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Giramondo per passione, il fotografo Mario Aurino ha all’attivo diverse mostre che documentano i suoi viaggi attraverso 40 nazioni.

Di Wendy Elliott

Mario Aurino è un giramondo. Nato a Sorrento da genitori napoletani, da oltre 10 anni fa ha deciso di partire alla scoperta del mondo, zaino in spalla, da solo, con la sua macchina fotografica. Dal 2012 ha visitato 40 nazioni in quattro continenti diversi. Le sue foto sono la testimonianza diretta dei suoi viaggi e riescono a cogliere gli aspetti più autentici e intimi delle popolazioni che ha incontrato, le loro usanze e tradizioni.

Passione per la fotografia e desiderio di viaggiare, quando è nato questo connubio?

Nasco come semplice viaggiatore e ancora oggi continuo a ritenermi tale. La passione per la fotografia è stata un riflesso condizionato, nata qualche anno dopo. Rimane tuttora un aspetto secondario rispetto al viaggio stesso. Non pianifico un viaggio in termini fotografici e non mi sento vincolato a seguire un filone narrativo predeterminato. Questo mi consente di sperimentare molto.

Ho iniziato a scattare nel 2013 durante il viaggio in Etiopia, ma il binomio viaggio-fotografia è nato effettivamente nel 2016 quando ho scelto di tornare in Africa con l’intento di raccontarla fotograficamente con l’obiettivo di una mostra. L’ho attraversata, da Alessandria d’Egitto a Cape Town via terra in 100 giorni. Nelle 10 mostre che hanno seguito il viaggio ho raccontato l’Africa a 360 gradi. Il filo conduttore del racconto fotografico sono i gruppi tribali che ho conosciuto, come i tuareg del deserto del Sudan e della Mauritania, e il modo in cui questi gruppi etnici impattavano con il processo di modernizzazione e di globalizzazione dei loro stati centrali di riferimento.

Ma la foto perfetta come si realizza?

Credo che la composizione della foto non debba essere solamente funzionale a fare una fotografia perfetta sul piano tecnico ma debba riprodurre concettualmente il momento. Una sorta di “fotografia vivente”. Credo, da viaggiatore, al libero fluire del viaggio nel viaggio.

Io lancio un sassolino nello stagno, ma l’increspatura dell’acqua non la decido io.

Zaino in spalla, in solitaria hai intrapreso molti viaggi. Hai attraversato l’Africa e visitato l’Afghanistan, qual è l’esperienza alla quale sei più legato?

È una domanda davvero molto complicata. Nel primo viaggio fuori dall’Europa ho attraversato tutto il Sud America. Sono andato da Shanghai a Islamabad, sono stato in Myanmar quando ancora c’era la dittatura, ho attraversato l’Africa, visitato l’Afghanistan e l’India. Ho imparato molte cose, la più importante è che il mondo è molto più grande, complesso, eterogeneo di quanto si possa immaginare.

Ho un ricordo emotivo particolarmente intenso, anche se di natura diversa, di tutti i luoghi che ho visitato. Le esperienze che ho vissuto sono legate al mio stato d’animo, e ognuna è connessa alla precedente. Ogni viaggio mi ha fatto rileggere sotto una luce diversa i precedenti. È tutto in continuo divenire.

Con le tue foto racconti popoli, tradizioni e luoghi. Tra i tuoi scatti paesaggi e ritratti significativi. In che genere di fotografia ti senti più autore?

Prima di essere un fotografo di viaggio mi definisco un osservatore del mondo. Mi piace sperimentare, per questo i miei soggetti sono piuttosto vari.

Mi sento più vicino alla ritrattistica, un genere di fotografia in cui bisogna misurarsi con la capacità di ritrarre l’essenza interiore del soggetto, il suo stato d’animo e le sue emozioni. Sono particolarmente affascinato dalla possibilità di rappresentare un tramite fra la macchina fotografica, la persona fotografata e l’osservatore. Credo che tra questi tre elementi debba stabilirsi un rapporto paritetico ed empatico. Per fare questo in modo sincero, sento il bisogno di creare un rapporto umano di natura confidenziale con il soggetto fotografato. La macchina fotografica deve essere uno strumento leggero, sottile, quasi impercettibile.

Credo ad una fotografia sincera, verista, potente e asciutta. Intima.

Lo scatto del cuore?

Lo scatto del cuore è quello che vive nel mondo e ancora lo devo fare. Mi fa stare bene l’idea che ci siano ancora tante persone, situazioni, momenti da immortalare. Che il mio percorso di viaggiatore e fotografo non sia ancora finito. Sono molto legato, da un punto di vista affettivo, alle fotografie che hanno una “storia alle spalle”.

Sei molto seguito sui social network. Che ruolo hanno avuto nel tuo lavoro?

Non guardo ai numeri sui social network. Credo che avere un certo seguito sia un onore, un grandissimo piacere ma anche una responsabilità. È importante fornire messaggi sani, belli, sinceri e di qualità, spesso andando contro a delle logiche “commerciali”. Sul web, più che nelle mostre, funziona molto l’immediatezza e l’estemporaneità. Concetti che, nell’ambito dello storytelling della fotografia di viaggio, sono assolutamente legittimi e funzionali, ma che non sempre è possibile rispettare. A volte bisogna fermarsi a riflettere e avere il coraggio di proporre contenuti meno immediati e più complessi. Ciò che conta davvero è la qualità del messaggio che riesco a far passare.

Grazie ai social network sono riuscito a organizzare, in meno di un anno, quasi 10 mostre fotografiche, ho aderito e supportato vari progetti di cooperazione internazionale e raccolte fondi.

Cerco di utilizzare i social in modo mirato, da qualche mese ho lanciato, con un preciso progetto editoriale, il mio account Instagram (mario_aurino) dove oltre a condividere foto, racconto la loro storia o semplicemente pubblico approfondimenti sulle mie fotografie.

Progetti futuri?

Attualmente sono in fase di studio e sto lavorando su due progetti, in due continenti diversi: Asia e Africa.

Punto ad avere le idee più chiare entro questo mese. Al momento non posso dire altro.

Dall’ultima nel Parco Urbano di Salerno per una collettiva d’arte, ho deciso di sospendere le mostre fotografiche.

Dopo un anno molto intenso, con un grandissimo successo di pubblico ho sentito l’esigenza di fermarmi e riflettere su come volevo, davvero, raccontare i miei viaggi e al momento, non sento che le mostre fotografiche possano essere la modalità più affine alle mie ambizioni narrative. Sto cercando di lavorare, non senza difficoltà, ad un libro che possa raccontare il “dietro la scena” degli scatti ponendo l’attenzione sull’aspetto umano, culturale, sociologico, antropologico e sensoriale dei miei viaggi.

Credo molto nell’autenticità e nella qualità e vorrei trasmettere con le parole qualcosa di veramente mio.

La felicità è spesso soffocata da un’infinità di pensieri (circa 60mila al giorno!), che, argomentando, fantasticando e rimuginando, sono responsabili delle nostre emozioni e stati d’animo. Non sappiamo come gestire i pensieri e le emozioni, perché non possiamo cancellare un ricordo inciso nella nostra mente, e non riusciamo a rimanere impassibili di fronte a un’offesa. Siamo ogni giorno sequestrati dai nostri pensieri da non riuscire più ad assaporare l’aroma del caffè o godere di un tramonto, e compiamo una serie di azioni in automatico, come vestirsi, lavarsi, guidare, rimanendo scollegati dal presente, l’unico tempo reale. Quante volte vorremmo addormentarci e invece siamo tormentati da pensieri che non ci abbandonano e sprechiamo inutilmente le nostre energie psichiche nell’inconscio e inutile desiderio di modificare il passato? Quante volte ci preoccupiamo di qualcosa che forse non avverrà mai?  «Le nostre paure sono molto più numerose dei pericoli concreti che corriamo. Soffriamo molto di più per la nostra immaginazione che per la realtà». Se a fine giornata potessimo leggere tutti i nostri pensieri, capiremo quanto questi siano le rappresentazioni mentali delle nostre paure, bisogni, desideri, che condizionano ogni nostra scelta. «Vegliate in ogni momento» (Lc 21,36); così il Vangelo ci esorta a praticare la presenza attenta ai nostri pensieri-emozioni. Ma come si fa a “vegliare” o meglio sorvegliare la nostra mente per impedirle di gestire in modo inefficace la nostra vita? I recenti studi scientifici sul cervello suggeriscono alcune tecniche, una sorta di “Allena-mente”, con esercizi da praticare durante il giorno che, a lungo andare, possono trasformare i nostri pensieri automatici e i nostri stati d’animo da negativi in positivi, favorendo la nostra serenità. Come un’azienda ha bisogno di un buon manager, come una squadra è vincente se ha un buon allenatore, così noi dobbiamo diventare i coach di noi stessi. Nel prossimo articolo spiegheremo perciò, come praticare l’Allena-mente. Stay tuned!

Aurelio: Enzo Miccio, campano DOCwedding planner, stilista ed esperto di bon ton. Raccontaci come è iniziata la tua ascesa in questi campi e il tuo affermarti nella città della moda, Milano. 

Mi sono trasferito a Milano trent’anni fa (non me lo ricordare!) per inseguire il mio sogno, quello di affermarmi nel mondo della moda. Ho frequentato l’Istituto europeo di design e ho fatto tanta gavetta come stylist, andando in giro a raccogliere abiti e scarpe per realizzare, insieme a giovani fotografi, dei servizi fotografici. Mi sono proposto in agenzie di pubblicità e alla fine ho trovato impiego in un ufficio stampa dove ho imparato a trattare con i clienti e soprattutto la dedizione al lavoro, quella che non ti fa mai guardare le lancette dell’orologio perché nel mondo della moda bisogna sacrificarsi molto ma, allo stesso tempo, esse sempre perfetti, insegnamento che mi porto ancora dietro.  

Dopo poco mi sono ritrovato a organizzare, per puro caso, un matrimonio. Avevo già pianificato eventi non retribuiti come la festa della mia migliore amica e vari matrimoni di famiglia. In quel caso la madre della sposa mi aveva chiesto un aiuto perché la figlia non risiedeva in Italia, come potevo dire di no! Da quel momento, è partita la “macchina” con l’apertura della mia prima agenzia a Milano, diciotto anni fa. 

Aurelio: Quanto ti è costato allontanarti dalla tua città e dai tuoi affetti? 

Mi sono trasferito a Milano a diciotto anni ma non sento di essermi allontanato veramente da Napoli. È la mia città, ci torno spessissimo, non solo perché ho un ufficio anche qui, ma anche perché qui ho la mia famiglia e le mie amicizie. 

Fabrizio: Aurelio ha avuto il piacere di lavorare per te in alcuni importanti eventi e mi raccontava che fai tutto di persona. Segui tutto dalla A alla Z. Ogni tanto, però, consenti ai tuoi collaboratori di contrapporsi alle tue richieste o preferisci prenderti tutte le responsabilità?  

Ho conosciuto Aurelio e la Band durante le loro esibizioni nelle notti capresi e ne ho apprezzato la bravura e la professionalità dimostrate, tra l’altro, anche nei miei eventi. Il fatto che abbia notato il mio modo di seguire tutti gli aspetti del mio lavoro mi lusinga anche se a volte può sembrare un atteggiamento da despota, ma in questo campo ci deve essere una sola persona a dare direttive altrimenti ci sarebbe anarchia totale. Avere un atteggiamento forte nel proprio lavoro garantisce il successo dell’evento. Per me non c’è margine di errore, il matrimonio è un evento unico e io errori non ne permetto. 

Aurelio: La passione per l’alta moda si esprime negli abiti da sposa. Lo devi all’attività da wedding planner o hai sempre immaginato una collezione Sposa? 

La moda è stata la mia prima passione ma dopo tanta attività da wedding mi sono detto: «Beh, ora è arrivato il momento di vestire le spose a modo mio», così cinque anni fa ho lanciato la mia prima collezione Sposa con grande successo. Ora ho iniziato un processo di brandizzazione del marchio Enzo Miccio così da separare il nome dalla sola organizzazione di eventi e creare un vero e proprio brand che garantisca al cliente un servizio completo, che parta dall’abito della sposa, dello sposo e continui con scarpe, accessori, bomboniere, confetti etc. Insomma, ora i miei eventi portano completamente la firma Enzo Miccio.  

Fabrizio: Enzo, quando torna a casa, al sud, cosa fai? 

Quando rientro a Napoli ho i miei amici di sempre. Ho i miei luoghi, i ristoranti vicino al mare – il mare ci deve essere sempre-  e ovviamente, la mia famiglia. Sosta obbligata sono i miei punti gastronomici preferiti dove vado a mangiare le polpette piuttosto che la pasta e ceci oppure le scarole saltate, che è il mio piatto preferito. Alla fine, però, finisco sempre col lavorare anche quando sono a Napoli, avendo uno studio anche qui, quindi la maggior parte del tempo viene impiegato incontrando clienti.  

Ringraziamo Enzo che ci ha tenuto compagnia nel salotto di Fierro. Speriamo di vederci presto.

Inizio boom per la manifestazione: percorsi enogastronomici fino a domenica 23 settembre

Tutti pazzi per l’isola d’Ischia e le sue secolari cantine, testimoni di un rapporto da sempre privilegiato con il vino e con la vite. Boom di prenotazioni per il “week end” che ha aperto l’undicesima edizione di “Andar per cantine”, l’evento organizzato dalla Pro Loco Panza, che propone – nei giorni tradizionalmente dedicati alla vendemmia- tour enogastronomici guidati attraverso nove differenti percorsi impreziositi dalle cantine più antiche e dai vigneti più rigogliosi dell’entroterra dell’isola. Molti stranieri (tedeschi, americani e svedesi) e tanti ischitani nel variegato pubblico interessato a visitare antiche grotte scavate nel tufo, dialogando con le guide esperte e con i contadini, depositari di tradizioni che si rinnovano in un territorio che riscopre sempre più la sua ancestrale anima contadina. In programma anche percorsi di trekking (organizzati con Cai e Nemo) e tour serali (Cantinando sotto le stelle),  su un veliero d’epoca per apprezzare la viticoltura eroica e in bicicletta (con Only Green), con impatto ambientale zero per lanciare un messaggio chiaro e forte contro il traffico, uno dei problemi dell’isola.

E il gran finale, domenica 23 settembre, è la Notte Bianca della Vendemmia, organizzata dal Comune di Forio con la partecipazione di Enzo Avitabile e dei Bottari di Portico, con l’ambientazione di antiche storie di vendemmia. Tra gli appuntamenti musicali, con il sostegno del Comune di Serrara Fontana, i concerti di Gianni Mobilya (22 settembre in piazza a Fontana) e dei Musica Nuda (20 settembre a Sant’Angelo).
“Continuiamo a valorizzare, in linea con la crescita su scala nazionale del turismo enogastronomico e ambientale, le potenzialità dell’isola d’Ischia, orgogliosi per il successo di un format ormai consolidato” ha spiegato Leonardo Polito, presidente della Pro Loco Panza ((info e prenotazioni 081 908436, www.prolocopanzaischia.it).
FOTO ANTONELLO DE ROSA

Eleonora aveva 15 anni. Aveva. Perché anche lei ha fatto come Giada. Ha scelto di volare nel vuoto. Eleonora si è lasciata cadere da un palazzo del centro direzionale. Come Giada non ebbe il coraggio di dire ai genitori che quel giorno non si sarebbe laureata, così Eleonora non riusciva a sopportare l’idea di essere bocciata a scuola. Due storie terribilmente simili.
Stiamo costruendo la società dell’apparenza. E i social, che spesso ciascuno di noi usa e abusa, non fanno che acuire questo processo. C’è la gara a chi ha più “seguaci” e “amici”, e trascuriamo il fatto che i rapporti più belli sono quelli in carne e ossa.
Ci affanniamo a mostrarci sempre al “Top” e non capiamo che è bellissimo, talvolta, mostraci fragili e perdersi in un abbraccio di chi ci vuol bene più che negli emoticon degli sconosciuti.
Non possiamo per questo sopportare il fallimento, la sconfitta, perché pensiamo che questo farà di noi degli esclusi.
Il voto cattivo a scuola, il non riuscire a emergere, la paura di vivere sempre nell’ombra come un numero qualsiasi su questa terra. E poi la solitudine che ti porta spesso a tacere.
Per non disturbare, per paura di non essere capiti e accolti. Anche dalla tua famiglia.
Sarebbe bello rivendicare il diritto alla debolezza. Anche ad aver paura.
Ma dove sta scritto che dobbiamo sempre vincere e primeggiare?
Perché dobbiamo indossare maschere che non ci appartengono?
È così bello essere se stessi, veri, spontanei e semplici. Sarebbe fantastico se ce lo lasciaste fare.
Se ci lasciaste la libertà di vivere le nostre fragilità le nostre paure e le nostre inquietudini senza per forza farci sentire “sbagliati”.  

C’è una logica perversa che si è impossessata della nostra società. Quella della omologazione. L’apparire ha talmente preso il sopravvento che tutti ci sentiamo quasi obbligati a mostrarci sempre sorridenti, sempre in forma, sempre sulla cresta dell’onda.
Non importa se dentro soffriamo o se abbiamo dei problemi di cui magari vorremmo parlare.
Fateci caso il 99% delle riposte alla domanda: «come stai?» è «tutto bene».
Ma la gran parte delle volte mentiamo. Agli altri e in parte anche a noi stessi.
Sarebbe bello se tutti riflettessimo e se tornassimo, Insieme, a discutere e a confrontarci anche di argomenti cosiddetti “sensibili”. Forse sarebbe una soluzione, non l’unica sia chiaro, a questa deriva “autistica” della nostra società e delle nostre relazioni sociali.
Forse avremmo meno angeli che raggiungono il cielo dopo aver lasciato cadere il proprio corpo nel vuoto di un Palazzo.
Ciao Eleonora e scusaci, scusaci se puoi.

Seconda partecipazione per FEDERICA alla 1001velaCUP.  L’imbarcazione progettata e costruita dagli studenti del Sailing Team del Dipartimento di Ingegneria Industriale dell’Università di Napoli Federico II, prenderà parte alla regata per imbarcazioni progettate e costruite dagli studenti di Università Tecniche italiane ed Europee.

Per la regata di quest’anno piccoli ritocchi e un nuovo equipaggio coordinato ancora una volta da Carlo Bertorello, docente di Architettura navale. La continuità è assicurata dallo SHORE TEAM tutto del Dipartimento di Ingegneria Industriale , con Gianluca Iovinella e Giuseppe Soriano mentre la call di Ateneo per la selezione dell’equipaggio ha portato la new entry di Raffaele Giusti, studente del corso di Ingegneria dei Materiali come uomo di prua e al timone Marcello Spagnuolo del Dipartimento di Ingegneria Navale. In questi giorni, ospiti del Circolo Remo e Vela Italia, le prime uscite del nuovo equipaggio. La prossima settimana a Palermo, inizia la regata organizzata dal Circolo della Vela Sicilia, eletto quest’anno Challenger of Record, rappresentante degli sfidanti alla prossima Coppa America.

«Quest’ anno sarà una competizione durissima che prevede almeno 14 partecipanti tra cui barche nuove, curatissime, ma anche equipaggi esperti che per il gruppo del DII 1001VELA Cup è sfida in regata, ma è più ancora un’occasione didattica preziosa – sottolinea Carlo Bertorello .- Alla tesi di Laurea che è stata il progetto di Federica ne sono seguite altre che hanno approfondito aspetti di dettaglio e due che rappresentano l’evoluzione, la nuova barca che prenderà forma nel 2019».

Dopo il successo del MIDWINTER INDOOR TROPHY nel 2017, nel prossimo inverno la Vasca Navale del Dipartimento di Ingegneria Industriale, sarà di nuovo protagonista di una competizione indoor e questa volta si valuteranno le proposte per il sostentamento idrodinamico, un tema di grande attualità nella della progettazione di barche a vela e non solo da regata.

«Ma ora è tempo di sfidarsi in mare, curare gli ultimi dettagli della messa a punto – continua il professore e conclude – gli studenti del sailing team sono ancora una volta un gruppo coeso ed affiatato, pronti alla sfida, a mettere in gioco le proprie idee ma anche ad osservare, comprendere e far tesoro di quelle altrui. Provano da ingegneri, tra non molto lo saranno».

Nome startup?

La startup ha il nome di Gusto Sano Napoletano rappresentato da Gaetano il polpo in equilibrio nutrizionale.

Qual è l’idea?

Gusto Sano Napoletano è un progetto di educazione alimentare basato sulla cucina tradizionale napoletana, nonché sulla dieta Mediterranea. Coniuga salute e gusto dei prodotti locali e di stagione in modo “sostenibile”, bilanciando i valori nutrizionali. Obiettivo principale è quindi la ricerca e lo sviluppo di nuove ricette, divulgate direttamente attraverso le esperienze dirette dell’Home-Restaurant e delle Home-CookingClasses.

Che problema risolve e che servizio sviluppa?

Un abitante del pianeta su tre è minacciato dalla cattiva alimentazione. La maggior parte delle persone ingurgita una montagna di cibo, però non si nutre. Nutrirsi vuol dire consumare cibi gustosi, invitanti, profumati con proprietà nutritive, energetiche e ricostituenti.

Gusto Sano Napoletano vuole realizzare un Home-Bistrot con un grande laboratorio di cucina per sviluppare l’attività di Home-Catering e intensificare le CookingClasses e diffondere come scegliere e combinare gli alimenti in maniera sana, equilibrata e senza rinunciare al gusto.

Una vera e propria educazione “à la carte”!

Che domanda incontra e quale concorrenza?

Per contrastare gli effetti devastanti del junk food, con grassi e zuccheri in eccesso, bisogna sviluppare e diffondere modelli alimentari con più vitamine e sali minerali. Alla base delle ricette di Gusto Sano Napoletano vi è la sostituzione di elementi macronutrizionali ridondanti con ingredienti ad alto contenuto di vitamine e sali ovvero con verdura e frutta. Inoltre, inserendosi in diversi contesti sociali che seguono scorrette abitudini alimentari, Gusto Sano Napoletano indirizza all’uso delle quantità opportune ad ogni pasto in base al proprio fabbisogno energetico, aspetto che ad oggi non viene preso in considerazione nei modelli alimentari seguiti dalla maggior parte degli esercizi ristorativi.

Come funziona il prodotto?

Partendo quindi dal quartiere Montecalvario, in particolare dall’area del mercato della Pignasecca dove, nonostante l’abbondanza di prodotti di prima qualità, mancano punti di riferimento adeguati alle crescenti esigenze alimentari che mirino alla salute, Gusto Sano Napoletano propone un’alternativa culinaria puntando al territorio e all’offerta esistente salvaguardando quindi la freschezza e l’eccellenza dei prodotti.

Qual è il modello di sviluppo della startup e di cosa necessita per crescere?

L’Home-Bistrot sarà caratterizzato dal proporre in termini di accoglienza sia fisica che sensoriale un’esperienza paragonabile al “sentirsi a casa”. La cucina fatta di ingredienti semplici e locali proporrà piatti preparati sia per un numero limitato di posti a sedere del servizio Home-Restaurant dell’Home-Bistrot sia per un numero notevole di coperti rappresentato dal servizio take-Away dell’Home-Bistrot a pranzo\cena e dal servizio dell’Home Catering, presso altre strutture. Gusto Sano Napoletano e i suoi servizi potranno quindi espandersi in altre città d’Italia e del mondo.

Tatafiore a Napoli’ è la mostra di uno dei protagonisti della Transavanguardia, allestita dal figlio Pietro nello spazio espositivo da lui ideato. «Curare la personale di mio padre? Il mio sogno da bambino»

Di Rosaria La Rocca

Nella vita sono padre e figlio che da sempre condividono una passione incondizionata per l’arte. Un amore che, se da un lato ha spinto Ernesto e Pietro Tatafiore ad “unirsi” nella vita professionale, dall’altro ha creato un capovolgimento di ruoli. «Assistiamo ad un’inversione – spiega Ernesto Tatafiore – perché solitamente sono i padri che ospitano i figli, qui, invece è il figlio che ospita il padre».

Classe 1945 Ernesto Tatafiore, insieme a Lucio Amelio e ad altri artisti, è stato uno dei pionieri della Transavanguardia. Pietro, seguendo i passi del padre, ha ben presto imparato a muoversi nel mondo dell’arte, credendo nella sua forza motrice.

Insieme ci accolgono nella galleria 1Opera aperta da Pietro nel 2012, dove dal 13 Aprile fino al 3 Giungo ha ospitato la mostra Tatafiore a Napoli, una personale di lavori inediti che illustrano un viaggio nei temi cari alla filosofia pittorica di Ernesto Tatafiore.

Da perfetto padrone di casa Pietro ci guida in un tour all’interno del suo spazio e della sua vita, ricordando un’infanzia trascorsa ad assorbire i “profumi dell’arte.

Pietro quando inizia la sua avventura con la galleria 1Opera?

Tutto è iniziato con il progetto Largo Baracche, quando nel 2005 con l’associazione Sabu abbiamo ottenuto in comodato d’uso dal Comune un vecchio rifugio antiaereo. Con dedizione e non pochi sacrifici riuscimmo a riqualificare un edificio abbandonato in un’area espositiva. Contemporaneamente prendemmo un piccolo spazio nei pressi di piazza Bellini dove nacque 1Opera, ispirandoci al concept di una gallerista francese, in soli dieci metri quadrati esponevamo una sola opera. Successivamente arrivò la scelta di continuare da solo l’avventura di costruire una vetrina per l’arte contemporanea, e nello storico Palazzo Diomede Carafa, in via San Biagio dei Librai, nel cuore di Napoli, intravidi la possibilità di trasferire 1Opera.

Ernesto lei si laurea in medicina e poi si specializza in psichiatria, quando la pittura entra a far parte della sua vita?

Credo di vivere nell’arte da quando ero un bambino perché mio padre, ma prima di lui mio nonno, il pittore Ernesto Tatafiore, amavano dipingere. La mia ricerca mi ha spinto, poi con una certa ambivalenza ad avvicinarmi alla poetica della Transavanguardia, condividendo con altri artisti la necessità di recuperare la purezza espressiva della pittura. In seguito ci sono stati degli allontanamenti e poi dei riavvicinamenti, e la mostra Tatafiore a Napoli è uno di essi. In quest’esposizione curata da Pietro che ha scelto personalmente ogni singola opera vengono recuperati alcuni temi di quegli anni. In primis il concetto del capovolgimento, ripreso attraverso un rovesciamento del numero uno, che ci sembrava in linea con la realtà in cui viviamo. Oggi assistiamo ad un susseguirsi veloce di momenti che, se da un lato protendono verso l’avanzamento, dall’altro ci conducono verso l’involuzione.

Pietro oggi lei è un gallerista che ospita le opere di suo padre, Ernesto Tatafiore. Com’è lavorare con lui?

La mostra Tatafiore a Napoli è stata curata unicamente da me e dalla mia galleria. Per la prima volta i due Tatafiore hanno collaborato insieme. In passato, però, ci sono state altre occasioni e questo ci ha permesso oggi di sentirci ben rodati. Il passaggio da padre/figlio a quello lavorativo è stato strano ma probabilmente anche molto naturale: da piccolo immaginavo di organizzare delle mostre e di vendere le opere di mio padre. E forse oggi, sono riuscito a trasformare quel gioco che facevo da bambino in quello della mia vita.

Ernesto lei è stato legato alla galleria di Lucio Amelio e al filone della Transavanguardia, ha scritto una pagina della storia dell’arte, secondo lei oggi che periodo vive Napoli ?

Napoli gode di un passato artistico considerevole e il contributo di Lucio Amelio è stato determinate. Richiamò a sé il meglio dell’arte contemporanea trasformando questa città in una delle piazze di spicco per la produzione artistica di quegli anni. Creò dei momenti forse irripetibili, che per fortuna furono vissuti. Però con questo non voglio dire che oggi non esistano altri Lucio Amelio, ma semplicemente che forse Napoli vive una fase di rallentamento.

Pietro può svelarci alcuni progetti che ha in serbo nei prossimi mesi per 1Opera?

Dopo il 3 Giugno, data in cui si conclude Tatafiore a Napoli, dal 12 Giugno fino alla fine di Luglio la galleria 1Opera ospiterà una mostra dedicata ai lavori di Alan Jhonson. In contemporanea lavoro ad altri progetti che forse mi porteranno fuori dal mio contesto territoriale ma che come sempre arricchiranno il mio bagaglio professionale di un forte respiro internazionale. La mia promessa sarà sempre quella di proporre una proposta interessante fatta di cose nuove e mai viste!

Il supermercato biologico NaturaSì al Vomero offre la consulenza di un naturopata presente tre volte a settimana. Berges«Impariamo dall’alimentazione a prenderci cura del nostro corpo» 

Il nostro corpo ha una capacità innata di guarigione ed esistono in natura dei metodi che possono aiutarci a stare bene. Curare i sani per rimanere sani è la sfida che la naturopatia si propone di vincere tramite un approccio psico-fisico che non vuole essere alternativo alla medicina allopatica ma integrativo. 

Il nostro fisico funziona come una macchina e intervenire sul piano preventivo per evitare che qualche ingranaggio vada storto è il primo step della naturopatia. Il dolore, infatti, secondo i principi di questa medicina alternativa, non è altro che un campanello d’allarme che ci segnala che un ingranaggio si è bloccato. E così a differenza di un approccio aggressivo che miri a bloccarne l’effetto e non la causa, la naturopatia si propone di stimolare la capacità innata di guarigione, ripristinando l’equilibrio d’origine del corpo umano attraverso l’uso di tecniche e rimedi di diversa natura. 

«La naturopatia è un approccio poco ufficiale nel senso che non è guidato da un metodo scientifico ma dalla passione e dal ricordo che uno ha dei vecchi rimedi della nonna che per anni ci hanno accompagnato, basati sull’uso di piante officinali. Cerca, quindi, di recuperare una conoscenza sistematica e razionale di una salute naturale che sia essa fisica e anche psicologica». Così il dottor Giulio Berges spiega il senso della nuova disciplina. «C’è molta confusione in merito e poca informazione». Di qui la sua presenza tre volte a settimana all’interno del supermercato NaturaSì, al Vomero. «In questo modo aiutiamo il grande pubblico a informarsi in maniera corretta e conoscere le caratteristiche di un prodotto prima di acquistarlo». 

Le pratiche naturopatiche vanno dal consulto individuale in cui si approfondiscono aspetti particolari del paziente fino all’utilizzo delle piante officinali. 

In natura, infatti,  esistono piante che possono aiutarci sul piano psico-fisico, non è un caso che moltissime case farmaceutiche utilizzano i modelli molecolari di alcune piante per riprodurre in modo artificiale il farmaco di sintesi. 

Un esempio sono i fiori di Bach, utili nel supportare il processo di guarigione grazie all’energia derivante dai fiori.

Se c’è una cosa che può costantemente bloccarci dall’ottenere quello che si vuole nella vita è l’incertezza. Non sapere cosa succederà, terrorizza. Tutti noi vogliamo sapere se le cose succederanno, come accadranno e quando. Siamo affezionati all’idea di poter predire con esattezza come le cose si evolveranno in ogni aspetto, come se cercassimo una verità assoluta, in un certo senso.   

Se per alcune persone un evento sociale può esser sufficiente ad innescare la paura dell’incertezza, per altri cercare di ottenere il lavoro dei sogni, intraprendere un nuovo sport, mostrarsi vulnerabili in una relazione, interagire con persone sconosciute, potrebbero essere fattori di spavento.  

In fondo, se andiamo a smascherare le nostre più grandi paure, non è insolito, sotto molti strati, trovare un nucleo di incertezza. Quello che non conosciamo è connotato automaticamente dentro di noi come un pericolo, piuttosto che come una novità. Secondo P. Levine, medico e psicologo tra i maggiori esperti mondiali nel trattamento dei traumi, quello che evitiamo viene registrato dal nostro sistema nervoso come una minaccia. A prescindere da cosa stiamo evitando, il nostro cervello innesca una reazione difensiva di attacco-fuga, che si attiva anche se semplicemente immaginiamo la situazione.   

Così, per avere l’illusione di poter avere un controllo, di rendere le cose sicure, certe; ci adattiamo ad abitudini frustranti, perché familiari, ci adattiamo al dolore. Nell’illusione di non soffrire, siamo disponibili a trascorrere buona parte della vita cercando, disperatamente, di controllare ciò che in realtà è fuori dal nostro controllo. La realtà è che la vita è incerta. Ci sono un sacco di cose su cui abbiamo una certa dose di influenza all’interno delle nostre vite, ma ci saranno sempre altre cose su cui non avremo il minimo controllo.   

Se guardiamo bene, non è l’incertezza il problema. È il nostro modo di relazionarci che cambia le cose, la nostra resistenza al concetto di non sapere che ci causa sofferenza. La salute psicologica  richiede di riconoscere e accogliere l’incertezza della vita, l’impermanenza delle cose.  Si rischia di fallire o di essere rifiutati; ma senza rischi non possiamo crescere. Si resta con la sofferenza, che è familiare (ed in un certo senso comoda), come cantano gli Afterhours : «Ma tu hai imparato ad amare il tuo dolore, senza comprendere che se aspettiamo di essere pronti per un nuovo lavoro, una nuova relazione, un trasferimento, probabilmente aspetteremo per tutta la vita».    

PAOLA DEI MEDICI Psicologa e psicoterapeuta, docente presso l’IACP (Istituto dell’Approccio Centrato sulla Persona), sede di Napoli. Si occupa di consulenze psicologiche, psicoterapie individuali, per la coppia e la famiglia. «Quando mi chiedono che cosa faccia nel mio lavoro, talvolta dico che mi occupo di prendere in mano, insieme con la persona, i pezzi della coperta della sua vita per provare a ricucirli in modo che possa essere più comoda. Il mio lavoro mi dà la possibilità di sperimentare sulla mia pelle, attraverso i cambiamenti dei miei clienti, come la relazione possa avere un potere enorme: quello di permetterci di rimboccare la strada quando sembra smarrita».
Per contatti: 347 8708937; Ricevo a Napoli in Via Bellini n°49, e ad Avellino, Via Piave n°210 A.