Marinella: l’eleganza è made in Naples

a cura di Giulia Savignano

Un’azienda storica, arrivata alla terza generazione, che porta alto il nome di Napoli nel mondo. Si parla di Marinella, eccellenza della tradizione di sartoriale artigianale, che da anni ormai strizza l’occhio al mercato internazionale ma senza trascurare mai il territorio.

Maurizio Marinella, qual è il segreto della vostra longevità?

Credo che il punto fondamentale sia la famiglia e l’artigianalità. La nostra storia inizia 102 anni fa, quando mio nonno, Don Eugenio Marinella, decise di aprire un piccolo angolo di Inghilterra nel cuore di Napoli. L’idea è stata quella di procedere passo dopo passo, cercando di diffondere il nome dell’azienda nel mondo, ma sempre in modo equilibrato. Puntare sulla qualità, piuttosto che sulla quantità. Mai la vendita fine a se stessa, ma coerentemente con la filosofia delle famiglia, che è poi quella aziendale, attenzione alla ricercatezza, al dettaglio, alle materie prime e soprattutto una centralità del cliente a cui si cerca di dare un servizio completo e costante. Possiamo definirci un’azienda customer-centered. Certamente è il grande carattere umano, la professionalità, la tutela dei valori del passato, in termini di eleganza, ma anche di rapporti umani. Si persegue la tradizione con il dovuto rispetto al passato, ma essendo anche attenti al futuro, adattandolo a quelle che sono le caratteristiche dell’azienda.

Come è possibile conciliare la tradizione dell’artigianato sartoriale con l’innovazione tecnologica?

Personalmente, sono uno attento ai cambiamenti, ma resto legato ancora a una certa tradizione per la mia produzione sartoriale. Siamo attenti alle sete, a come sono stampate a mano, secondo metodi tradizionali, forse i finissaggi nel tempo sono stati migliorati, ma la lavorazione resta al 100% manuale. Non vi sono macchinari industriali a supporto delle nostre bravissime sarte, solo la loro grande maestria nel tagliare le stoffe una ad una, nel cucire le cravatte passo dopo passo. Sembra assurdo, ma l’unico passaggio fatto con l’ausilio di una macchina è quello con la macchina da cucire, per garantire alla punta una robustezza e una centratura del disegno perfette. La tecnologia non può sostituire certe cose. Allo stesso modo io sono uno che predilige i vecchi metodi di comunicazione, sarà per questo che ancora non mi sono aperto all’e-commerce. Per me vale ancora il contatto umano con il cliente.

Le cravatte di Marinella sono uno status symbol in tutto il mondo. E oggi sono tante le sedi aperte all’estero, ma quali sono i paesi in cui è apprezzato maggiormente lo stile partenopeo? 

Abbiamo un ottimo riscontro in Giappone e comunque nel mondo orientale. I giapponesi sono un popolo che ama l’artigianato, sono attenti al dettaglio e alla qualità dei prodotti. Ma anche i tedeschi, i francesi, gli americani, stanno dandoci soddisfazioni.

Come è cambiato negli anni il gusto della clientela partenopea e internazionale?

È cambiato nel senso che si è molto standardizzato. Prima le persone sapevano esattamente come vestirsi, conoscevano il giusto abbigliamento per la mattina e per la sera. C’era certamente più tempo. Si tornava a casa per pranzo e si aveva la possibilità di cambiarsi. Oggi spesso si trascorre l’intera giornata fuori e, quindi, si scelgono vestiti blu o grigi con abbinamenti adeguati sia per la mattina che per la sera.

Lei è un ambasciatore indiscutibile del brand Napoli all’estero, un imprenditore legato al territorio che ha affiancato alla sua attività principale quella di promozione dell’immagine della città. L’ultima iniziativa è il crowdfunding per il recupero della chiesa del Gesù Nuovo a Napoli. Ci può parlare di questo aspetto del suo impegno?

Mio nonno un giorno mi disse “Maurizio, noi dobbiamo trasmettere un messaggio: si possono fare cose buone partendo da Napoli, ma soprattutto restando a Napoli”. Questo è un monito che mi accompagna da sempre. Io sono e mi sento fortemente Napoletano e sono convinto che è importante portare nel mondo una Napoli positiva e lavorare partendo dall’interno della città.

Il nostro magazine si chiama Agorà Magazine. Lei crede che Napoli possa accreditarsi come un’agorà, una “piazza” viva dal punto di vista economico e socio-culturale nella rete di città internazionali? E se non fosse così, cosa le manca per fregiarsi di questo titolo?

Credo che Napoli, da sempre, anche storicamente, rappresenti una città di respiro internazionale. Siamo purtroppo limitati da situazioni ataviche che ci condannano a una dimensione meno importante di quella che ci spetterebbe. Napoli è una città ricca di risorse che un po’ alla volta meritano di essere portate alla luce. Ognuno di noi deve lavorare in tal senso.