Il teatro di Daniele Russo, tra ricordi d’infanzia e sfide culturali

Figlio d’arte, attore poliedrico e direttore artistico del Teatro Bellini. «Vi racconto il mio sogno di una Casa delle Arti». E tra i prossimi progetti, torna sul palco con uno spettacolo diretto da Alessandro Gassman

Il teatro di Daniele Russo, tra ricordi d’infanzia e sfide culturali
a cura di Giulia Savignano 

L’infanzia trascorsa calpestando ogni centimetro del Bellini, il teatro diventato seconda casa da quando il padre Tato Russo lo rilevò nel 1987 salvandolo da sicura distruzione per riportarlo all’antico splendore. Le corse notturne in taxi all’età di sette anni per raggiungere i genitori in quel luogo magico, affidando puntualmente al portiere il compito di assolvere al pagamento. E ancora, il tempo trascorso a contatto con gli attori che calcavano le tavole del Bellini e i siparietti improvvisati di imitazioni regalati al pubblico di amici e familiari. 

Con queste premesse era difficile che Daniele Russo non si innamorasse del mondo del teatro, servendolo nella duplice veste di attore e, da ormai otto anni, di direttore (insieme al fratello Gabriele e alla sorella Roberta) di quella magica sala che ha visto rinascere grazie al padre.  

Daniele, figlio d’arte da entrambi i genitori, come è nata la passione per il teatro? 

Il teatro è un luogo magico. Come puoi rinnegarlo se da bambino ci sei nato e cresciuto dentro? È stato un passaggio più che naturale. È una sorta di transfert che sto vivendo anche con i miei figli, che rimangono affascinati ogni volta che vengono qui.  

Cosa significa dirigere un teatro oggi, in un Paese che zoppica in quanto a tutela del suo patrimonio, e soprattutto in una città come Napoli, intrisa di cultura ma al tempo stessa città ricca di criticità? 

Da un lato è meraviglioso ma dall’altro è una battaglia continua che ti impone di restare sempre in difesa, che poi, però, diventa attacco. Il sogno di trasformare il Bellini nella Casa delle Arti si è scontrato più volte con il modus operandi di una classe dirigente obsoleta, che non intercettava la crisi e le esigenze contingenti di un mondo, quello del teatro, in continuo movimento. Fortunatamente, la nostra passione, la conoscenza di quelle esigenze e il ritorno potente da parte del pubblico hanno giocato a nostro favore. Oggi siamo qui, ma sempre con le antenne dritte.  

La vostra gestione del Bellini si caratterizza per una forte innovazioneQuesta scelta di fare del teatro un luogo di scambio culturale si sta rivelando vincente?  

Come si può pensare che una volta finito lo spettacolo la funzione del teatro debba esaurirsi lì? Il teatro è un contenitore di cultura a 360 gradi. Deve restituire emozioni e diventare un centro di accoglienza per assetati di cultura. E noi dobbiamo dare al pubblico tutti i mezzi per abbeverarsi a questa fonte e per innamorarsi di ogni forma d’arte.  

Bellini è sperimentazione: arte, danza, musica, lezioni di storia. Eventi che animano ogni angolo del teatro, dal Piccolo Bellini allo store Laterzagorà, passando per il bar Sottopalco. Educare il pubblico significa renderlo spettatore attivo, che sceglie consapevolmente e si mette in gioco. E a quanto pare, ci stiamo riuscendo.  

Passiamo al Daniele attore. Qual è il tuo approccio ai personaggi – quasi tutti borderline, come Lia in Dingità Autonome di ProstituzioneRandle in Qualcuno volò sul nido del cuculo – che interpreti? 

Il complimento più grande che possono farmi è quello di non riconoscermi nelle vesti di un personaggio. Io credo profondamente nella trasfigurazione sul palco, nel trasformarsi in altro. A me interessa essere sempre diverso e fuori parte. Non amo i personaggi troppo vicini a me, perché sono più scoperto e vulnerabile in scena. E infatti il personaggio cui sono più legato è Alex di Arancia Meccanicadistante da me fisicamente, vocalmente, anagraficamente e nelle azioni. 

La crescita dell’attore sta nella ricerca di qualcosa che non ti appartiene. Non a caso nell’eterno conflitto cinematografico tra gli amanti di Mastroianni e quelli di Volontè, io scelgo il secondo. Un attore sconvolgente, con un senso dell’epica e del racconto che ha lavorato scornandosi con ogni personaggio.   

Ti sei misurato anche al cinema e nelle serie tv, ma qual è la forma d’arte in cui ti senti più a tuo agio e perché? 

Nel teatro mi sento a casa. Nelle esperienze che ho avuto al cinema e in tv mi sono sentito sereno, ma non ho vissuto quella tensione e quella crisi fondamentale per l’attore. Questo perché manca la costruzione del personaggio e il momento delle prove con i colleghi. Sul set devi aderire a un’idea precostituita, scandita da tempi precisi. E questo mi toglie magia.  

Nuovi progetti per i prossimi mesi? 

A luglio nell’ambito del Napoli Teatro Festival porterò in scena Emigranti di Mrozek, testo riscritto da Michele Santeramo con la regia di Peppino Mazzotta. A settembre, invece, Alessandro Gassman tornerà a dirigermi in un nuovo spettacolo. Questa volta ci toccherà misurarci con Fronte del porto, storico film interpretato da Marlon Brando, ambientato però nel porto di Napoli tra gli anni ’60 e ’70. Come era già avvenuto con Qualcuno volò sul nido del cuculo, Alessandro ha la capacità di raccontare belle storie e di coinvolgere il pubblico attraverso l’espediente dell’avvicinamento territoriale.