Fabio Balsamo, una webstar innamorata del teatro

Il giovane talento comico dei The Jackal si racconta tra esperienze formative e professionali. «La mia comicità? È un’indagine della fragilità»

di Giulia Savignano

Per tutti è il personaggio sventurato e impacciato delle esilaranti parodie virali dei The Jackal. Ma dietro quell’irresistibile atteggiamento che lo avvicina particolarmente alla comicità di Massimo TroisiFabio Balsamo nasconde un ricco bagaglio di esperienze formative e professionali teatrali. Classe 1989, originario di Casalnuovo, l’attore è uno dei giovani più promettenti del panorama artistico campano.

 

Quando ha mosso i primi passi nel mondo della recitazione?

Tutto è cominciato nella parrocchia del quartiere, in un contesto di beneficienza. Avevo tredici anni quando riunii un gruppo di ragazzi con problematiche. Per me il teatro è motivo di aggregazione ma soprattutto espressione di esigenze interne. Dopo la maturità ho conseguito la laurea all’Università Popolare dello Spettacolo a Napoli, poi mi sono specializzato con un master a Roma, dove ho studiato anche doppiaggio e canto con i grandi maestri. La tappa più significativa è stata l’Accademia, che ha segnato il passaggio alla forma più classica di teatro, quella dei grandi autori come Ibsen e Pirandello. La mia esigenza era di crearmi ‘interprete’.

 

Si definirebbe più interprete comico o drammatico?

Non ho mai amato la distinzione tra attore comico e drammatico. Credo che siano il testo e la regia a fare questa distinzione, ma un attore, in quanto ‘colui che fa’ deve saper interpretare tutto, pur non escludendo una predisposizione. Io mi sento più drammatico, nonostante la comicità, per quanto strutturalmente più elaborata, mi venga più naturale e istintiva.

 

In che senso?

Credo che questo sia legato al mio modo di concepire la comicità: come indagine delle fragilità. L’attore che svela al pubblico il suo mondo interiore, senza gli artifizi e le tecniche che ha appreso, suscita un’immediata empatia per cui chiunque si riconosce nella persona fragile, quasi nessuno nel supereroe. Questa è la mia cifra stilistica. Tuttavia, nel mio piccolo, cerco per quanto possibile di conciliare progetti comici e drammatici. A breve, ad esempio, uscirà Beagle, un corto sul traffico d’organi dei bambini in cui interpreto un musulmano. Ma questo non mi impedisce di dedicarmi alla comicità con i The Jackal, il progetto che ho sposato a vita, perché la parodia, in fin dei conti, è sempre analisi profonda di un fenomeno sociale, rappresentato per iperbole in maniera grottesca.

In questo senso, con i ragazzi ho trovato il connubio perfetto umanamente e professionalmente. Però il teatro resterà sempre il mio primo amore.

 

Web, cinema e teatro. In quale forma artistica, dunque, si sente più a suo agio?

Io sono particolarmente legato alla recitazione legata all’elaborazione e all’esplosione, tipiche del teatro. Il cinema è piuttosto implosione interna, dove c’è la telecamera ad accoglierti dall’esterno. Mi trovo ancora in uno stadio iniziale del mio percorso di formazione, quindi non saprei collocarmi. Quello che so è che le tecniche sono differenti, ma di fondo c’è sempre la recitazione. Non disdegno neanche altri campi come quello del doppiaggio, prestando la mia voce al personaggio di un pizzaiolo nel cartone animato Supermonsters. Certo è che l’attività che mi sta dando grandi soddisfazioni è quella dell’insegnamento in una piccola scuola di Casalnuovo, grazie alla quale ricevo feedback estremamente interessanti dai bambini e dagli adulti che si avvicinano a questo meraviglioso mestiere dell’attore.

 

Il suo approccio alla recitazione è universale a prescindere dal mezzo, che si tratti di teatro, cinema o web series?

Assolutamente sì. Approfondire gli strumenti interpretativi del teatro mi conduce nella tessitura più intensa della drammaturgia e questo mi permette di essere più duttile. Non credo esistano mezzi di comunicazione inferiori ad altri, così come non esistono generi inferiori ad altri. Il mio approccio è sempre lo stesso, di analisi psicologica e caratterizzazione fisica. La differenza la fa il micromondo, il dettaglio. Come dico sempre ai ragazzi: «Immaginate un mostro. Non vi spaventa? Provate a dargli mille dettagli e vedrete come questo mostro comincerà a suggestionarvi». Il mio compito è quello di creare dei mondi interni dei singoli personaggi, che poi siano destinati al teatro, al cinema o alla televisione poco importa. Ad esempio, nel piccolo cammeo del tassista nella fiction Sirene, ho applicato questo suggerimento. La forza del personaggio è data dal suo mondo interno. Un attore deve preoccuparsi principalmente di creare il suo mondo interiore ed esternarlo come sua esigenza. Il giorno in cui non avrò più nulla da dire non salirò più sul palco, perché questo non è un semplice lavoro. Se non si ha nulla da trasmettere, meglio starsene in disparte.