Giovanni Block: «Vi racconto con le note la mia Napoli di mezzo»

L’ultimo album del giovane Premio Tenco, S.P.O.T., è interamente in napoletano, un omaggio alla città più autentica. «Sperimentare sempre e contaminare le diverse arti: è questa la bellezza».

giovanni block

di Francesca Saccenti

È malinconico e lunatico anche se preferisce definirsi “borderline”. Giovanni Block “pesaturo” per definizione ed artista di fatto ha dato vita negli anni ad un percorso musicale lontano dagli schemi delle lobby discografiche. In una epoca in cui i cantautori si stanno estinguendo, il “canta-compositore”, termine da lui coniato, racconta una Napoli di mezzo, una Napoli grigia dove predomina la normalità. Dal teatro al cinema, dal flauto alla chitarra, ha collezionato numerosi successi: nel 2007 ha ricevuto il prestigioso premio Tenco come miglior autore emergente, mentre nel 2009 ha vinto il primo premio del Festival Musicultura. Ha realizzato due album, il primo nato dalla collaborazione con Sergio Cammariere e Fabrizio Bosso, fino al celebre spettacolo Dignità autonome di prostituzione con la sua canzone All’Epoca del presidente, in un crescendo di contaminazioni artistiche.

Cantautore, compositore e flautista cosa si sente di più? 

Sto cercando di far approvare dall’Accademia della Crusca il termine “canta-compositore”. La parola cantautore è diventata troppo obsoleta, non possono convivere nella stessa famiglia Lucio Dalla, Fabrizio De Andrè ed Eros Ramazzotti. E poi chi produce, compone, arrangia, suona e canta ha bisogno di un termine che racchiuda questi elementi.

Come nasce la passione per la musica?

Il mio rapporto con la musica nasce da quando ero bambino. Mia madre è una pianista, quindi il pianoforte è stato lo strumento al quale mi sono avvicinato sin da piccolo. Poi ho iniziato a studiare il flauto traverso dall’età di dieci anni, fino a diplomarmi al Conservatorio di San Pietro a Majella di Napoli.

Le piace spaziare dal teatro, al cinema e alla musica. Quanto è importante la contaminazione nel suo percorso artistico?

Viviamo in un periodo storico orrendo. Gli artisti sono senza anima, sono “incollati” e intrappolati dentro il proprio personaggio. Si sono venduti al sistema. Il cantante deve essere coraggioso, deve esplorare, deve riuscire a sperimentare. Per questo ho sempre cercato di spaziare dal cinema al teatro, perché mi piace varcare dei limiti. Non so dove posso arrivare, ma questa è la bellezza.

Un attacco ai talent che stanno uniformando il mercato discografico italiano?

Trovo assurdo che i cantanti possano essere standardizzati. In televisione, nei talent di successo i giudici ti chiedono: voglio la voce più sabbiata. Oppure costringono artisti che hanno una personalità, a fare cose che nella vita reale non farebbero mai. Prima o poi questa personalità fasulla si confronterà con il mercato che a poco a poco li macinerà.

Non parteciperebbe?

No, mi hanno chiesto spesso di farlo. Mi sono sempre rifiutato.

Nel 2016 si avvicina per la prima volta al napoletano con l’album S.P.O.T (Senza perdere ‘o tiempo). Come mai questo cambio di rotta?

L’idea di realizzare un album in napoletano è nata dal desiderio di mettermi in gioco. Ho raccontato la parte grigia e cupa di Napoli. Quella di una Napoli normale che soffre. Spesso la mia città è legata solo all’idea del folclore, ai suoi eccessi: o sei un “chiattillo” o sei uno scugnizzo, non esiste altro per la gente. Io ho raccontato una Napoli di mezzo.

Rifarebbe un album in napoletano?

Non so se lo rifarei, ma in ogni caso non ho rimpianti. Salverei tutte le canzoni che ho scritto, in S.P.O.T ero consapevole di ogni singola nota.

A proposito di rimpianti cosa invece rinnega dei suoi lavori?

Rinnego alcuni pezzi del primo album del 2011, Un posto Ideale. Brani ironici come il Paese del Vinello Lo sguardo, non li rifarei più.

Progetti per il futuro?

A marzo sarò al teatro Bellini di Napoli insieme ad alcuni amici con il concerto Solo ma non troppo e continuerò come prof all’Accademia teatrale del Bellini, ho dei splendidi ragazzi ai quali insegno drammaturgia. E poi l’obiettivo principale è sempre lo stesso: continuare a vivere di musica, mantenendo una etica professionale. Senza svendermi, lo so che è una impresa eroica. C’è una scena del film Frankenstein Junior di Mel Brooks, in cui il professore Frederick Frankenstein urla: «Si può fareee!»