«Zaino in spalla e macchina fotografica. Così vi racconto la mia Africa»

Giramondo per passione, il fotografo Mario Aurino ha all’attivo diverse mostre che documentano i suoi viaggi attraverso 40 nazioni.

Di Wendy Elliott

Mario Aurino è un giramondo. Nato a Sorrento da genitori napoletani, da oltre 10 anni fa ha deciso di partire alla scoperta del mondo, zaino in spalla, da solo, con la sua macchina fotografica. Dal 2012 ha visitato 40 nazioni in quattro continenti diversi. Le sue foto sono la testimonianza diretta dei suoi viaggi e riescono a cogliere gli aspetti più autentici e intimi delle popolazioni che ha incontrato, le loro usanze e tradizioni.

Passione per la fotografia e desiderio di viaggiare, quando è nato questo connubio?

Nasco come semplice viaggiatore e ancora oggi continuo a ritenermi tale. La passione per la fotografia è stata un riflesso condizionato, nata qualche anno dopo. Rimane tuttora un aspetto secondario rispetto al viaggio stesso. Non pianifico un viaggio in termini fotografici e non mi sento vincolato a seguire un filone narrativo predeterminato. Questo mi consente di sperimentare molto.

Ho iniziato a scattare nel 2013 durante il viaggio in Etiopia, ma il binomio viaggio-fotografia è nato effettivamente nel 2016 quando ho scelto di tornare in Africa con l’intento di raccontarla fotograficamente con l’obiettivo di una mostra. L’ho attraversata, da Alessandria d’Egitto a Cape Town via terra in 100 giorni. Nelle 10 mostre che hanno seguito il viaggio ho raccontato l’Africa a 360 gradi. Il filo conduttore del racconto fotografico sono i gruppi tribali che ho conosciuto, come i tuareg del deserto del Sudan e della Mauritania, e il modo in cui questi gruppi etnici impattavano con il processo di modernizzazione e di globalizzazione dei loro stati centrali di riferimento.

Ma la foto perfetta come si realizza?

Credo che la composizione della foto non debba essere solamente funzionale a fare una fotografia perfetta sul piano tecnico ma debba riprodurre concettualmente il momento. Una sorta di “fotografia vivente”. Credo, da viaggiatore, al libero fluire del viaggio nel viaggio.

Io lancio un sassolino nello stagno, ma l’increspatura dell’acqua non la decido io.

Zaino in spalla, in solitaria hai intrapreso molti viaggi. Hai attraversato l’Africa e visitato l’Afghanistan, qual è l’esperienza alla quale sei più legato?

È una domanda davvero molto complicata. Nel primo viaggio fuori dall’Europa ho attraversato tutto il Sud America. Sono andato da Shanghai a Islamabad, sono stato in Myanmar quando ancora c’era la dittatura, ho attraversato l’Africa, visitato l’Afghanistan e l’India. Ho imparato molte cose, la più importante è che il mondo è molto più grande, complesso, eterogeneo di quanto si possa immaginare.

Ho un ricordo emotivo particolarmente intenso, anche se di natura diversa, di tutti i luoghi che ho visitato. Le esperienze che ho vissuto sono legate al mio stato d’animo, e ognuna è connessa alla precedente. Ogni viaggio mi ha fatto rileggere sotto una luce diversa i precedenti. È tutto in continuo divenire.

Con le tue foto racconti popoli, tradizioni e luoghi. Tra i tuoi scatti paesaggi e ritratti significativi. In che genere di fotografia ti senti più autore?

Prima di essere un fotografo di viaggio mi definisco un osservatore del mondo. Mi piace sperimentare, per questo i miei soggetti sono piuttosto vari.

Mi sento più vicino alla ritrattistica, un genere di fotografia in cui bisogna misurarsi con la capacità di ritrarre l’essenza interiore del soggetto, il suo stato d’animo e le sue emozioni. Sono particolarmente affascinato dalla possibilità di rappresentare un tramite fra la macchina fotografica, la persona fotografata e l’osservatore. Credo che tra questi tre elementi debba stabilirsi un rapporto paritetico ed empatico. Per fare questo in modo sincero, sento il bisogno di creare un rapporto umano di natura confidenziale con il soggetto fotografato. La macchina fotografica deve essere uno strumento leggero, sottile, quasi impercettibile.

Credo ad una fotografia sincera, verista, potente e asciutta. Intima.

Lo scatto del cuore?

Lo scatto del cuore è quello che vive nel mondo e ancora lo devo fare. Mi fa stare bene l’idea che ci siano ancora tante persone, situazioni, momenti da immortalare. Che il mio percorso di viaggiatore e fotografo non sia ancora finito. Sono molto legato, da un punto di vista affettivo, alle fotografie che hanno una “storia alle spalle”.

Sei molto seguito sui social network. Che ruolo hanno avuto nel tuo lavoro?

Non guardo ai numeri sui social network. Credo che avere un certo seguito sia un onore, un grandissimo piacere ma anche una responsabilità. È importante fornire messaggi sani, belli, sinceri e di qualità, spesso andando contro a delle logiche “commerciali”. Sul web, più che nelle mostre, funziona molto l’immediatezza e l’estemporaneità. Concetti che, nell’ambito dello storytelling della fotografia di viaggio, sono assolutamente legittimi e funzionali, ma che non sempre è possibile rispettare. A volte bisogna fermarsi a riflettere e avere il coraggio di proporre contenuti meno immediati e più complessi. Ciò che conta davvero è la qualità del messaggio che riesco a far passare.

Grazie ai social network sono riuscito a organizzare, in meno di un anno, quasi 10 mostre fotografiche, ho aderito e supportato vari progetti di cooperazione internazionale e raccolte fondi.

Cerco di utilizzare i social in modo mirato, da qualche mese ho lanciato, con un preciso progetto editoriale, il mio account Instagram (mario_aurino) dove oltre a condividere foto, racconto la loro storia o semplicemente pubblico approfondimenti sulle mie fotografie.

Progetti futuri?

Attualmente sono in fase di studio e sto lavorando su due progetti, in due continenti diversi: Asia e Africa.

Punto ad avere le idee più chiare entro questo mese. Al momento non posso dire altro.

Dall’ultima nel Parco Urbano di Salerno per una collettiva d’arte, ho deciso di sospendere le mostre fotografiche.

Dopo un anno molto intenso, con un grandissimo successo di pubblico ho sentito l’esigenza di fermarmi e riflettere su come volevo, davvero, raccontare i miei viaggi e al momento, non sento che le mostre fotografiche possano essere la modalità più affine alle mie ambizioni narrative. Sto cercando di lavorare, non senza difficoltà, ad un libro che possa raccontare il “dietro la scena” degli scatti ponendo l’attenzione sull’aspetto umano, culturale, sociologico, antropologico e sensoriale dei miei viaggi.

Credo molto nell’autenticità e nella qualità e vorrei trasmettere con le parole qualcosa di veramente mio.