Pompei teatro a cielo aperto

A inaugurare la seconda edizione di Pompei Theatrum Mundi è Salomè di Oscar Wilde con la regia di Luca De Fusco, direttore del Teatro Stabile di Napoli e ideatore della rassegna teatrale. 

Di Ludovica Criscietiello

Anche quest’anno la rassegna Pompei Theatrum Mundi ha riportato in scena, dal 21 giugno al 21 luglio, opere di drammaturgia antica nel cuore più bello dell’archeologia mondiale, ovvero a Pompei. In occasione della seconda edizione della manifestazione, nata dalla collaborazione tra il Teatro Stabile di Napoli e il Parco Archeologico di Pompei, protagonista del palcoscenico del Teatro Grande costruito nel II sec a.C. un nuovo ciclo di testi classici con quattro grandi opere, tre delle quali in prima assoluta. Oedipus di Robert Wilson, Non solo Medea dei coreografi Emio Greco e Pieter C. Scholten, Salomè di Luca De Fusco, e poi in ultimo da Siracusa Eracle secondo Emma Dante. Un progetto, come ha voluto ricordare anche Luca De Fusco, regista teatrale, direttore del Teatro Stabile di Napoli, e ideatore di Pompei Theatrum Mundi, che fa parte di un programma più ampio e ha come obiettivo quello di rilanciare uno dei gioielli del nostro patrimonio archeologico   

Questa è la seconda edizione di Pompei Theatrum MundiUna rassegna che ormai è stata apprezzata dal pubblico. 

E mi auguro che riscontri sempre più il favore del pubblico. Io e Massimo Osanna, Soprintendente speciale per i beni archeologici di Pompei, abbiamo stabilito un accordo quadriennale e speriamo che alla fine di questo periodo il bilancio sia talmente lusinghiero che si possa proseguire. L’importante è che ci sia sempre collaborazione tra le varie istituzioni quando si organizzano questi progetti.  

Quest’anno a inaugurare la rassegna c’è stata la Salomé di Oscar Wilde. Come mai questa scelta? 

Premetto che nella scorsa edizione le prime assolute erano due, quest’anno le abbiamo aumentate a tre. Oltre a Oedipus e a Non solo Medea, ho scelto Salomè perché questo capolavoro di Wilde viene rappresentato pochissimo. E questo è dovuto sicuramente al fatto che non è facile metterlo in scena perché è un testo molto ambiguo e sfuggente, metà tragedia e metà commedia, difficile da definire. Inoltre poiché si tratta di un’opera di ambientazione romana, è assolutamente in linea con l’atmosfera degli scavi.  

Lei si è sempre dedicato alla prosa classica e al teatro settecentesco. Ha mai pensato di cimentarsi in quello contemporaneo? 

L’ho fatto in passato ma ho sempre pensato che contenitore e contenuto debbano intonarsi tra di loro e quando si sceglie un’opera da rappresentare bisogna tener conto dell’ambientazione. Al Festival delle Ville Vesuviane, il primo della mia carriera, decisi di selezionare pièces ambientate nel ‘700 perché erano in linea con il contesto vesuviano. Con Pompei Theatrum Mundi ho fatto lo stesso ragionamento. Se penso a un’opera come il Commesso viaggiatore, ad esempio, non la metterei in scena al Teatro Grande perché le due cose striderebbero tra di loro.   

La riapertura del Teatro Grande nel 2014 ha segnato il rilancio del Parco archeologico di Pompei. Cosa bisogna fare per non ripetere gli stessi errori del passato?  

Ho la sensazione che con Osanna sia iniziata una nuova era, più illuminata e di grande respiro internazionale, in cui è possibile collaborare senza gelosie o invidie. Spesso ho notato che in questo campo si tende a non interagire, a coltivare solo il proprio orticello. Invece con lui succede il contrario. Io credo che nel campo culturale, oggi più che mai, bisogna fare sistema per fare progressi significativi.   

Di valorizzazione lei ne sa qualcosa. Sotto la sua direzione il Teatro Stabile di Napoli è stato promosso a teatro nazionale.  

Una delle tante eccellenze che Napoli ha è questo teatro. Quindi una delle prime cose che abbiamo fatto è stata quella di convincere i soci e la gente che questa battaglia per il teatro nazionale doveva diventare una battaglia per tutta la città. Per ambire a giocare in questa super serie A – passatemi il paragone calcistico – dovevamo crescere molto in termini di fatturato e di pubblico, perciò abbiamo fatto tutto quello che serviva per riuscirci. 

Lei è stato anche direttore artistico del Napoli Teatro Festival dal 2011 al 2015. Cosa pensa delle edizioni degli ultimi due anni?  

Penso che il direttore Ruggero Cappuccio stia proseguendo con entusiasmo. All’epoca delle mie dimissioni ho riscontrato una difficile convivenza con la struttura statutaria che aveva trasformato la figura di direttore artistico in una sorta di consulente che doveva sottostare al Presidente, circostanza che non avviene in nessun teatro al mondo. Oggi ho potuto costatare che la Regione ha invece cercato di risolvere il problema, cambiando lo Statuto e mi è sembrata un’ottima cosa per la manifestazione.