Steve McCurry a Napoli senza confini

steve mccurry

«Perché già il solo viaggiare e approfondire la conoscenza di culture diverse mi procura gioia e mi dà una carica inesauribile».
In questa breve dichiarazione si condensa tutta la sensibilità e la professionalità di un maestro della fotografia contemporanea che ha fatto tappa a Napoli con una mostra che sta registrando un impressionante coinvolgimento del pubblico napoletano.
Steve McCurry è al Palazzo delle Arti di Napoli con la rassegna “Senza confini”, una raccolta delle sue fotografie più celebri, insieme ad alcuni lavori più recenti e ad altre foto non ancora pubblicate nei suoi numerosi libri, organizzata da Civita Mostre in collaborazione con SudEst57. Una mostra nella quale emerge il suo impegno di fotografo “senza confini” nei luoghi del mondo dove si accendono i conflitti e si concentra la sofferenza di popolazioni costrette a fuggire dalle proprie terre.

Sono passati più di 30 anni da quando, nella sua prima missione in Afghanistan insieme ai mujaheddin che combattevano contro l’invasione sovietica, fotografò una ragazza nel campo profughi di Peshawar. Quello scatto, divenuto simbolo della fotografia mondiale consacrato dalla copertina del National Geographic nel 1985, oggi più che mai è un simbolo della speranza di pace che sembra impossibile in un mondo agitato da guerre ed esodi di massa.

E in quegli occhi che hanno catturato volti e luoghi di ogni angolo del mondo è facile scorgere la bellezza di chi trasforma la realtà in arte e la restituisce con il filtro dell’umanità e della compassione.
Compassione, appunto, è stata la parola più ricorrente nelle dichiarazioni che il fotoreporter di Filadelfia ha rilasciato nella sua breve ma intensa visita a Napoli.
«C’è sempre un lato chiaro e uno scuro in ogni cosasottolinea McCurry – e bisogna porre l’accento sugli aspetti positivi del mondo. È difficile, richiede impegno e disciplina. Dobbiamo essere vigili in questa lotta costante tra bene e male, avere compassione nei confronti degli essere indifesi, dei rifugiati e delle persone che sono costrette ad allontanarsi dalle loro radici. Io non sono alla ricerca di volti necessariamente belli, ma di storie interessanti, che voglio ricordare attraverso lo scatto della mia macchina fotografica. Il colore, poi, è una scelta imprescindibile per le mie fotografie, perché il mondo è a colori. A chi si avvicina a questa professione, posso solo consigliare di essere curiosi e appassionati. Il mondo è il più ricco serbatoio di storie».

Dalle Torri gemelle alla guerra del Golfo, dal conflitto in Afghanistan al Giappone post-tsunami, dal Medio Oriente al Sud-est asiatico, dall’Africa a Cuba. I sei Continenti sono stati immortalati dall’obiettivo di McCurry. I suoi lavori raccontano di conflitti, di culture che stanno scomparendo, di tradizioni antiche e di culture contemporanee. Al centro, sempre l’elemento umano che ha permesso che la sua immagine-simbolo, Afghan Girl, diventasse un’icona così potente della fotografia.

In una Napoli cosmopolita, luogo di incontro di civiltà e laboratorio di millenarie culture, aperta a diversità e integrazione, la mostra di McCurry è stata allestita, nel rispetto degli spazi che la ospitano, attorno a due elementi portanti: la scala e la griglia. Il primo elemento è stato concepito per rendere il percorso più fluido, come mezzo per far arrivare l’uomo dove non arriva, espressione della condizione di chi abbandona il proprio Paese e vuole trovare una nuova soluzione. Il secondo elemento esprime la volontà di abbattere i confini e qualsiasi idea di muro bloccante, grazie alla capacità delle maglie della griglia che permettono di oltrepassare.
«È un piacere per me essere a Napoli – ha dichiarato entusiasta il fotoreporter americano – è una città meravigliosa dalle grandi vibrazioni. Ci sono già stato in altre occasioni ma non vedo l’ora di ritornare con più calma per potervi fare uno studio approfondito. Napoli è una delle città più affascinanti d’Italia, se non del mondo, ha un’anima grande. E Spaccanapoli potrebbe essere la strada perfetta che il mio obiettivo immortalerebbe».