Cristina Donadio, l’attrice e la donna

cristina donadio

Un sorriso affettuoso e sincero, uno sguardo intenso e penetrante e l’accoglienza calorosa di una donna che ama la vita, quella fatta di affetti privati: l’amore, la famiglia, gli amici e le risate davanti a un bicchiere di vino con le amiche, nella sua Napoli.

Cristina Donadio è l’attrice a tutto tondo, ormai entrata nel cuore del pubblico napoletano – e non solo – con il controverso personaggio di Scianel nella serie tv Gomorra 2. Ma è soprattutto la donna che, pur concedendosi all’affetto dei fan, non rinuncia alla sua libertà e alle sue abitudini, come quella di scorrazzare in sella al suo motorino per la città.

Dal teatro alla serie tv, passando per il cinema, in ogni personaggio portato in scena c’è qualcosa di Cristina. «Io sono sempre quello che sto interpretando – spiega sorridendo l’attrice – non posso fare finta, altrimenti si crea una barriera e non risulterei credibile. Il testo che ho davanti? Diventa mia carne, mio gesto, mio sguardo. L’attore è come un grande guardaroba, fatto di tanti cassetti, scaffali e grucce. Ed è qui che sono riposte le anime dei vari personaggi e le maschere da indossare. Più passa il tempo e più si arricchisce di ricordi ed emozioni. Mi basta aprire un cassetto e la testa si riempie delle suggestioni di uno spettacolo che può risalire anche a 40 anni fa».

Ed è proprio con questi presupposti che Cristina Donadio è diventata Scianel, la camorrista di Gomorra, alla quale l’attrice ha dato la profondità di un archetipo del male piuttosto che di uno stereotipo. «Mi sono rapportata a Scianel come se fosse una Lady Macbeth o una Clitennestra. Al netto dell’orrore che comunque incarna, Scianel va oltre il male e rappresenta una donna totalmente padrona di sé, che non ha bisogno di uomini, è una iena, determinata e pazza. Mi hanno dato una stoffa molto bella e io ho giocato sui dettagli, come il modo di fumare, lo sguardo, la postura e la voce, che ho abbassato di due o tre toni. È stato un vero e proprio lavoro di trasfigurazione, al punto che quando mi sono vista per la prima volta sullo schermo mi chiedevo chi fosse quell’animale spietato».

La capacità di aderire totalmente al personaggio è senza dubbio il frutto di un’impostazione teatrale. Perché è sulle tavole del palcoscenico che è nato l’amore per la recitazione. Anzi, a voler essere più precisi, le prime vere tavole sono state quelle della casa dei nonni, dove da bambina, insieme a sorelle, fratello e cugini, si esibiva per accaparrarsi la 500 lire d’argento messa in palio dal nonno, «un modo per farci giocare – sottolinea l’attrice – perché il palcoscenico non deve mai perdere questa caratteristica del gioco».

Il passo, dal tavolo di casa alle tavole di un teatro vero e proprio, è stato breve. Aveva 18 anni quando Geppy Gleijeses la coinvolse in una serie di spettacoli estivi. E una sera a Ischia, l’incontro con Nino Taranto che le propose di entrare nella sua compagnia. Da quel momento ha lavorato con i più grandi attori della tradizione napoletana. Poi, una parentesi romana con diverse incursioni nel cinema. E ancora il ritorno al teatro grazie a un incontro significativo della sua vita privata e professionale. Con Stefano Tosi, che sarebbe diventato suo marito, fondò una compagnia teatrale “Il sole e la luna”. «Avevo lasciato Roma perché Stefano mi aveva fatto questa proposta. – ricorda–. E menomale, perché ho vissuto gli ultimi anni della sua vita in maniera totale e lo abbiamo fatto insieme».

Alla scomparsa di Stefano Tosi in un incidente stradale con Annibale Ruccello è legata anche la sua esperienza teatrale più profonda. «Nel 2011, a 25 anni dalla loro scomparsa, ho interpretato me stessa in uno spettacolo “Da questo tempo e da questo luogo: 25 rose dopo”. È stato una sorta di rito per cercare di riportarli in scena per una notte, ma soprattutto per fare i conti con questo triangolo sbilenco. Con quello spettacolo si era chiuso un cerchio e avevo finalmente espulso quella specie di piccolo rancore che nutrivo. Al dolore di aver perso Stefano, aggiungevo la tristezza di saperlo dimenticato da tutti. Volevo fare capire che le mie rose, una per ogni anno di assenza, c’erano».

E poi, l’incontro con Enzo Moscato, che ancora oggi rappresenta la sua famiglia teatrale e che le ha trasmesso il vero senso del teatro.

Ma c’è spazio anche per la sperimentazione e Napoli è il suo laboratorio privilegiato. «Sono sempre curiosa di suggestioni e mi piace mettere insieme tutti i linguaggi dell’arte. Lavoro per immagini e se vedo qualcosa che mi stupisce, immagino di farla diventare performance con l’aiuto di musica, video o arte. Napoli, in questo senso, è una continua fonte di energia. Sono nata a Posillipo e non posso prescindere dalle sensazioni che ogni volta mi dà svegliarmi con il rumore del mare. Ma anche al centro storico, in tutta la città c’è qualcosa di nitido e al tempo stesso sospeso, che mi commuove continuamente»