Harmont & Blaine, il bassotto alla conquista del mondo

Il presidente Menniti: «Il prossimo step dell'azienda sarà la quotazione in borsa»

Harmont & Blaine

di Francesco Monaco

«La storia di Harmont & Blaine è una di quelle storie  strane, tanto che sembrano false, ma, per fortuna, sono vere». Nulla meglio delle parole di Domenico Menniti (fondatore con i fratelli Enzo Menniti, Paolo e Massimo Montefusco, oggi Presidente del gruppo) potrebbe spiegare meglio cosa rappresenta oggi una società come H&B. E come abbia fatto ad arrivare dov’è nel campo dell’abbigliamento. Glielo leggi negli occhi pieni di entusiasmo, nella sede dell’azienda a Caivano, in periferia di Napoli, circondato dai suoi bassotti, simboli ormai riconosciuti nel mondo, a cui è dedicata persino un’intera stanza. Lo percepisci dalla voce sicura, ma mai presuntuosa. E forse il segreto è tutto lì, come lui stesso ha modo di dire: «Non ci sentiamo l’ombelico del mondo». E sì che ne avrebbero pure modo di pensarlo, dopo aver chiuso l’anno con un immesso complessivo sul mercato di oltre 100 milioni di euro a marchio Harmont & Blaine, 600 dipendenti fra Italia e le tre società per la diffusione in Francia, Spagna e Svizzera e la presenza già in circa 50 Paesi del mondo, dalla Russia agli Emirati, dal Messico al Sud Africa. Numeri importanti che vogliono essere sempre un ulteriore punto di partenza. Perché guai a fermarsi. A credere di essere arrivati.

Ma come nasce Harmont & Blaine?

La nostra è un’azienda che nasce nel 1986 per la produzione dei guanti in pelle, ma che si imbatte quasi subito in una crisi del settore. Dopo aver sperimentato varie strade, nel 1994 arriva l’intuizione dei costumi da bagno per uomo. E, nonostante il momento di minimalismo assoluto, usciamo sul mercato con una proposta molto colorata. Il tutto seguendo l’idea per cui se c’è un momento in cui l’uomo tende a dismettere il proprio abbigliamento formale è l’estate. Otteniamo così il primo grande risultato e nel 1996 cominciamo a offrire al mercato le prime camicie con il bassottino.

Senza dubbio una scelta particolare. Come mai questo animale come simbolo?

Il bassotto è un animale simpatico, ma per nulla  da compagnia. È un cane da caccia che, però, non ha stazza fisica e per questo deve utilizzare fiuto e intelligenza. È il cane che ti aspetteresti di veder uscire da sotto le macerie di un terremoto, per andare avanti. Quelli eravamo noi, che venivamo fuori dalle macerie del terremoto agli inizi degli anni ‘90.

Ma qual è stato il reale punto di svolta per H&B?

Nel 2003, con 11 milioni e mezzo di fatturato, il bassotto era ormai riconoscibile, più del nome Harmont & Blaine. Avevamo, quindi, la necessità di metterli insieme. Decidiamo allora di prendere come testimonial Fiorello, che resta con noi un paio di stagioni, lui ha avuto il grande merito quello di essere riuscito a legare il bassotto con il nostro nome. Lì cambia qualcosa.

In questa crescita, qual è il rapporto di H&B con Napoli? 

Napoli è una città meravigliosa. Come tutto il Sud. Io sono calabrese e ho un legame molto forte con la mia terra d’origine. Ma il Mezzogiorno deve cambiare sul piano della mentalità, mettendo a fattor comune le sue potenzialità. Non possiamo vivere solo di sole e di mare, ma del sole e del mare dobbiamo farne fattori di crescita.

Quali sono gli obiettivi per il futuro di Harmont & Blaine?

L’obiettivo dei prossimi due anni è arrivare in Europa Centro-Nord e negli Stati Uniti. Abbiamo aperto il capitale alla partecipazione di un fondo. E questa azienda, che nasce come azienda familiare, si sta managerializzando in maniera notevole. Partendo da ciò, puntiamo alla quotazione in borsa nel 2019.

Non fermarsi mai e adeguarsi ai tempi che cambiano. H&B in questo non è seconda a nessuno..

L’economia dal 2008 a oggi ha attraversato un periodo difficile, che ci ha fatto perdere quei competitor che sono arrivati tardi a capire che stava cambiando il mondo. Mentre noi dal 2008 a oggi abbiamo più che raddoppiato il fatturato, attraversando questo mare in tempesta. Riuscire a comprendere i momenti nei quali bisogna fare certe cose è fondamentale. È cambiato il mondo, gli smartphone ci tengono in connessione tutto il giorno. E tu devi esserci. Quando sei sul problema riesci a gestire il problema, altrimenti è il problema che gestisce te.

Cambia il mondo e anche la moda. L’e-commerce, ad esempio, è una realtà con cui confrontarsi..

L’e-commerce ha successo perché è la capacità dell’individuo di avere tutto sotto controllo. Di fare scelte senza la presenza di un commesso che ti spinga a farle. Crea maggiore libertà. E se c’è a valle, ce n’è anche a monte, nello spazio creativo. Una cosa non va fatta: correre dietro agli altri e scimmiottarli. Bisogna avere la capacità e il coraggio di osare. Se hai questo e alla base c’è una idea interessante, un briciolo di spazio riesci a trovarlo.