‘Incantesimo letterario’ per Paolo Genovese

L’autore e regista  romano annuncia a Napoli la trasposizione cinematografica del suo romanzo  ‘Il primo giorno della mia vita’ «Una storia di speranza e riscatto perché tutti abbiamo bisogno di essere salvati». 

di Giulia Savignano 

I suoi film hanno la capacità di offrire uno spaccato tremendamente fedele delle debolezze e dei tratti più estremi dell’animo umano. Una propensione naturale all’indagine psicologica e un bisogno di mettere a nudo quelle caratteristiche comuni che permettono al pubblico di immedesimarvisi, quasi in un’operazione di catarsi collettiva. 

Paolo Genovese, regista e sceneggiatore romano, ha da poco sfornato il suo ultimo lavoro. Ma questa volta non è il grande schermo a ospitarlo, bensì gli scaffali delle librerie.  Il primo giorno della mia vita è la storia di quattro persone tutte diverse tra loro, che scelgono di mettere fine alla loro vita nel buio di una notte newyorchese, per poi imbattersi in un uomo avvolto in un alone di mistero e magia che sacrificherà una settimana della sua vita per convincerli a cambiare idea e a provare così l’ebbrezza di vivere “il primo giorno della loro vita”.  

Protagonista di uno degli incontri organizzati nell’ambito della rassegna cinematografica Napoli Film Festival, giunta quest’anno alla sua ventesima edizione, Paolo Genovese ha rivelato che il suo romanzo è già preludio a un progetto cinematografico. 

Genovese, come è stato inforcare la penna e abbandonare temporaneamente la macchina da presa? 

È nato tutto in maniera molto spontanea. Avevo voglia e urgenza di raccontare una storia. Nella scrittura l’unico limite è la fantasia. Libertà, dunque, ma anche difficoltà. Come quella di trasmettere i profumi, i colori, le sfumature e i dettagli che sono invece così naturali in un film. Poi c’è un ulteriore differenza tra scrittura cinematografica e scrittura letteraria. Se la prima è asservita all’immagine, la seconda la evoca. La sceneggiatura di un film è una sorta di manuale di istruzioni su come fare un film. E la sua funzione non si esaurisce qui, ma ha bisogno delle riprese, del montaggio, di una colonna sonora… di tutto ciò che la trasforma in film. Il libro, invece, è un prodotto finito. 

Anche questo romanzo si colloca nel filone dei suoi ultimi lavori, quei film corali che ruotano attorno all’osservazione della società?   

Senza dubbio. Ma nel verso opposto. Io vengo da due storie cupe che scandagliano i demoni dell’animo umano. Perfetti Sconosciuti è la dimostrazione di quanto poco conosciamo gli altri; The Placedi quanto poco conosciamo noi stessi. Il romanzo, invece, è una storia di speranza, di riscatto. Perché in fondo c’è bisogno di storie che diano fiducia; tutti abbiamo bisogno di essere salvati da qualcuno che ci tenda la mano.  

Quanto è stato breve il passo dalle pagine di un libro alla pellicola cinematografica?  

Molto breve! Diciamo che l’input è arrivato quando mi sono accorto che la storia faceva bene. Più che soffermarmi sul fatto che fosse piaciuta o meno, mi premeva accertarmi che procurasse un sentimento positivo. Devo ancora scegliere il cast, anche se una preferenza ce l’ho: sono pazzo del cinema indipendente americano, quello della recitazione per sottrazione, quello dei film piccoli ma tremendamente densi dal punto di vista della storia. Adoro gli attori di questo genere: John Turturro, James Franco, Paul Giamatti, Steve Buscemi e Marisa Tomei. Ma chissà… per ora non ho ancora avviato nessun tipo di contatto. So solo che sarà in lingua inglese. 

Che rapporto ha con le serie tv? 

Trovo che oggi siano diventate un prodotto molto alto di scrittura. Sono finiti i tempi in cui venivano considerate come il parente povero del cinema. E ormai anche gli attori più affermati non si negano. Mi piacciono come spettatore, ma sono ancora troppo innamorato del cinema per pensare di poterle dirigere. Se penso a una storia, penso al formato cinematografico. Mi sento moralmente obbligato a difendere il cinema dal dilagare della serialità. E poi, vogliamo mettere la magia di una sala cinematografica?  

E con Napoli, invece, che rapporto? 

Napoli è una città viva ed è profondamente gratificante presentare i propri lavori qui. La cultura qui è presente in maniera trasversale: è colta e popolare allo stesso tempo. Incantesimo napoletano poi, prima come corto e poi come lungometraggio, mi ha portato tanta fortuna. Penso che semmai avessi dovuto scegliere un’altra città in cui ambientare il mio romanzo sarebbe stata senza dubbio Napoli, magica quanto New York, una città dove tutto può succedere. L’unica dove sarebbe stato verosimile imbattersi nel personaggio misterioso e magico che salverà la vita dei quattro protagonisti.