Vincenzo Salemme, un artista esagerato!

Uomo di teatro con incursioni sempre più frequenti sui set cinematografici. Approda sul grande schermo ‘Una festa esagerata’ la pièce teatrale da lui diretta e interpretata.

Di Giulia Savignano

Volto rassicurante della comicità partenopea, sorriso affettuoso e modi garbati sia nella vita privata che sul palco. Vincenzo Salemme, drammaturgo, attore e regista teatrale e cinematografico, è uno degli eredi più rappresentativi di quella tradizione della commedia napoletana che ha conosciuto il suo splendore con il teatro dei De Filippo.  

Originario di Bacoli, dove nacque 60 anni fa, l’artista ha di recente allietato il pubblico con il suo ultimo lavoro cinematografico Una festa esagerata, adattamento della commedia teatrale omonima che lo ha visto nella triplice veste di autore, regista e attore in giro per i teatri italiani. 

 

Salemme, che cosa succede in questa ‘festa esagerata’? 

Una festa esagerata è una commedia degli equivoci che gira attorno ai preparativi per la festa dei 18 anni della figlia di Gennaro, il personaggio che interpreto. La morte improvvisa del loro vicino di casa metterà a rischio il grande evento e rivelerà tutto il cinismo dei personaggi che circondano questo padre, a partire dalla propria famiglia, rimarcandone la distanza. Gennaro, infatti, è un uomo onesto che non si rassegna all’ipocrisia dilagante, con un filo di ingenuità che ricorda molto il personaggio di Luca Cupiello della celebre commedia di Eduardo (Natale in casa Cupiello, ndr), pur constatando con amarezza la scomparsa di certi valori e tradizioni. 

 

Ci sono delle differenze nella trasposizione cinematografica rispetto allo spettacolo teatrale? 

La differenza principale sta nella scelta del cast. Ho voluto un cambio per non correre il rischio di farla apparire come una ripetizione e per trasmettere freschezza e nuova linfa alle battute. Quell’effetto ‘memoria’ che caratterizza il teatro viene scalzato nel cinema dalla ‘sensazione’. Si pensa che il cinema sia dei registi, ma è un errore. Il grande cinema è quello dei grandi attori, a cui il pubblico è portato a credere in maniera naturale. E per questo motivo, soprattutto quando vesto i panni di regista cinematografico, ho bisogno di circondarmi di attori bravi che mi aiutino a tenere una misura più adatta al grande schermo.  

Anche il finale è leggermente diverso rispetto alla commedia portata in teatro. Qui, il mio personaggio su una sedia a rotelle si trova a parlare con il dirimpettaio, che non si vede. Un omaggio, anche questo, al teatro di Eduardo (Questi fantasmi, ndr). Il cinema non può permettersi questa licenza, non può servirsi di un personaggio finto. Ecco perché penso che il cinema è l’arte del realismo, mentre il teatro è l’arte dell’artificio. 

 

Lei ha sperimentato con grande successo sia il cinema che il teatro, nella duplice veste di regista e attore. Ma in quale forma artistica si sente più a suo agio? 

Beh, io nasco uomo di teatro. È come se fosse una specie di attitudine alla vita. Io frequento la vita da teatrante. E quindi anche al cinema mi approccio come se fossi teatrante, con quella stessa anima e con quello stesso spirito. In fondo, cambia solo la tecnica, ma la sostanza resta la stessa. In ogni caso, mi è capitato spesso che la scrittura teatrale traesse giovamento dall’adattamento sul grande schermo. Credo che la giusta miscela tra tutte le forme artistiche che riguardano lo spettacolo sia una ricetta vincente. 

 

Ha detto che il cinema è sensazione. Che cosa vuole dire? 

Sottolineo che il ‘grande’ cinema è sensazione. Almeno era così fino agli anni ’60, quando il cinema faceva sognare e conduceva naturalmente il pubblico a immedesimarsi con gli attori, la cui bravura si misurava nella capacità di trasmettere la realtà attraverso la semplicità. Dagli anni ’70 in poi, invece, questa emozione ha assunto un’accezione dispregiativa, finendo per essere confusa con il concetto di ‘banalità’. Per cui gli attori erano tanto più bravi quanto più erano complessi e cervellotici. Io credo, invece, che dietro le cose semplici, se c’è umanità e cultura, si nasconde la verità. E lo spettatore ringrazia. 

 

Cosa pensa di questo fermento culturale che sta vivendo Napoli dal punto di vista artistico? 

Napoli è da sempre una città vivace dal punto di vista culturale. Ha attraversato momenti difficili a livello economico e sociale, ma ha sempre espresso eccellenze artistiche, soprattutto nell’arte della recitazione. L’importante, però, è che gli artisti non si adagino mai sullo stereotipo che vuole il napoletano naturalmente portato ad essere attore. Bisogna sempre sforzarsi di trovare una strada originale, la propria. 

 

Prossimi impegni in calendario? 

Sicuramente una nuova stagione teatrale ma…. vivo il presente. Alla mia età diventa pericoloso progettare!