Lasciar sbocciare la propria vita

a cura di Paola Dei Medici

Psicologa e Psicoterapeuta rogersiana, IACP di Napoli.

Lasciar sbocciare la propria vita non è impresa da poco. Ad un albero richiede almeno un anno, fatto di riposo, preparazione e infine fioritura. Noi umani vorremmo che si realizzasse subito quello che desideriamo, come se il tempo dell’attesa non fosse maturazione, ma disperazione. Eppure, per la fioritura non servirà lo sforzo e nemmeno la critica. Servirà l’attesa e la generosità della semina. L’accettazione del processo e delle pause, perché la fioritura ha bisogno di un terreno fertile, richiede fiducia in quel desiderio di felicità che nasce dall’essere vivi e presenti nella propria vita.

Come sostiene Rogers (1980), “Esiste [infatti] un curioso paradosso:[solo] quando mi accetto così come sono, allora posso cambiare”. Quando le nostre scelte nascono da un processo di accettazione di sé, da un atto di fiducia in noi stessi non sono più solo un piano, sono un’apertura alla vita. Rappresentano il nostro modo – unico e irripetibile – di mettere insieme quello che sentiamo e quello che pensiamo. Un modo di essere come declinazione del divenire. Perché se è vero che non tutti i semi fioriscono, non tutti i segni saranno disegni, non tutti i passi saranno strade; tutte le impronte, però, danno una direzione al nostro andare.

“…E venne il giorno in cui il rischio di rimanere chiuso in un bocciolo divenne più doloroso del rischio di sbocciare. Uno vive così, protetto, in un mondo delicato, e crede di vivere. Poi legge un libro, o fa un viaggio… e scopre che non sta vivendo, che è ibernato. I sintomi dell’ibernazione sono facili da individuare: primo, inquietudine, secondo […]: assenza di piacere. Questo è tutto. Sembra una malattia innocua. Monotonia, noia, morte. Milioni di uomini vivono in questo modo (o muoiono in questo modo), senza saperlo. Lavorano negli uffici. Guidano una macchina. Fanno picnic con la famiglia. Allevano bambini. Poi interviene una cura “urto”, una persona, un libro, una canzone, che li sveglia, salvaguardandoli dalla morte”

(Anaïs Nin, Diario. Vol. 1: 1931-1934).