Antonio Ligabue, arte e follia in mostra

di Vittoria Marzio

L’esposizione, promossa dal Comune di Napoli  con la collaborazione della Fondazione Museo Antonio Ligabue di Gualtieri, è curata dal professor Sandro Parmiggiani, già direttore di Palazzo Magnani e direttore della Fondazione Museo Antonio Ligabue di Gualtieri e da Sergio Negri, presidente del comitato scientifico della medesima Fondazione, con l’organizzazione generale di C.O.R. Creare Organizzare Realizzare.
La mostra allestita al Maschio Angioino fino al 28 gennaio propone, attraverso 80 opere, di cui 52 oli, sette sculture in bronzo, una sezione dedicata alla produzione grafica, una sezione introduttiva sulla sua vicenda umana.
Artista outsider, pittore naïf, genio tormentato. O semplicemente “El matt”. Così lo chiamavano a Gualtieri, paese d’origine del padre adottivo. Antonio Ligabue, per la gente, era semplicemente “il matto”.

Un carattere difficile e l’insorgere di un chiaro disagio psicologico furono il suo marchio fin da ragazzino, mentre  povertà e ignoranza fecero il resto. Il primo ingresso in manicomio nel 1917, dopo una grave crisi di nervi, da allora fu tutto un susseguirsi di ricoveri, fughe, autolesionismi, tentativi di recupero.
Dopo essere stato espulso dalla Svizzera si trasferisce a Gualtieri dove destò l’interesse di altri artisti e mercanti.

Con lo slancio genuino dell’infanzia e un singolare pathos espressionista, con quella sua capacità di intercettare le forze segrete della natura e di farne allucinata narrazione, Ligabue dipinse paesaggi feroci ed incantati, flore e faune straziate da cromie accese, autoritratti e scene di fiaba.

Centinaia di storie diurne, scavate nella notte di un’esistenza costellata di solitudini. Sempre sul limite tra la forma esatta, illustrativa, e una specie di orrore latente d’esasperazione. Tanto erano brillanti le sue tele, tanto era mesta la sua condizione di ramingo ai margini dell’esistenza.
Eccola, la follia di Antonio Ligabue, nella fragilità che lo esponeva all’emarginazione.
Pittura della nudità che inchioda all’evidenza delle cose. Quella della realtà, capovolta nella follia. E viceversa..

Ed eccola, la sua arte: storie di piante, animali, contadini; storie di un mondo semplice e rurale; intriso di una bellezza antica. Tigri feroci che assalgono serpenti, la violenza espressa ma con sapiente mano precisa di chi conosce il colore e ne fa capolavoro.

Nel 1962 Raffaele Andreassi ci restituisce, in un documentario, una testimonianza preziosa: dipingere è anche compiere uno rituale magico, prima di esporsi all’incantesimo della visione, come uno shamano prima dell’atto magico, in cui i versi degli animali prendono il posto delle parole.

E proprio come uno shamano Ligabue è capace di trasportare i suoi demoni sulla tela, creando opere potenti, dall’immediato impatto visivo. Spesso sono animali nell’attimo primo di lanciarsi sulla preda, altre volte si tratta di autoritratti sempre accompagnati dalla presenza di un insetto nero, mosche o farfalle. E sempre nella stessa posizione con lo stesso intenso sguardo.

Ligabue davvero affascina molto sia perché è l’esempio della sua esistenza è pari a quei miracoli della vita in cui la dote artistica esplode in tele e sculture, magnifiche opere d’arte, ma mai cosciente del suo immenso dono divino perché ciò che esprime la mente è un viaggio spesso sconosciuto anche a se stessi.