Investimenti al Sud, mai piu’ oasi nel deserto

Come l’Europa che ha sollevato dubbi sulla Legge finanziaria anche i Giovani di Confindustria hanno recentemente bocciato le politiche dell’attuale Governo. Nell’ultima manovra, infatti, lamentano una consistente mancanza di investimenti al Sud e per i giovani. Qual è il suo giudizio? 

GRASSI: Non è una novità che l’Europa abbia aperto una procedura d’infrazione per eventuali futuri allineamenti. Il governo ha agito in maniera innovativa per rompere gli schemi secondo un modello nuovo.Non c’è da spaventarsi se la manovra è tutta in deficit, chiaramente se quest’ultimo fosse tutto infrastrutturale sarebbe il top, perché si ragionerebbe come avviene in azienda, che grazie alle infrastrutture si cresce. Ritengo però che i 3,5 miliardi riservati agli investimenti non siano sufficienti, proprio perché non aumentano il gap infrastrutturale. Siamo stati a colloquio con il Ministro Toninelli per chiedere che le grandi opere vengano completate: la Tap e l’alta velocità al Sud non possono interrompersi. La Napoli-Bari-Taranto-Lecce è un collegamento vitale in Regioni dove i trasporti sono sempre stati difficili. Oltre a quelle materiali sarebbe necessario puntare sulle infrastrutture immateriali: il progetto della banda ultralarga non sembra dare i risultati sperati. 

VERNETTI: Parto dalla cronaca degli ultimi giorni e faccio un ragionamento più politico: la procedura di allineamento richiesta dall’Europa non farà altro che aumentare il consenso degli italiani verso questo Governo. Sono d’accordo con l’ingegnere quando parla di atteggiamento provocatorio del Governo giallo-verde verso l’Europa. La scelta dell’Esecutivo è quella di porre l’attenzione sull’autonomia nazionale. La manovra dovrebbe puntare tutto sugli investimenti, il vero motore di un Paese, volano per produttività e consumi. Adesso siamo in un momento di stallo, servirà attendere la stesura definitiva della manovra così da avere qualcosa di più concreto su cui ragionare. 

 

Il reddito di cittadinanza è stata un’altra misura controversa. Per alcuni rappresenta un sussidio assistenziale necessario mentre per altri non è che un incentivo a non rimboccarsi le maniche. Qual è la sua opinione? 

GRASSI: Il reddito di cittadinanza come sussidio di disoccupazione è una misura di civiltà che esiste anche negli altri Paesi, ma serve rigidità. Serve anzitutto la riforma dei centri per l’impiego, che funzionino e siano gli intermediari tra chi propone lavoro e chi lo cerca. Non deve essere una rendita sine die, ma una misura che va ben organizzata. Preciso però che non basta il reddito di cittadinanza per trattenere i giovani al Sud. 

VERNETTI: È un reddito di civiltà indispensabile per affrontare la povertà. Io lancio però un altro tema: bisogna ragionare se vi sia proporzionalità tra reddito di cittadinanza e i giovani che vogliono emigrare. È logico e opportuno che molti imprenditori vogliano creare posti di lavoro nel proprio territorio ma spesso non è possibile. Ho paura che il reddito di cittadinanza possa essere interpretato come una forma di assistenzialismo verso quei giovani ​che non vogliono emigrare. Se è così, boccio totalmente la proposta. 

Ma secondo lei il Sud può ripartire senza assistenzialismo e come? 

GRASSI: Spero che i nostri giovani interpretino al meglio le nuove opportunità. Anche se a loro oggi si chiede tanto rispetto a quanto richiesto a noi quando eravamo giovani ed era più semplice entrare nel mondo del lavoro. I ragazzi oggi devono entrare nell’ordine dell’idee di conoscere due lingue straniere, avere padronanza delle nuove tecnologie digitali, oltre che la capacità di mettersi in gioco e misurarsi, innovarsi.  

VERNETTI: Bisogna sezionare orizzontalmente i livelli culturali dei nostri giovani. Mi spiego meglio: l’acclamazione per il reddito di cittadinanza è avvenuta tra le classi più basse del nostro Paese. Qui al Sud in particolare, dove i ragazzi vivono anche di lavoro dai proventi indefiniti che si cumulerebbero con il reddito di cittadinanza, e non sarebbe giusto. Se però parliamo di classi economiche più alte, la misura rappresenterebbe uno sprone ad accettare il lavoro e a non perdere l’opportunità. 

 

Il territorio campano e, in generale del Mezzogiorno, deve diventare attraente per le aziende estere o del nord che devono essere indotte a investire qui ma deve essere in grado di tutelare le realtà imprenditoriali nate sul territorio. Qual è il giusto compromesso e quali le misure da attuare per incentivare questo equilibrio? 

GRASSI: Il nostro territorio è attrattivo per gli investimenti ma per renderlo competitivo bisogna ispirarsi alle misure adottate da Stati come gli Usa. Lì si offre la garanzia delle infrastrutture, materiali e immateriali; la garanzia tempi certi di autorizzazioni burocratiche e certezze del diritto. Oggi la speranza è offerta dalle aree ZES (Zone Economiche Speciali), che individuano agevolazioni fiscali, semplificazione normativa e facilitazione delle infrastrutture poiché si creano in aree ben collegate. Se funzionano è un’azione replicabile per altri distretti industriali.    

VERNETTI:​Sembra scontato dire che il Sud è attrattore di investimenti. Ciò che in realtà manca è la creazione del comparto, del distretto industriale nel quale non si insedi solo l’azienda ma si mettano in campo una serie di misure che sviluppino tutto l’indotto, offrendo possibilità occupazionali e qualità della vita all’altezza. Insomma non abbiamo più bisogno di oasi nel deserto. Al Sud in più viviamo un primato clamoroso per quanto riguarda il mercato del lavoro: c’è tanta manodopera, ma mancano le aziende dove poter far confluire questa offerta spropositata. 

 

Esiste già un progetto imprenditoriale che vuole tutelare e valorizzare le Risorse nostrane: Consuma Sud…  

VERNETTI. Consuma Sud è un’azione leghista, di appartenenza territoriale. In Campania abbiamo un grande gap tra ciò che consumiamo e ciò che produciamo. Il Nord storicamente produce tutto nei propri territori per poi spedire i suoi prodotti al Sud. Il Prof. Savona disse che c’era una trasmigrazione di capitali dal Nord a Sud: qui paghiamo il prodotto, il guadagno dell’industriale, le sue tasse, i suoi investimenti con i nostri soldi ma noi ci impoveriamo. La soluzione potrebbe essere quella di consumare ciò che si produce al Sud con gli stessi soldi che spendiamo per pagare le tasse ai produttori che investono qui. Un esempio? Ci sono centinaia di tir di carta igienica che arrivano dal nord, e intanto qui abbiamo chiuso le cartiere; stesso discorso per il ferro. Non riusciamo neppure a preservarci i gioiellini di casa. L’azione rivoluzionaria sarebbe convincere gli industriali a produrre qui e chiedere ai consumatori di consumare i nostri prodotti. 

GRASSI. Le provocazioni del presidente Vernetti sono risapute. Questa di Consuma Sud è un’idea che ha sempre avuto e che è vincente. Guardiamo al successo mondiale del ‘made in Italy’ a cui un po’ si ispira ma che trova più consapevolezza fuori dall’Italia che dentro. Sulla stessa scia sta diventando un successo anche il ‘made in Naples’ su cui oggi il Comune sta costruendo giustamente un brand. Basti pensare che l’unico dato positivo rispetto ai valori pre-crisi resta l’export: + 7% rispetto al 2006, è addirittura più alto della media nazionale che si attesta al +3,5%. Ciò significa che in Campania ci sono aziende che innovano ed esportano: hanno reagito alla crisi con la forza dei loro prodotti. Consuma Sud è il sistema adatto per cavalcare le potenzialità del nostro territorio, c’è solo un problema di scarsa consapevolezza. Eppure ci sono settori nei quali siamo i più forti come l’agroalimentare, l’abbigliamento. La ricetta? Mettere a sistema la nostra capacità br​andizzandola. Non basta l’imprenditore virtuoso, serve coinvolgere tutte le parti sociali e… 

VERNETTI. E risvegliare così la coscienza civile: questa è la vera rivoluzione!