Roxy in the box: «Non non una street artist»

L'arte pubblica e il rapporto con la città, i prossimi progetti. Rosaria Bosso, l’artista performativa napoletana, ci racconta la sua ricerca nei bassi partenopei. E promette: «Presto un docu-film».

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Di  Valeria Sannino

Carismatica e pop. Sincera e incontenibile. Abbiamo incontrato Rosaria Bosso, al secolo Roxy in the Box, nella sua casa studio al centro di Napoli. Ci ha parlato di progetti, di sperimentazioni e della sua arte che fugge da ogni etichetta.

Cosa risponde a chi la definisce street artist?

No. Io non sono una street artist.  Due anni fa ho avuto la necessità di sperimentare in prima persona cosa significasse, attraverso un’azione d’arte, relazionandomi con un pubblico che non era solito frequentare gli ambienti dell’arte contemporanea quali i musei e le gallerie. Avevo bisogno di capire cosa poteva succedere sia a loro che a me e l’ho fatto senza prima parlarne con nessuno perché doveva essere una sperimentazione.  Cominciai a posizionare icone di personaggi noti sedute fuori ai bassi napoletani e le signore si ritrovarono accanto a Marina Abramović, a Rita Levi Montalcini, a Andy Warhol, ad Annamaria Ortese, a Jean-Michel Basquiat, a Frida Kahlo, a Pier Paolo Pasolini e a tanti altri.

Qual è stata la loro reazione? 

Le icone non rappresentavano personaggi napoletani perché volevo che loro, non riconoscendoli, si informassero e fossero mossi dalla curiosità rispetto alle vite di questi personaggi. La maggior parte delle persone che incontravo le identificava con chi aveva realmente conosciuto. E d’improvviso Marina Abramović  finiva per somigliare alla proprietaria del basso da giovane. Una sequela di associazioni  inventate e storie meravigliose, uno scambio immediato.

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Quest’azione artistica proseguirà anche in un progetto futuro?

Sì. Il progetto lungo quattro anni diventerà un docu-film. In questo documentario racconterò tutto quello che mi sta accadendo e che sto provando grazie ai miei interventi artistici non solo tra la gente ma anche con il teatro, la musica, il cinema. Vedremo in seguito cosa succederà.

Questo significa per lei fare un’arte “accessibile a tutti”?

Io sono di stampo pop e di conseguenza ho bisogno della grande diffusione, per me è una necessità. L’arte pop intesa come popolare dovrebbe essere accessibile al grande pubblico. Sempre.

E la street art oggi come si sta evolvendo?

Oggi la street art sta diventando decorazione a cielo aperto, ci si sta allontanando da quello che era il concetto anche politico di arte di strada. Oggi vediamo palazzi giganti decorati da dipinti dilatati molto belli, ma sono dei murales. La mia non è una critica ma un’osservazione del fatto che le cose stanno cambiando e che prima il clima era più politico mentre oggi si è più attenti alla bellezza.

Quindi è moda?

Non mi piace parlare di moda né di trendismo. La definirei una necessità .

C’è un posto dove Roxy sogna di arrivare con la sua arte ?

Sogno di arrivare a più persone possibili e quindi di arrivare alla popolarità. Ogni giorno nella mia casa- studio incontro molta gente e quindi il mio atelier è un via vai continuo. Ciò sta accadendo grazie anche ai poster e ai dipinti su carta che vendo a prezzi molto contenuti, in questo modo riesco a spiegare la parte concettuale del mio progetto a chi non sa che dietro un’opera c’è una ricerca.

Per il futuro, ha dei progetti nel cassetto?

Ce ne sono tanti. Il prossimo mi vedrà impegnata presso l’Università di Fisciano che mi ha chiesto un’opera pubblica outdoor che parli della violenza contro le donne. Anche lì non farò solo un lavoro di estetica ma  vivrò nel campus con i ragazzi, cercando di relazionarmi il più possibile con loro, facendo in modo che l’opera possa continuare anche dopo la mia installazione.

È soddisfatta nel poter esprimere la sua arte a Napoli? 

Ho vissuto per circa sette anni a Bologna, sono stata per un anno in Inghilterra, ma sono andata via perché volevo fare esperienza non perché vivevo un odio verso la città. Napoli non l’ho mai odiata.  Napoli è un’anima vecchia che non puoi non amare. Io non ho difficoltà a stare qua nonostante i problemi che questa città a volte crea anche perché rappresentano i motivi per i quali restare. Noi artisti possiamo vivere ovunque, la città non ti crea un limite perché l’arte cammina. Il luogo dove vivere è un luogo che fa bene all’artista. È l’arte che deve portarmi in giro, non sono io che devo portare in giro l’arte. Quindi io sto qua e quando capita…vado.