene come se ne fossero reciprocamente attratte. Fu così che i mondi della terra e del mare furono uniti in un solo dolce suono che creò una musica eterea e ipnotica. 

La lupa si trovava sugli scogli, ululava al mare e le sirene uscirono dall’acqua per ricambiare il saluto, belle e luminose. La musica salì nel cielo e di lì a poco iniziarono a cadere flebili fiocchi di neve che mano a mano aumentarono di forza fino a ricoprire tutta la collina di Posillipo, donando gioia e stupore a tutti i bambini. 

In quella magica notte, la fortuna baciò un giovane pescatore che rientrava dopo una battuta di pesca. Mario oggi ha 90 anni e d quella sera ha ricordi ancora nitidi.  

Signurina ca’ vaggia dirè? a’ lupà era là, 
e’ sirenè eranò a’ sua cornicèa’ museca ha iniziàt a suonàr 
e dachillu mument nun ha cchiu‘ smessò e’ nevicarè
ognì vota ca’ a Napule cadè nu’ fioccò e’ nevè 
o’core mié si scaldà e pensà a Jolandà, lei é náta vota vivà tra noì
e’ sirenè a’ notta e’ Natalè c’hannò fatto nu’ donò grandèl’immortalìtà
e lei su Napule ppe sempe veglièrá
assièm a Virgiliò, assièm o’ monacièll e a tutta a’ nostrà magià
Napule é terrà magicà parolà mià! 

Signorina che vi devo dire, la lupa era là,
le sirene erano la sua cornice, la musica ha iniziato a suonare
e da quel momento non ha più smesso di nevicare,
ogni volta che a Napoli cade un fiocco di neve
il mio cuore si scalda e pensa a Jolanda, lei è un’altra volta viva tra noi,
le sirene la notte di natale ci hanno fatto un grande dono: l’immortalità
e lei su Napoli per sempre veglierà
insieme a Virgilio, insieme al monaciello e a tutta la nostra magia,
Napoli è terra magica parola mia ! 

La multinazionale specializzata nelle telecomunicazioni ha inaugurato la sua Academy al polo universitario della Federico II a San Giovanni a Teduccio 
La Digital Trasformation Lab formerà giovani talenti nel digitale. 
«Noi investiamo sul capitale umano»

Di Adriana Schiavo

Lo aveva annunciato il ceo di Cisco in persona, Chuck Robbins appena un anno fa, proprio qui, al Polo Universitario della Federico II di San Giovanni a Teduccio. Un’ Academy Cisco a Napoli.  La multinazionale americana specializzata nella fornitura di apparati di networking sceglie la città all’ombra del Vesuvio per formare giovani talenti nelle telecomunicazioni. 

«Il nostro investimento è sul capitale umano perché non importa quanta tecnologia abbiamo, per poter affrontare l’attuale evoluzione tecnologica abbiamo bisogno non solo di persone ma di persone competenti» aveva ribadito il numero uno della Cisco in un auditorium  gremito di giovani. E la promessa è stata mantenuta. Ora, dieci mesi dopo, nasce la Digital Transformation Lab in partnership con l’Università Federico II di Napoli. 

La quarta Academy dopo quelle di Deloitte, Ferrovie dello Stato e della Apple, altro colosso a stelle e strisce che aveva “morsicato” l’opportunità di creare qui un hub d’innovazione. 

E non si tratta di un paradosso se si è scelto il complesso universitario di San Giovanni per farlo. Periferia est di Napoli, un territorio per troppi anni dimenticato, rinasce dalle ceneri di quella che era stata l’ex fabbrica della Cirio con laboratori 3.0 per formare le competenze del futuro. 

In quelle lamiere abbandonate, nel 2015 scommette la Federico II aprendo lì un polo universitario avveniristico di alta formazione che vanta persino un auditorium a tecnologia tridimensionale. Una sorta di riscatto e una scommessa che si rivela vinta se ben due multinazionali d’oltreoceano guardano con interesse proprio questa realtà in divenire.  

«Vogliamo imparare e capire come gli studenti immaginano attraverso le nostre tecnologie servizi nuovi per i cittadini e le imprese e come costruire un modello di leadership che utilizzi la tecnologia per sostenere la crescita di questo meraviglioso Paese e di questa regione» così Agostino Santoni, Amministratore Delegato di Cisco Italia, al taglio del nastro del Digital Trasformation Lab.  

Così dal fordismo all’industria 4.0 il passo è breve e in quelle ciminiere dimenticate oggi si fanno spazio i leader tecnologici mondiali come Cisco che ha trasformato il modo in cui le persone si connettono, comunicano e collaborano tra loro. Fondata nel 1984, da oltre 30 anni, con i suoi 70 mila dipendenti e un fatturato globale di 49,6 miliardi di dollari, Cisco è al centro dell’evoluzione delle tecnologie di rete.   

Dall’industria pesante all’industria pensante, qui dove il passato si intreccia con il futuro, sarà erogato un percorso di formazione unico nel suo genere, il Cisco Digital Ready Networking Bootcamp, in cui acquisiranno gli skills necessari i professionisti capaci di guidare il cambiamento delle aziende verso l’innovazione digitale. Giovani che studieranno in modo approfondito le tecnologie di rete ma saranno anche in grado di sviluppare applicazioni innovative che interagiscano con esse in modo sicuro e che offrano servizi utili per le imprese e le pubbliche amministrazioni. Innovazione, insomma, ma anche creatività. 

Il corso, che ha la durata di sei mesi, prevede formazione in aula e una fase di project work, dedicata a sviluppare prototipi di nuove soluzioni digitali. Il laboratorio è uno spazio fisico dove gli studenti potranno partecipare ai corsi aziendali, entrando in connessione con gli innovation Cisco center disseminati nel mondo. Uno spazio che però è anche aperto alle startup e alle imprese del territorio, per alimentare il networking in tutto il sistema imprenditoriale. L’obiettivo, infatti, è non solo diffondere le competenze digitali ma anche creare maggiori opportunità di occupazione e contribuire alla crescita del territorio.  

«L’idea era quella di creare uno spazio open in grado di rispondere dinamicamente alle esigenze del territorio e degli studenti – sottolinea Giorgio Ventre, direttore del Dipartimento di Ingegneri elettrica delle tecnologie dell’informazione della Federico II – . La connessione tra le varie realtà è fondamentale perché qui si affrontano temi attuali legati alle tecnologie delle reti, all’internet delle cose o alla cyber security».  

E a chi si domandasse perché proprio Napoli Santoni non ha dubbi «Conosciamo bene Napoli e qui ci sono i talenti. La nostra visione di sviluppo è allineata a quella portata avanti dalla Federico II e dalla Campania. Noi vogliamo dare il nostro contributo in questo cammino di innovazione».  

Questo nuovo percorso nasce proprio a Napoli, e a voler citare il The Guardian, che sia questo un altro passo per fare di Partenope la Silicon Valley italiana? 

Il brand Le Zirre Napoli ® Limited Edition, interamente made in Napoli, sta per lanciare ad Homi 2019 (dal 25 al 28 gennaio 2019 presso lo stand M11 Padiglione 1) la collezione Pablo Collection SS2019. Rivolta ad un mercato italiano ed europeo, la sua produzione di borse terribili dal claim ormai celebre di “Lusso Accessibile dal ricarico minimo” propone per le stagioni più colorate e allegre dell’anno ben 4 linee di prodotti:

Wedding: assoluta novità interamente dedicata alla sposa. Una produzione composta da accessori declinati in bianco con tre diversi tessuti e pensata per la sposa social che non rinuncia ad un selfie all’altare e per questo di cellulare-munita, ma solo all’interno di minibag quali sacchettini, bis, tris e pochette Le Zirre…

Flower: i fiori qui sono protagonisti e realizzati ad arte, ispirati niente di meno che al pittore Henri Matisse, proposti in due fantasie simili tra loro in versione chiara e scura. A cambiare stavolta non sono i tessuti ma manico e tracolla, in 8 differenti versioni. Stessa borsa, diverso accessorio.

Touch: un arcobaleno di colori effervescenti, 8 per la precisione, in tessuto idrorepellente danno vivacità a ben 15 modelli, dal compose con anello piccolo e grande, al bis, tris, patta e tanti altri.

Paint: questa linea, presenta il leit motiv del gatto Pablo che dà il nome alla collezione e che è una reale new entry nella grande famiglia Le Zirre. Da qui si evince il richiamo “affettivo” che è un marchio di fabbrica per Le Zirre abile nel cucire insieme nobili sentimenti nelle trame creative del brand . Il gatto raffigurato è presente anche nella clutch dipinta a mano affiancandosi così per la prima volta alla borsa rigida, grandissima novità per la Paint.

Per le amanti dei simboli, da non perdere le pochette che riportano immagini simboliche come il gatto e i fiori da tenere nella borsa.

I modelli che indosseremo open air saranno allora sacche morbide per il mare, le maxibag rivisitate con lampo, zaini disponibili in due diverse misure, una novità in produzione come la patta e le vivaci mini bag da portare al polso o a tracolla, fino alla clutch da indossare in night time.

Una mission quella firmata Le Zirre Napoli ®, divenuta possible grazie all’impegno ecologically correct dell’azienda impegnata in prima linea con l’utilizzo di tessuti provenienti da surplus dell’industria tessile che hanno di conseguenza un minor impatto sull’ambiente all’insegna del riciclo creativo. La produzione si compone anche di pezzi in edizione limitata, ogni creazione è diversa dall’altra e ciascuna corredata di Certificato di Autenticità che garantisce ai clienti di aver acquistato un prodotto unico in termini di qualità e design, lavorato a mano da abili artigiani napoletani. Il valore aggiunto lo danno sicuramente i tessuti pregiati e di tendenza combinati con l’alta fattura artigianale. Ne consegue che la ricerca dei tessuti è un elemento fondamentale del lavoro in questa azienda e negli ultimi tempi si è evoluto con l’intenzione di mixare in un’unica borsa tessuti classici come la seta con tessuti più tecnici.

 

Di Ludovica Criscitiello

Camminando lungo via dei Tribunali non si possono non notare i teschi e le ossa che caratterizzano a mo’ di decorazione la facciata di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco. Entrare in questa chiesa, molto cara ai napoletani che l’hanno soprannominata la chiesa  ‘e cape e morte, vuol dire avventurarsi in un viaggio alla scoperta delle più antiche tradizioni legate al culto della morte e in particolare a quello delle anime del purgatorio, le cosiddette anime pezzentelle, quelle delle persone più povere, abbandonate e senza un nome. Un culto che si sviluppa intensamente soprattutto in concomitanza di gravi pestilenze come la peste nel 1656. Si diffonde l’usanza di adottare i teschi abbandonati che vengono curati e custoditi in nicchie, identificati con le anime del Purgatorio. Spiriti la cui devozione si affianca a quella più tradizionale per la Vergine e i Santi e a cui rivolgersi per chiedere aiuto e assistenza nei momenti più bui. Ed è in questo contesto che nasce la chiesa, il cui destino sembra scritto fin dall’inizio. Viene commissionata infatti nel 1616 da Giulio Mastrillo all’architetto Giovan Cola di Franco. Leggenda vuole che Mastrillo fosse stato salvato dall’aggressione di una banda di malviventi grazie all’intervento di un gruppo di anime da lui invocate. Tutto l’apparato decorativo dell’edificio ricorda, infatti, con decorazioni di teschi e ossa, ai fedeli il culto delle anime del purgatorio che attendevano una preghiera per poter ascendere al paradiso. Lo stesso avviene all’interno dove il tema del trapasso è ben rappresentato nell’opera di artisti famosi come la Morte o Estasi di Sant’Alessie di Luca Giordano e iTransito di San Giuseppe di Andrea Vaccaro. Per non parlare del capolavoro di Massimo Stanzione, ovvero La Madonna delle anime che si trova sopra il Teschio alato, scultura marmorea di Dioniso LazzariPer la costruzione della chiesa, Cola di Franco decise di erigerla su due livelli. Uno superiore che rimandasse alla dimensione terrena e un ipogeo, il vero cuore del culto delle anime del Purgatorio, dove nelle nicchie o sui piccoli altari circondati da oggetti, bigliettini e rosari, riposano le capuzzelle in un alone di mistero e fascinoLa più famosa e amata è quella di Lucia, il teschio con il velo da sposa scelto come protettore delle spose.

Oikos ha bisogno di un’auto per continuare a dare ai suoi bambini una vita normale, al via la campagna di crowdfunding con Meridonare

La casa famiglia lavora da 20 anni lontano dai riflettori, ospitando e offrendo un’alternativa a ragazzi provenienti da situazioni di disagio e con grandi traumi alle spalle. Ora chiede supporto al grande cuore dei napoletani.

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Nel cuore della periferia ovest di Napoli esiste un luogo dove bambini e ragazzi che rischiano – senza la dovuta guida – di prendere strade sbagliate possono trovare il calore, l’amore e la guida di una famiglia.

È la Casafamiglia Oikos, struttura nata per ospitare bambini di età compresa fra i 4 e i 13 anni che provengono da contesti e situazioni “difficili” a cui viene offerto un tetto, il riparo e le cure necessarie per ritrovare il sorriso. In pratica, una famiglia.

Non è un compito semplice, quello degli operatori Oikos: i bambini che vengono accolti hanno vissuto esperienze traumatiche e, grazie al lavoro degli educatori, possono imparare a sciogliere i nodi delle complessità e ritrovare la fiducia, la sicurezza, la speranza di una vita migliore.

Oikos è una comunità fondata nel 1998 che da oltre vent’anni lavora, lontano dai riflettori, giorno e notte per offrire ai ragazzi che ne hanno più bisogno.

Adesso, proprio per poter continuare ad offrire una vita normale ai piccoli ospiti, ha bisogno della solidarietà dei cittadini napoletani: ha la necessità di acquistare un’auto a sette posti che possa garantire ai bambini di essere accompagnati a scuola, dal dottore, in palestra. Che possa garantir loro, in altre parole, una vita normale.

Per questo motivo, in occasione dei 20 anni di attività, Oikos fa appello al gran cuore dei napoletani e ha lanciato #accompagniamoli, una raccolta fondi con il supporto della piattaforma di crowdfunding sociale Meridonare: l’obiettivo è raccogliere 20mila euro entro fine febbraio, perchè l’auto che utilizzano ormai mostra tutti i segni degli anni passati, e a breve sarà da rottamare.

È possibile sostenere la campagna collegandosi al sito https://www.meridonare.it/progetto/accompagniamoli.

Tra i partner che hanno già offerto la loro collaborazione l’Agorà Morelli di Napoli.