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Di Claudia Maresca 

Da tempo si parla di personalizzazione come nuova frontiera del lusso. 

Sulla spinta dei social, soprattutto le nuove generazioni sono sempre più a caccia prodotti unici, che siano in grado di soddisfare le proprie esigenze espressive. Prodotti che comunichino al mondo esterno un messaggio, il proprio, dando libero sfogo alla fantasia.  

Addio allora alle tendenze di massa, la parola d’ordine è Unicità. 

Il sevizio di personalizzazione dei capi e accessori è diventata una strada maestra che hanno intrapreso alcuni dei più prestigiosi brand di moda, tra cui: Burberry, Louis Vuitton, Clhoé, Gucci, fino ai marchi emergenti. 

Burberry, ad esempio, presenta il servizio di monogramming sugli iconici trench, grazie al quale i clienti possono personalizzare il loro capo aggiungendo le  proprie lettere. 

D’altra parte anche Louis Vuitton offre ai clienti servizio di personalizzazione delle borse monogram già da diversi anni. 

Prada, invece,  ha messo a disposizione per le clienti della boutique di Milano in via della Spiga un servizio di personalizzazione dei decollettes, per aggiungere le proprie iniziali nella tonalità metallica dell’ambra o dell’acciaio, scegliendo il colore della suola tra azzurro, nero e mughetto. 

Gucci, di certo non resta indietro e lancia un esclusivo servizio di personalizzazione: il servizio DIY permette ai propri clienti di modificare i propri prodotti e renderli unici. Si comincia con la borsa Dionysus per poi continuare con le sneaker Ace, su cui, i clienti potranno incidere le proprie iniziali  scegliendo il tipo di carattere e colore tra sei tonalità e decidere se stamparlo su una o su entrambe le scarpe. 

Ma non solo i brand di lusso offrono questo plus, oggi si possono personalizzare anche i più comuni jeans, sneaker e maglioni. 

C’ è un piccolo maglificio in Campania che offre questo servizio: regala alle clienti la scelta. Che sia una nome o una frase e persino i colori a contrasto con cui realizzare il prodotto. E perché no potete farlo anche voi da casa, se siete esperti con ago e filo. 

Ma a scendere in campo nel trend della personalizzazione oggi sono anche i cosmetici come i rossetti Bouche Rouge che consentono la stampa delle iniziali sul loro splendido guscio in pelle. 

E che dire delle borse. Sono sicuramente gli accessori che meglio si prestano ad essere modificate per diventare pezzi unici. My style  bags, l’azienda milanese specializzata nella creazione di borse, borsoni e accessori ne propone una collezione dallo stile sofisticato, con grande cura ai dettagli, mettendo a disposizione del cliente una vasta gamma di materiali, dai lini colorati alle lane disegnate, proponendo personalizzazioni con iniziali o nomi ricamati che sicuramente rendono ogni borsone e trolley unico ed esclusivo. 

Dunque il lusso non è più scegliere un brand perché noto e costoso, ma investire denaro per ottenere benefit esclusivi e per immergersi in un’esperienza personalizzata in ogni dettaglio. 

La moda, insomma, la fate voi che siete i co-designer del futuro.

Conferenza stampa

Lunedi 3 dicembre ore 11:30
presso Unione Industriali di Napoli
Palazzo Partanna piazza dei Martiri 58

“Settanta anni di storia e trenta di calendario”

Modera Anna Paola Merone – giornalista del Corriere del Mezzogiorno

Ufficio Stampa e Comunicazione
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Ileana Della Corte
081 764 61 01 – info@ileanadellacorte.it

Di Vincenzo Sbrizzi 

Il nuovo cartellone del Nuovo Teatro Sanità, diretto da Mario Gelardi, è dedicato al teatro europeo. «Una scelta politica, prima che artistica, contro la paura del diverso».

Una stagione dedicata ad aprire le porte del proprio teatro. In un momento in cui si abbattono ponti e si costruiscono muri, il Nuovo Teatro Sanità ha deciso di dedicare il cartellone 2018/2019 al teatro europeo e alle contaminazioni. Una scelta politica prima che artistica che vede il teatro diretto da Mario Gelardi prendere posizione contro il momento attuale della scena politica nazionale ed internazionale. «Crediamo nella circolarità della cultura, senza muri e senza barriere, ma soprattutto nella libera circolazione delle idee, necessaria per riflettere sulle trasformazioni che sta subendo l’Europa».

A parlare è il direttore Gelardi nel giorno della presentazione della sesta stagione del Teatro che negli anni è diventato l’avamposto culturale nel cuore della Sanità.

«Senza dubbio, rispetto alle precedenti stagioni, quest’ultima ha una più spiccata connotazione politica, almeno per quanto riguarda le nostre produzioni. Abbiamo deciso di schierarci contro le intolleranze perché ci sembra coerente col percorso che da anni abbiamo intrapreso nel quartiere, ma soprattutto per fare in modo che i nostri giovani possano realmente confrontarsi con le sfide del futuro in maniera adeguata».

Circle, difatti, rappresenta un vero e proprio manifesto contro la paura del diverso e dello straniero. «Si tratta di una sfida trasversale perché le nuove generazioni si troveranno a vivere in un mondo completamente diverso. Siamo convinti che il teatro sia in grado di trovare i codici per un confronto necessario con un’Europa non ancora omogenea».

Il primo passo che il teatro napoletano ha voluto intraprendere contro questo clima di odio e diffidenza è stato quello di aprirsi quanto più possibile agli autori stranieri. Partendo dalle esperienze degli ultimi anni  che hanno portato ntS’ in giro per l’Europa, la direzione artistica ha deciso di intraprendere una serie di scambi culturali e autoriali con le compagnie conosciute all’estero in questi anni.

Un modo di aprire le porte allo “straniero” e aprire la mente dello spettatore. «L’idea è nata dopo il fortunato progetto Cities on the Edge, creato dal Goethe Institut di Napoli e Marsiglia insieme al Deutsch-französisches Jugendwerk, grazie al quale la compagnia giovane ntS’ è già approdata in Germania e sarà a Marsiglia all’inizio del prossimo anno. Abbiamo deciso di intensificare il rapporto con i drammaturghi europei con cui siamo entrati in contatto. Da qui parte l’idea di una stagione che realizzi un piccolo osservatorio su ciò che si produce in Europa e che il rione Sanità diventi per qualche mese un polo teatrale europeo, favorendo la conoscenza dell’altro e lo scambio interculturale».

La stagione sarà inoltre caratterizzata dal riconoscimento da parte del MIBAC del lavoro svolto dal collettivo artistico ntS’, soprattutto per quanto riguarda la formazione. L’ntS’ aspira così a diventare una vera e propria “Casa della drammaturgia”, un luogo in cui gli autori teatrali possano incontrarsi, discutere e i giovani drammaturghi possano trovare consigli, spunti, formazione e confronto con autori di comprovata esperienza, ma soprattutto sperimentarsi in scena.

Sulla stessa lunghezza d’onda anche il padrone di casa, padre Antonio Loffredo. «Il Nuovo teatro Sanità è incentrato su tre capisaldi: comunità, cultura e casa. “Comunità”: perché crediamo che il quartiere debba crescere facendo stare insieme i propri abitanti. Se si sta insieme e non ci si combatte gli uni con gli altri si può fare molto di più. “Casa”: perché siamo convinti che i giovani abbiano bisogno di un posto dove possano sentirsi a casa. Senza le case i sogni non prendono forma, per questo abbiamo deciso di recuperare un luogo abbandonato e dargli nuova vita. Infine “Cultura”: perché è la vera arma che abbiamo contro le armi vere. Le storie dei ragazzi della Sanità lo dimostrano. Il nostro obiettivo è che i nostri giovani vadano avanti da soli, grazie agli strumenti che gli diamo ma senza renderli schiavi di un sistema assistenzialistico» conclude il parroco. Obiettivi chiari per la stagione del faro culturale del quartiere che anche quest’anno farà la sua parte per il riscatto di un luogo storico della città.

©Vincenzo Antonacci

Dicembre, ultimo mese dell’anno ma anche vigilia di un nuovo inizio. Studio Morelli lo celebra con un evento sabato 1 dicembre per presentare il calendario #studiomorelli2019 in cui, come da diversi anni ormai è consuetudine, sono contenute le nuove linee che ci prepariamo ad indossare… seguite come un mantra gli # impressi sul calendario e saprete cosa indossare!

Gennaio dà il benvenuto al nuovo anno con Origami che presenta gioielli animati dal gioco di pieghe dal chiaroscuro misterioso e glamour.  Ispirata alla femminilità delle donne che amano “pavoneggiarsi”, la linea di febbraio Pavone la cui ruota qui viene stilizzata ad hoc e impressa su bracciali, collane e orecchini. Su ogni mese del calendario sono riportate delle frasi che interpretano lo stile di ogni linea come marzo che presenta Cristalliche attirano la luce e la riflettono moltiplicata all’infinito”. E’ affidata a Frida Kahlo la sintesi della linea Ali che spicca il volo ad aprile con la sua citazione “che me ne faccio dei piedi se ho le ali per volare”. Maggio omaggia il mese dei fiori con un bouquet che interpreta al meglio la bellezza femminile, Calle. Giugno “pesca” nel repertorio ricercato proprio di Stefania Cilento gioielli di design plasmati intorno alla parola Amo. E’ un tuffo nell’estate la linea Mediterraneo popolata di pesci e colori in summer mood a luglio. Immortalata con una polaroid la Corallo e Turchese Collection, le cui nuances ci portano in vacanza ad agosto. Non è male il #backtowork a settembre se ad attenderci c’è il teorema di stile indiscusso firmato Euclide, con gioielli geometrici must have dell’Autunno. “Fate come l’albero che cambia le foglie e conserva le radici” campeggia sulla pagina di ottobre, ma da conservare e sfoggiare sono soprattutto i gioielli Feuilles, ispirati alle foglie di scenografiche palme. In un calendario di gioielli potevano mai mancare le Perle? Eccole protagoniste del mese di novembre a scaldare e illuminare i giorni più grigi e freddi. Siamo già di nuovo a dicembre, ma del 2019, dove ad attenderci ci sono i gioielli della Glitter collection perché chi non brilla a fine anno….

Save the date: sabato 1 dicembre open day, h11-20, in via Domenico Morelli n. 7!

#studiomorelli2019

Di Gabriella Giglio 

«Schiena dritta, pancia in dentro, petto in fuori e testa alta». Quante volte ce lo siamo sentiti ripetere da madre e nonne zelanti? Non avevano torto. 

La postura è un linguaggio non verbale molto eloquente. 

Con il nostro modo di presentarci e di tenerci davanti agli altri comunichiamo molto di noi stessi e del nostro modo di procedere. 

Iniziamo dalla camminata.  Deve essere composta. Il passo deve avere un’apertura di due piedi. Le braccia lungo i fianchi, le spalle indietro, lo sguardo dritto, non rivolto verso il basso (a meno che non siate su un terreno impervio). Soprattutto le signore in abito lungo che scendono una scala, a teatro per esempio, manterranno lo sguardo rivolto in avanti. Si affideranno al braccio sicuro del loro cavaliere. 

Le mani non vanno in tasca. Quando state parlando con qualcuno non frugate nelle tasche con insistenza, rimestando le monete. Il rumore distrae dalla conversazione. E il richiamo al denaro può risultare infelice. 

Entrare in una stanza, dove si trovano altre persone, intenti al proprio cellulare è sintomo di insicurezza, oltre che di maleducazione. Avete notato che spesso queste due caratteristiche vanno a braccetto? 

Quando siamo in piedi e stiamo conversando con una persona, evitiamo di starle troppo addosso. Nello stesso modo, non troppo lontani. La distanza ideale è di un metro. Sempre che la situazione lo permetta. In caso di affollamento della stanza o del mezzo di trasporto, sarà il vostro buon senso a farvi orientare.  

Fate attenzione a non toccare ripetutamente il vostro interlocutore per attirare la sua attenzione. Sarà la brillantezza della vostra conversazione a non farlo distrarre. 

Quando ci sediamo facciamolo con grazia, dopo essere stati invitati a farlo se siamo ospiti, non accasciamoci. 

Manteniamo le gambe parallele. Le signore possono accavallarle inclinandole. A meno di non trovarci in una situazione di seduzione forte, evitiamo le scene alla Basic Instinct! 

Anche gli uomini  terranno le gambe allineate. Mai appoggiare la caviglia sul ginocchio della gamba opposta. 

A tavola, schiena dritta, gambe non distese sotto il tavolo, gomiti attaccati al busto. 

Infine, anche lo sguardo fa parte della postura. Negli ultimi anni la tecnologia ci ha permesso e abituato a comunicare con gli altri attraverso uno schermo. Rischiamo di non riuscire a sostenere lo sguardo dell’altro o di non saper guardarlo negli occhi. 

Un contegno calmo e disinvolto, una postura composta e naturale sono sempre segno di buona educazione. 

Se non sappiamo contenere noi stessi, come possiamo pensare un giorno di guidare delle altre persone?

Di Tiziana Gelsomino 

Knoll nasce a New York nel 1938 ed è oggi riconosciuta in tutto il mondo come azienda leader nel design di arredi residenziali e per l’ufficio che da sempre ispirano, si evolvono e sono intramontabili.  

Fondata da Hans Knoll, appartenente alla terza generazione di una famiglia di mobilieri di Stoccarda trasferitosi negli Stati Uniti con la volontà di trasmettere oltre oceano le idee e le forme del design europeo, Knoll è rimasta sempre fedele alla filosofia Bauhaus che l’ha ispirata, secondo la quale gli arredi moderni devono completare lo spazio architettonico e non competere con esso. Con il prezioso contributo della moglie Florence, ben inserita nei movimenti culturali dell’epoca, Hans Knoll si è dato fin dalle origini l’obiettivo fondamentale di realizzare arredi dal design moderno ed esclusivo, prodotti con la massima cura e con la scelta di materiali di alta qualità. Mobili per ambienti di lavoro o residenziali contraddistinti da un progetto e da una personalità unici, capaci di interpretare se non addirittura anticipare l’evoluzione degli stili di vita.  

Dalla sede centrale negli Stati Uniti, Knoll ha dato l’avvio ad un progetto di espansione e internazionalizzazione in grado di precorrere i tempi. Già nel 1951 subito dopo il termine della Seconda Guerra Mondiale l’azienda ha stabilito filiali in Francia e Germania, sperando di poter rientrare nei progetti di ricostruzione che in parte hanno riguardato anche l’Europa. Per Florence la scelta di progettare il primo showroom europeo nella dépendance di una cattedrale a Parigi è stata una concreta opportunità per trasferire anche ad un nuovo pubblico il design e lo spirito del movimento modernista.  

Nel 1956 l’espansione europea è proseguita con l’apertura del primo showroom in Italia, a Milano. Puntando su un design elegante e d’avanguardia, Knoll ha raggiunto la fama e il successo negli anni ‘50 coltivando i migliori talenti del tempo, come Ludwig Mies van der Rohe, Marcel Breuer, Eero Saarinen, Harry Bertoia e Florence Knoll stessa, che hanno influenzato la cultura moderna con i loro prodotti “simbolo”,  trasformando in realtà gli ideali della scuola Bauhaus e il concetto di confluenza tra arte, industria e artigianato.  

Da allora architetti e designer di fama mondiale hanno continuato a gravitare attorno al mondo Knoll ispirati dalla permanente eccellenza nell’innovazione e nel design di Hans Florence. Se la casa madre è situata negli Stati Uniti, con sede a New York e stabilimenti a Grand Rapids, East Greenville e Toronto, in Europa, a seguito anche dell’importante acquisizione della Gavina Spa nel 1968 situata a Foligno, Knoll International ha oggi due sedi produttive proprio in Italia, comprendendo anche quella di Graffignana.  

Quest’anno Knoll celebra 80 anni di design, all’insegna di una visione modernista d’avanguardia fino a un design contemporaneo per la casa e l’ufficio. Sempre attuale. Sempre autentico. 

Punto di riferimento a Napoli è: Novelli Arredamenti via Vetriera n. 20 www.novelliarredamenti.com

 

 

La tradizione melodica partenopea è la prima ‘ospite’ del boutique hotel nato da un’idea di Manuela Cicala.  «Il tempo nella struttura è scandito dalle note dei 78 giri di mio nonno. Sogno di un museo della musica nella mia città».

Di Vincenzo Sbrizzi 

Caruso come il nome del grande tenore partenopeo. Il primo a incidere dischi e a scrivere in note la storia della canzone napoletana.

Caruso, come  il nome di un albergo che celebra la passione per la musica. Una casa più che un hotel. Quella che Manuela Cicala, general manager del Caruso Place – Boutique & Wellness suites di via Toledo, condivide con i suoi ospiti.

Qui, nei meandri delle strade dello shopping napoletano, cultura e tradizione sono a

sono alla base del concetto di accoglienza turistica.

«L’intero albergo è basato sulla narrazione della tradizione musicale napoletana – spiega Manuela -. L’idea affonda le radici nella mia infanzia. Mio padre Teodoro è un avvocato con una grande passione per la musica classica napoletana. Passione che negli anni l’ha reso il più grande collezionista di 78 giri in Italia. Ha una collezione di 10mila pezzi, alcuni dei quali fanno parte della fonoteca dell’albergo. Quand’ero piccola, lo sentivo ascoltare i dischi con il grammofono fino a tarda notte. Il volume della tromba del grammofono non si può regolare e tutti i miei ricordi sono accompagnati dalla musica napoletana».

Ricordi ma anche sogni. «Anch’io sono diventata avvocato come lui ma poi ho sentito dentro di me la voglia di dedicarmi a questa mia nuova grande passione: l’accoglienza. E ho deciso di inseguire il mio sogno all’insegna di questo fil rouge». Tutto lo storytelling dell’albergo, infatti,  è legato alla musica e alla tradizione partenopea. Dai 78 giri che gli ospiti possono ascoltare nella sala living dell’albergo, fino alle citazioni dei classici sui muri o i numeri delle stanze a forma di disco.

Qui tutto trasuda di tradizione. L’arredamento, curato da Alberta Saladino, è stato scelto per ricostruire l’atmosfera di una casa napoletana degli anni ’30 e ’40 con pezzi originali dell’epoca. «L’albergo è il frutto di una storia familiare. Ci sono gli attimi di dolcezza dell’infanzia che si uniscono all’età adulta quando ho sposato mio marito. Lui appartiene alla famiglia Aloschi, da tre generazioni leader nel settore turistico. Così è stato naturale unire le mie passioni alle sue e pensare a un contenitore che facesse vivere ai turisti prima di tutto un’esperienza».

Un’esperienza che poggia le sue fondamenta sulla storia della città. Non a caso il palazzo dove ha sede l’albergo è Palazzo Berio, progettato da Luigi Vanvitelli, e che in passato ha ospitato la statua di Amore e Psiche di Canova, tanto che Ferdinando di Borbone esentava il proprietario dello stabile dal pagamento delle tasse per il dono di bellezza che faceva alla città.

Al piano superiore, rispetto all’albergo, è nato il primo caffè chantant con lo storico primo teatrino. Un pozzo di storia in cui i turisti possono immergersi. E possono farlo in totale relax e coccolati dalle tante comodità che la struttura offre. A cominciare dalla cromoterapia di cui sono dotati tutti i bagni in camera della struttura.

Infatti pur non essendo pensata per accogliere una spa, l’albergo dedica gran parte delle proprie comodità al benessere. Molte camere sono dotate di jacuzzi, in tutte è possibile effettuare messaggi personalizzati mentre per chi vuole deliziare il palato è possibile degustare un calide di Lacrima Christi di Gianni Russo delle Cantine del Vesuvio o fare colazione con l’eccellenza della pasticceria napoletana, il tutto tra le opere dell’artista Gennaro Regina, come i famigerati Vesuvio.

Ad un anno dall’apertura, l’albergo che celebra la bellezza e la tradizione partenopea ha già avuto un grande successo nella clientela soprattutto internazionale che è valsa una citazione sulla rivista di settore Dove e la partecipazione al Wine and city, la kermesse annuale.

Un successo che autorizza a pensare già al futuro. «Sarebbe bello vedere altri Caruso in giro per il mondo. Un mio grande sogno sarebbe dare il giusto lustro alla musica napoletana con la creazione di un museo che valorizzi l’enorme collezione di mio padre. Non è possibile che l’unico museo della musica napoletana sia a Tokyo» conclude Manuela con gli occhi sognanti e le orecchie protese verso nuove note.

Di Ludovica Criscitiello 

Fu il duca Arechi II a edificare nell’ 871 d.c il Castello di Benevento, noto anche come la Rocca dei Rettori e per farlo scelse un sito, chiamato Piano di Corte, e già usato prima dai Sanniti per erigere una fortezza difensiva, poi dai Romani che costruirono in quest’area un serbatoio idrico e infine dai Longobardi per scopi militari.  

Dopo la costruzione di un monastero benedettino abitato dalle monache, il duca decise di affiancargli un palazzo fortificato, chiamato poi Castrum Vetus. Nel corso dei secoli la struttura, oltre a dominare dal punto più alto della città, ha subito numerosi interventi che riflettono dunque le varie epoche durante le quali furono numerosi i papi che vi soggiornarono. L’ultimo di questi fu papa Gregorio X nel 1272, prima che il palazzo venisse distrutto. Fu un altro pontefice, papa Giovanni XII da Avignone poi a incaricare nel 1321 il rettore di Benevento di ricostruire l’edificio trasformandolo in un palazzo per i Rettori. La rocca vera e propria fu compiuta nel 1338 con papa Benedetto XII con la costruzione di un castrum e di un palatium,circondati da mura e fossati. Costruzione che finì con l’inglobare anche una parte di città che venne ricostruita successivamente. Il castello ha raggiunto la sua forma attuale nel ‘400, con un’altezza di 28 metri, una pianta poligonale e un terrazzo con due torrette. Da una parte c’è il Torrione angolare, unica rimanenza longobarda, mentre dall’altra il Palazzo dei Rettori costituito da tre piani. Varcando l’ingresso principale e superando la statua dell’imperatore Traiano, si visitano prima le segrete al piano terra, mentre salendo al primo piano e al secondo piano ci si imbatte in saloni con soffitti in legno e decorazioni di origine settecentesca. La parte più interessante è sicuramente la sezione storica del Museo del Sannio che contiene tutti i documenti che raccontano la storia, l’arte e le tradizioni popolari di Benevento fin dall’origine.

 

©Antonio De Capua

 

Una stella Michelin, lo chef campano alla guida della cucina di Casa del Nonno 13, di Mercato Sanserino vanta un passato da disegnatore.  
«Le mie creazioni? Sono Fusion, un viaggio tra i sapori in giro per il mondo».

Di Francesca Saccenti 

Disegnava fumetti, oggi ‘dipinge’ piatti. La cucina di Alberto Annarumma non è semplice tradizione, è un mondo intriso di passato dove al centro regna la passione per l’arte. Classe 1973, nato a Pagani, il simpatico chef, che dirige da due anni e mezzo lo stellato Casa del Nonno 13 di Mercato San Severino, racconta una storia fatta di viaggi e profumi che vanno dall’Asia agli Stati Uniti, passando per il regno dei cugini francesi. Il suo percorso? Una valigia piena di vestiti ed esperienze con la quale è approdato all’Arpègedi Alain Passard, al George V del Four season di Parigi e all’InterContinental di Tokyo dove ha imparato tecniche all’avanguardia e soprattutto il rispetto per le materie prime. 

 

Ha sempre pensato che diventare cuoco potesse essere il suo destino? 

Assolutamente no. Tutto è iniziato nel 1987, quando avevo quattordici anni, in realtà anche un po’ prima, facevo dei lavoretti per guadagnare. Sono uno stacanovista, volevo fare qualcosa per aiutare la mia famiglia, del resto siamo sei fratelli ed era una vera e propria esigenza non solo economica ma per stare lontano dalla strada. 

 

Lei è un disegnatore, un artista, non si è pentito di questa scelta? 

Non ho mai rinunciato alla mia passione. Quando ero piccolo mia madre mi cacciava di casa perché riempivo le stanze di murales, oggi lo faccio per i miei figli, disegno per loro. Poi quando guardo le mie opere dopo un po’ di tempo ho la necessità di distruggerle. 

 

Proprio come i veri artisti 

Si distrugge il vecchio per dare vita al nuovo. 

 

Quanto la sua famiglia è ed è stata fonte di ispirazione? 

Da mio padre ho imparato la manualità, l’artigianalità, lui aggiustava e faceva scarpe, mentre da mia madre Maria ho appreso l’amore per il cibo. Se dovessi lanciare un guanto di sfida sceglierei lei, protagonista di ricordi indelebili: lei che si alza alle cinque di mattina, le sue mani che girano la manovella per fare la pasta fresca, la leggerezza dei suoi movimenti. È una dote che hai o non hai, ancora oggi sento che qualsiasi piatto possa realizzare, non riuscirò mai a raggiungere i suoi livelli. 

 

Non c’è posto del mondo in cui non abbia messo piede, in che modo queste esperienze hanno determinato lo chef di oggi? 

Al primo posto c’è la mia terra, l’Italia, che ho imparato ad apprezzare con gli anni. Al secondo la Francia, un luogo unico dove al centro c’è la valorizzazione delle materie prime. Poi c’è il Giappone, la patria del rispetto e dell’educazione non solo per il cibo ma anche per la struttura gerarchica, non a 360 ma a 380 gradi. 

 

Dagli Stati Uniti invece? 

Gli americani sono geni del marketing, hanno un modo meccanico di vedere il presente e di prevedere il futuro. Attribuiscono un valore al prodotto a volte superiore. Ad esempio: un pomodoro è un pomodoro, per quanto buono e fantastico sia, resta sempre un pomodoro, per loro invece è qualcosa di più.  

 

Il pomodoro come ‘oscuro oggetto del desiderio’ ? 

Esatto, loro sono dei grandi commerciati, riescono a venderti la luna. 

 

Come si è evoluta la sua filosofia negli anni? 

Di sicuro la mia cucina è fusion e si fonda sulle  mie avventure, su ciò che ho imparato in giro per il mondo. Devo dire che con il tempo è diventata più razionale e si basa sulla contaminazione tra culture diverse. Non è solo un viaggio nei sapori, ma un percorso attraverso tecniche di cottura che richiedono una grande precisione. Porto un pizzico di Giappone in tavola avvicinandomi alla tradizione, senza troppi voli pindarici. 

 

Una curiosità, cosa non si deve mai fare ai fornelli? 

Mai usare coltelli a temperatura ambiente quando si sfliletta il pesce, io li metto sempre prima nel ghiaccio. Altro consiglio: mi raccomando, quando usate la padella per cucinare, riscaldatela sempre prima. 

 

Dopo tanti sacrifici arriva la prima stella, una grande soddisfazione? 

L’ho rincorsa per tanto tempo, poi sono riuscito a confermarla una volta approdato nelle cucine di Casa del Nonno 13. Non è stata una impresa semplice, è stata una strada in salita. Ho accettato la sfida e sposato questo progetto dando vita ad una cucina diversa. Il mio sacrificio ha ripagato anni ed anni di duro lavoro.

Giovedì 29 Novembre 2018, alle ore 18, presso il Teatro Mercadante di Napoli, si terrà la quinta edizione del Premio Medical Care, organizzato dalla Medical Care Onlus con il sostegno di importanti associazioni internazionali, patrocinato dal Consiglio Regionale della Campania, dal Comune di Napoli e dall’Ordine dei Medici e degli Infermieri.

La serata vedrà la premiazione delle eccellenze umane e professionali che contribuiscono a diffondere un modello di assistenza sanitaria basato sull’umanizzazione della medicina e sull’amore come terapia.

Prevista la partecipazione delle autorità locali e regionali: Carmela Pagano, Prefetto di Napoli; Ciro Caruso, Comandante della Polizia Municipale di Napoli; Elisabetta Garzo, Presidente del Tribunale di Napoli Nord; Nicola Graziano, Giudice della Settima Sezione Fallimentare del Tribunale di Napoli; Vincenzo Lauro, Comandante del Quartier Generale Italiano presso la Base Nato di Napoli; Francesco Emilio Borrelli, Consigliere Regionale della Campania; Luigi De Magistris, Sindaco di Napoli; Carlo Marino, Sindaco di Caserta; Raffaele Russo, Sindaco di Pomigliano D’Arco; Pasquale Di Marzo, Sindaco di Volla; Francesco Ranieri, Sindaco di Terzigno.

L’evento clou sarà la proiezione del film documentario sulle attività di medici, infermieri e volontari, “Gli Angeli Silenziosi”, scritto da Raffaele Canneva e diretto da Jean-Luc Servino, con la partecipazione dell’attore Patrizio Rispo.

Si esibiranno inoltre la banda musicale della NATO (U.S. Naval Forces Europe/Allied Forces Band Naples), il coro dei fanciulli dell’Unicef, il coro dell’oratorio musicale “San Filippo Neri” dell’Augustissima Arciconfraternita dei Pellegrini di Napoli e i “The 2Singers” (Giuseppe Gambi e Carlo Mey Famularo).

La serata sarà condotta dalla giornalista Barbara Castellani e si avvarrà della direzione artistica di Pino Simonetti, regista della Rai.

Francesco Servino, Ufficio Stampa “Premio Medical Care 2018”

Cell.: 3934577654 – Posta Elettronica: francescoservino@gmail.com