Intervista a Mogol: «Vi racconto la mia più grande avventura»

L’autore dei più grandi testi di musica popolare incontra gli studenti alla Federico II di Napoli, nell’ambito delle attività di StartUp Music Lab coordinate dal prof Lello Savonardo

mogol

Di Adriana Schiavo

Da bambino era “ossessionato dalla vita” e così ha iniziato a raccontarla nei testi delle canzoni. Autore, perché «I parolieri – dice – sono quelli della settimana enigmistica», che ha raccontato i cambiamenti e le trasformazioni sociali attraverso le canzoni, che attraverso la musica popolare ha accompagnato quotidianità di tante generazioni, Giulio Rapetti Mogol, tiene un seminario all’Università Federico II di Napoli discutendo su linguaggi della creatività con Red Ronnie, conduttore televisivo e critico musicale italiano e Lello Savonardo, docente di Comunicazione e culture giovanili dell’Università Federico II,  nell’ambito dell’incontro promosso dall’Osservatorio Territoriale Giovani del Dipartimento di Scienze Sociali dell’Ateneo federiciano, in collaborazione con Optima Italia, nell’ambito delle attività di StartUp Music Lab.  

«Facciamo un applauso a Battisti perché oggi è qui con noi», Mogol coinvolge il pubblico mentre in sottofondo i Giardini di marzo si diffonde in una gremita Chiesa dei Santi Marcellino e Festo, tra le più suggestive sedi dell’Ateneo Federico II. Il carretto dei gelati prende forma nelle parole dell’autore che racconta: «Passava il carretto dei gelati e allora tutti i bambini andavano a chiedere 10 lire e io partì, perché a casa mia, il 21, non c’erano più i soldi per i gelati».

E a chi gli chiede sull’importanza della formazione, risponde: «Tutto si insegna, specialmente l’arte. Leonardo da Vinci che ha fatto la Monnalisa, è andato a bottega dal Verrocchio».

Si ferma qualche minuto con noi, prima di iniziare la lezione, attento a non far aspettare i giovani in sala.

Maestro, che ruolo occupa oggi la cultura popolare?

La cultura popolare è sempre stata la fonte della cultura dell’élite, anche quando certe accademie hanno cercato di plasmare e far nascere nei loro torrioni. Hanno fatto la cultura dodecafonica, la musica dodecafonica, e l’hanno fatta passare per musica dell’élite. Oggi nessuno più esegue la musica dodecafonica, quindi se non arriva dalla cultura popolare non può essere cultura dell’élite. È successo con Mozart. Non può essere inventata la cultura dell’élite nelle accademie, deve passare attraverso il filtro di milioni di famiglie, di generazioni…

 

Su cosa si soffermerà parlando agli studenti?

Una volta si cantava, oggi dopo Dylan, si racconta, si parla e io spiegherò quanto è importante interpretare i testi con grande semplicità, perché le parole che vengono dette, quando sono cantate con voce alta, perdono forza, diventano più suggestive quando si raccontano cantate con grande semplicità, quasi parlando. Il pop cammina, si avvicina alla vita.

Qual è il riconoscimento più importante per un poeta?

È il sommo riconoscimento, è nel tempo. Cantare una canzone al festival di Sanremo è una cosa, cantarla dopo trent’anni è un’altra. Nel tempo, è lì che si vede l’importanza. Secondo me, poeta è colui che dopo cinquant’anni anni dalla morte viene ancora citato.

Quanto è importante per lei parlare ai giovani di oggi?

Lo faccio sempre, io ho una scuola che funziona, adesso stiamo formando i formatori del conservatorio. Il ministro Franceschini ha finanziato questa operazione fondamentale.

Perché riportare alla luce il Festival di Napoli?

Non c’è dubbio che il livello della cultura popolare sia in recessione e bisogna rilanciarla e forse Napoli è la città giusta per farlo.

Cosa cambierà in questo Festival?

Sicuramente non conterà la notorietà quanto la qualità. Non andiamo alla ricerca di ascolti, vogliamo lanciare una cultura popolare di grande qualità, quindi se uno sconosciuto ha scritto una bella canzone più bella di uno conosciuto, sarà lui che parteciperà.

Non sarà un’avventura cantava Battisti. Qual è stata la sua, di avventura, nella vita e come continuerà?

Non posso raccontarla in un minuto e mezzo, tenendo presente che io ho compiuto già ottanta anni! Quello che posso dire è che continuerò a scrivere con cuore sincero, senza cercare grandi effetti ma restando più aderente alla vita in modo obiettivo.