Tueff : “Il mio rap è di concetto” | Intervista

a cura di Enrico Parolisi

Sul polpaccio destro un tatuaggio che recita K14314 NA, la targa della Mehari di Giancarlo Siani, il cronista del Mattino ucciso nel 1985 dalla furia assassina della camorra. Negli occhi verdi e intensi l’orgoglio di chi è nato all’ombra del Vesuvio ed è fiero delle sue radici che affondano in una storia millenaria di una Napoli capitale. Tueff, Federico Flugi all’anagrafe, è a tutti gli effetti uno degli esponenti più interessanti della scena rap partenopea. Un genere che forse solo oggi gode della giusta considerazione nell’ambiente musicale ma che a sua volta affonda le radici negli anni ’90, quando i vari Posse, Bisca, Almamegretta e 24 Grana iniziavano a gridare al mondo che quella musicalità del dialetto napoletano andava a nozze anche con il grido della periferia simile ai ghetti americani.

«Anche se – sostiene Tueff – dobbiamo tanto soprattutto a chi negli anni 2000 si è messo in una posizione trasversale che ha sdoganato questo genere, tirandolo fuori dalla nicchia in cui spesso era relegato, come i Co’Sang che lo hanno portato a chi rap non lo aveva mai sentito. Ma come dimenticare La Famiglia o Speaker Cenzou, che sono stati tra i primi e ancora oggi sono esempio per tutti. Sono comunque gli ultimi esempi di quello che è stato un percorso a tappe, dagli anni ’70 di Senese e i Napoli Centrale agli ’80 in cui ha regnato Pino Daniele. Loro, Musella, Del Prete, Avitabile, Zulù dei Posse e Raiz degli Almamegretta sono maestri. Napoli da questo punto di vista è un vulcano, ben oltre il monte che ci protegge. Qualcuno vorrebbe altro, ma il Vesuvio in realtà è a nostra difesa. Per me non esisterebbe canzone italiana senza canzone napoletana: è la canzone napoletana che ha portato la canzone italiana nel mondo».

Tueff, che è nato e cresciuto a San Giuvanniello a due passi dalla casa di Enrico Caruso, nel suo canto ci ha messo fierezza e rabbia, identità e ribellione. Facendo incetta di riconoscimenti (tra cui la vittoria del premio Masaniello e l’approdo alle finali del premio Tenco con due top-player della canzone napoletana come Enzo Gragnaniello e Clementino).

«Canto quello che vedo tutti i giorni – afferma Tueff – metto in rima quello che vivo e lo racconto alle persone. Sia cose positive che negative. Una sorta di storytelling, quello che in America chiamano consciuos rap, rap di concetto. Preferisco raccontare qualcosa che possa rimanere all’ascoltatore e non basare testi su argomenti futili».

Così sono nate hit come “Fratelli d’Itaglia”, che affonda i suoi versi nella vicenda meridionale, o “Ogni Vota”, una dedica a Giancarlo Siani. Il rap può essere divulgativo? «Il rap è un veicolo. È leggero rispetto a un libro e ti avvicina a un argomento che magari non avresti avuto voglia di approfondire. Ecco, rispetto soprattutto ai più giovani, il mio lavoro può essere l’anello di congiunzione. Nel testo di “Fratelli d’Itaglia” affermo che “la storia dei terroni l’ha scritta Pino Aprile”. In tanti mi hanno chiesto chi fosse Pino Aprile, così ho fatto una sorta di processo didattico inverso».

Un po’ brigante, un po’ avido lettore, Tueff è ancora nei negozi con “My Raplosophy”. «Racconto ciò che mi appartiene – spiega – e raccontare come sono andate veramente le cose, la malaunità, fa parte della mia raplosophy. Quella della questione meridionale non è un’etichetta, ma una delle mie sfumature, un altro dardo al mio arco. Un argomento a cui tengo».

Tanto che in “Fratelli d’Itaglia”, che è un po’ il suo manifesto, Tueff ha coinvolto Dj Jad, ex Articolo 31, che propriamente meridionale non è… «La cultura hip hop ci unisce – spiega – e quando un argomento ha delle fondamenta solide anche un ragazzo del nord lo riconosce. Non siamo certo la Lega e del resto non c’è nostalgia nei nostri versi, non è un “razzismo al contrario”. Raccontiamo come sono andate le cose per proiettarci nel futuro, senza avere visioni nostalgiche del passato e di quello che è stato. Conta che tutti sappiano. Jad ha partecipato poi perché sarà anche milanese di Milano, ma ha parenti al sud, la moglie è di Salerno… (ride ndr)».

Non a caso il suo meridionalismo proiettato al futuro lo sta portando a lavorare a un progetto con Giovanni Mantice (ex Almamegretta). «Si tratta di un concept ep dedicato proprio a questi argomenti, come il brigantaggio, il meridionalismo e l’autonomia. Alcuni pezzi già li sto portando nei miei live». Ed oltre questo? «Stiamo lavorando ancora sul progetto di Underground Science Naples. Più che di un gruppo, USN si propone come un collettivo; dopo “Scienze Sotterranee” sta arrivando “Scienza e coscienza” (Suoni del Sud Blu Music, distribuzione SELF) a cui alla mia voce e quella di Dope One si aggiunge quella di un altro bravo rapper napoletano destinato a far parlare tanto di sé, Luigi Montariello, aka Jegg, e che mi vede ancora più presente come beat-maker. Poi ho in cantiere un nuovo disco solista. Già sto lavorando al beat e mi stanno arrivando beat da altre parti d’Italia». Insomma, ne vedrete delle belle.