Lee Jeffries: «Vi racconto i miei homeless»

a cura di Giulia Savignano

Contabile di professione e fotografo per passione, l’artista inglese ha esposto per la prima volta a Napoli, nello spazio Ba-Bar

Persone senza fissa dimora, emarginati, uomini e donne esclusi dalla società e incontrati camminando per le strade di Europa e Stati Uniti. I loro volti, impressi sul rullino, sono consegnati allo sguardo del pubblico attraverso la severa alternanza del bianco e del nero, delle luci e delle ombre sapientemente dosate, sempre frontali, nell’anonimato di chi quasi perde la sua identità davanti all’obiettivo.

Sono gli “Homeless” di Lee Jeffries, dieci scatti che hanno consacrato il fotografo di Manchester collocando il suo progetto tra i più interessanti della fotografia contemporanea.

Jeffries, da cosa è maturata la scelta di immortalare questi personaggi e di renderli protagonisti di una vera e propria galleria di volti?

Dieci anni fa cominciai una relazione a distanza con una fotografa americana. Lei aveva una particolare compassione per i senzatetto, quindi si può dire che il mio interesse per le persone senza fissa dimora sia stato acceso dal mio amore per lei. Ero profondamente innamorato e ho attraversato dei momenti molto duri, legati alla malattia di sua madre e alla scoperta del suo matrimonio negli Stati Uniti. È stato uno dei periodi più solitari nella mia vita. Volevo stare con persone sole come me, persone senza fissa dimora. Sono diventato dipendente da queste persone, come se volessi trovare una sorta di salvezza per il mio senso di solitudine. Ogni foto è un addio al rapporto che ho sviluppato con loro. Quando sono vicino alle fotografie, nella camera oscura digitale, io dico addio a queste persone, e il 99% a volte mi ritrovo in lacrime, e se non succede significa che l’immagine non funziona, che non ho sviluppato un rapporto abbastanza forte da giustificare davvero l’incontro con quella persona.

Lei ha viaggiato molto e si è imbattuto in tanti volti. Ma qual è la città che le ha regalato più suggestioni?

Roma è speciale per me. Si potrebbe dire che le mie foto sono nate proprio in Italia. Sono originario di Manchester, ma le emozioni e le atmosfere che cerco di dare alle mie foto le ho sentite per la prima volta a Roma, quando mi trovavo a vagare per la città o per le sale del Vaticano, in attesa di ricevere una benedizione per la madre malata della donna che amavo. Potrebbe essere triste il fatto che io esca a fotografare queste persone forse per motivi egoistici, principalmente per alleviare il mio senso di solitudine. Sono stato con persone solitarie ed emarginate e con loro non mi sono sentito più solo.

Le sue foto sono tutte prive di didascalie e date, e tutte rigorosamente in bianco e nero. Ci sono motivazioni precise dietro queste scelte stilistiche?

Quando scatto una foto uso sempre la luce e l’ombra, con la luce che rappresenta la speranza e l’oscurità che rappresenta questa sensazione di solitudine e disperazione. Il bianco è la luce, il nero è l’oscurità.

Per quanto riguarda l’assenza di descrizioni, beh, io non sono un fotografo documentarista. Non voglio documentare la vita dei senzatetto, né raccontare le loro storie. Il mio obiettivo è quello di alleviare il mio senso di solitudine. Naturalmente io li aiuto, spesso mi sono intrattenuto con loro e ho assorbito le loro storie, ma le tengo per me. La storia è quello che dicono le immagini, è come se dicessi: «Guarda questa immagine a livello umano, riconosciti nelle emozioni e nella spiritualità, guarda come ti senti e se provi qualcosa, sta funzionando. Se non provi niente, quella foto non fa per te ed è inutile che tu ne conosca la storia».

Cosa deve scattare affinché una persona guadagni l’attenzione del suo obiettivo?

Provo a spiegarlo. Mentre passeggiavo per strada qui a Napoli ho visto una persona, ci siamo guardati negli occhi, e in quel momento mi sono accorto che se avessi avuto una macchina fotografica con me avremmo sviluppato una relazione. Io cerco solo esseri umani che esprimono emozioni attraverso i loro occhi. Se io non sento niente, non voglio instaurare una relazione, altrimenti mi starei prendendo in giro. Una volta ho lavorato su commissione, mi avevano incaricato di scattare foto di persone senza fissa dimora, e mi avevano dato una lista già pronta. L’ho fatto, ma in un certo qual modo, mi sono sentito come se mi stessi vendendo, stavo tradendo lo scopo di quello che faccio. Il fatto è che io sono un contabile a tempo pieno, la fotografia è una cosa che faccio solo per me.

Quindi non c’è nessun intento etico nelle sue immagini?

Sono consapevole che queste foto possano avere una responsabilità sociale, nemmeno per un minuto dimentico il fatto che queste persone sono senza casa. Ecco perché mi va bene utilizzare queste immagini per sensibilizzare le coscienze e veicolare l’ingiustizia che quei volti urlano, ma non è questo il mio obiettivo primario.