Maldestro si racconta tra Sanremo e “I Muri di Berlino”

A cura di Enrico Parolisi

«Fare musica partendo da Napoli? Come a Bolzano, ma coi treni in ritardo»

 

La canzone di – e per – Federica lo ha imposto all’attenzione nazionale: la storia (vera) di una ragazza (vera) che sogna il palcoscenico e nel frattempo tira a campare tra mille lavoretti, dalla barista all’operaia. Desideri, crolli e speranze tangibili messi in rima, che gli sono valsi un’incetta di premi al 67simo Sanremo, dal premio della critica Mia Martini al Premio Lunezia, dal Premio Jannacci al Premio Assomusica fino al Premio per il Miglior Video.

Ora per Antonio Prestieri in arte Maldestro, figlio di Scampia e della periferia nord di Napoli, cantautore e artista a tutto tondo con la passione mai nascosta per il teatro, arriva il primo disco post-Festival. Il suo ultimo lavoro inciso in studio si chiama “I muri di Berlino” e contiene tra gli altri pezzi la hit sanremese e “Abbi cura di te”, che fa parte della colonna sonora di “Beata Ignoranza”.

“I muri di Berlino” è un titolo importante in un periodo storico in cui i muri (si veda in ultimo all’America, se non si vuole tornare così indietro nel tempo) sembrano essere il simbolo dell’involuzione del mondo in cui viviamo. Come racconterebbe Maldestro il suo ultimo album, cosa ci troveremo dentro?

«Si tratta di un album diverso dal primo, ho cercato di raccontare i sentimenti dell’uomo. Dalle convivenze, alle noie, dalle speranze ai treni sbagliati».

Incetta di premi e riconoscimenti in giro per l’Italia, poi Sanremo, la definitiva consacrazione e… un’altra incetta di premi. Per Maldestro la prima all’Ariston cosa vuol dire da un punto di vista emotivo e, soprattutto, professionale?

«È stata un’esperienza che mi porterò dentro. Vissuta serenamente, stando distaccati di quel centimetro che basta per viversi tutto con tranquillità. Professionalmente è un passo avanti, ma conta costruire dopo».

Perché la scelta di “Canzone di Federica” per il Festival?

«Canzone di Federica non è stata scritta per il Festival. Ma, quando ho deciso di presentare un brano, era quello che all’epoca mi emozionava di più».

Chi tra i “colleghi” a Sanremo l’ha maggiormente impressionata, o quale l’incontro che l’ha più emozionata?

«Fabrizio Moro, Fiorella Mannoia e Gigi D’Alessio. Persone davvero fantastiche. Artisticamente, Ermal Meta mi ha molto colpito». 

Su quel palco in finale con lei – nella categoria “Nuove Proposte” – c’era Lele, un altro artista nato e cresciuto all’ombra del Vesuvio. Due strade diverse (Lele Esposito proviene dall’universo dei talent show e ha partecipato ad “Amici” ndr), due risultati importanti. Cosa vi accomuna e cosa vi distingue?

«Ci accomuna l’amore per la musica, credo. Ci distingue, appunto, la strada che abbiamo fatto per arrivare fino a lì».

Lele e Maldestro trionfano tra i giovani, ma la scena musicale napoletana è un continuo fermento: Foja, La Maschera, Giovanni Block, Tommaso Primo per citarne alcuni. È azzardato dire che è più o meno dagli anni ’80 che la città stava aspettando un neapolitan power 2.0, magari più orientato al cantautorato?

«Sono felice che a Napoli abiti questo fermento, ma non bisogna commettere l’errore di restare chiusi tra le proprie mura».

Che vuol dire fare musica partendo da Napoli nel 2017?

«La stessa cosa che se dovessi partire da Bolzano. Solo coi treni che fanno più ritardi».

Immediatamente dopo il Festival, ha affermato che al sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, che l’ha invitata a Palazzo San Giacomo, dirà che “Napoli inizia da Scampia”, ossia da casa sua… può spiegarci perché?

«Perché è l’ultimo quartiere di Napoli, poi comincia la provincia. Oppure, è il primo quartiere che apre le porte di Napoli. Dipende dai punti di vista…».

Progetti per il futuro? Magari a teatro…

«Il teatro è sempre nei miei progetti, è il mio rifugio, e ci tornerò sicuramente».